Al Museo Carlo Bilotti di Villa Borghese Cruor

Al Museo Carlo Bilotti di Villa Borghese, “Cruor”: monografica di Renata Rampazzi a cura di Claudio Strinati. Il sangue delle donne parla al terzo Millennio

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Al Museo Carlo Bilotti di Villa Borghese, “Cruor”: monografica di Renata Rampazzi a cura di Claudio Strinati

Al Museo Carlo Bilotti di Villa Borghese, “Cruor”: monografica di Renata Rampazzi a cura di Claudio Strinati

Il sangue delle donne parla al terzo Millennio

L’Aranciera di Villa Borghese alza il sipario sulla monografica dedicata a Carla Rampazzi, a cura di Claudio Strinati.

“Cruor”, questo il titolo dell’evento, porta in scena il sangue (ça va sans dire) fino al 10 gennaio 2021.

Un tema che affonda le radici in memorie antiche; un sangue affrontato da pittori e scultori nei modi più disparati, al mutare dei secoli e dei contesti. Lo spazio figurativo è “violato” dal sangue (elemento in sé perturbante in sé) e, in equilibrio tra denuncia e sublimazione, grida tutta la sua urgenza, evoca, invita a riflettere sul problema della violenza sulle donne, sempre attuale. Insomma, il sangue, dalle tele della Rampazzi, parla di dolore, ferite, pianto e della necessità di non voltarsi dall’altra parte. I suoi lavori, grazie a un segno rigoroso, sono essenziali ma colpiscono perché l’indignazione si coagula in sobrietà visiva, senza fronzoli. L’artista torinese infligge “Ferite”, “Sospensioni Rosse”, “Lacerazioni” nel stanze del Museo Carlo Bilotti, nel cuore di villa Borghese, che evolvono verso l’installazione “Cruor” del 2018: una trentina di garze dipinte, appese al soffitto su piani sfalsati in una variazione di rossi, via via sempre più vividi, ottenuti mischiando terre e pigmenti. Con la complicità delle musiche, lo spettatore si addentra in questo “labirinto emotivo” di lunghi drappi di 4X1 metro, attraversando le cortine di un immaginario boccascena e entrando nel vivo della sofferenza e della privazione dell’io femminino, soffocato dalla brutalità della Storia, del mondo, del maschio, del marito, compagno, padre, fratello.

L’artista Rampazzi ha sempre sentito la necessità di tradurre, nei suoi quadri, la forza della denuncia. Piemontese, di buona famiglia, fin da piccola appassionata di pittura; completa gli studi alla Facoltà di Architettura e dagli anni ’70 viaggia, sperimentando e partecipando alla vita culturale di Roma (è con Umberto Mastroianni, Antonio Carena, Levi, Luigi Carluccio): è del 1973 la prima, importante personale alla Galleria dello Scudo di Verona.
Insofferente all’ipocrisia borghese quanto desiderosa di esprimersi, riversa nei suoi lavori rabbia e disagio, senza però abbandonarsi all’ovvio, usando il colore più provocatorio di tutti: il rosso. Con pochi tratti, e grazie a questa tinta, riesce a suggestionare e evocare, prescindendo dal tema religioso e pur restando nell’astratto (astratto pregno di significato).
Nel suo intento, questa capitolina vuole essere un’occasione per sentirsi coinvolti (anche fisicamente) in un percorso che scateni riflessione e interesse nel pubblico, non già perché rappresentato con scene dall’immediato impatto emotivo, ma perché reso evidente dal file rouge del colore caratterizzante: l’onnipresente rosso.

In tutto, 14 dipinti, 46 piccole tele, diversi studi preparatori, un’istallazione e un video che raccontano la lotta di Rampazzi, ripercorrendo la battaglia condotta contro la discriminazione di genere; si calano con potenza nella contemporaneità per farsi strumento di lotta.

Ingresso gratuito, con prenotazione obbligatoria allo 060608.

Info: www.museocarlobilotti.it; www.museiincomune.it

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