Angels of Revolution

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Angely-revoluciji_04-680x365_cIeri sera il regista russo Aleksej Fedochenko ha ritirato il Marc’Aurelio del Futuro sul palco della Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica, prima della proiezione in anteprima mondiale del suo ultimo film Angels of Revolution. Il premio, assoluta novità dell’edizione 2014, gli è stato consegnato dal direttore del Festival Marco Müller, affiancato dalla madrina della manifestazione Nicoletta Romanoff. “C’è sempre una logica estetica e poetica in tutto ciò che fa Aleksej” è stato il commento di Müller. Fedorchenko è stato entusiasta di ritirare il premio: “ C’è una strana coincidenza, per me l’Italia è legata al nome Marco. Tutto è cominciato a Venezia (dove nel 2005 ha vinto il premio Orizzonti Doc alla 62a Mostra del Cinema con il lungometraggio The First of the Moon) con S. Marco, incarnazione di una fiaba. Ora sono a Roma a ritirare il Marc’Aurelio, incarnazione della storia, e a consegnarmelo è Marco Müller, incarnazione della cultura”. Il cinema di Fedorchenko, avanguardistico, sperimentale e simbolico, si fonda sul recupero delle tradizioni fra le popolazioni che ancora resistono al dominio della cultura prevalente. Se in Silent Souls, racconto riflessivo e poetico, i personaggi, appartenenti all’etnia ugro-finnica, hanno con la terra e l’acqua una relazione quasi intima, in Angels of Revolution, in concorso nella categoria Cinema d’oggi, protagoniste sono le tribù siberiane Khanty e Nenets. Dopo la Rivoluzione Rossa, il neonato governo sovietico ordina alla rivoluzionaria Polina (Darya Ekamasova) di intraprendere una missione lungo le regioni brulle e innevate del fiume siberiano Ob per  convertire le popolazioni indigene che vi abitano al credo sovietico. Polina accetta e porta con sé altri cinque amici, tutti artisti d’avanguardia: un regista, un architetto, uno scultore, un compositore e un regista di teatro. Il confronto con il paganesimo e con culture profondamente diverse non sarà facile. Arte, storia, mito, magia, etnografia, antropologia: diverse le fonti d’ispirazione di Fedorchenko per affrontare il tema della differenza culturale.

In conferenza stampa erano presenti il regista Fedorchenko e gli attori Darya Ekamasova, Pavel Basov, Alexey Solonchov, che hanno incontrato i giornalisti.

Il film sceglie la chiave del simbolismo per conciliare linguaggio teatrale e racconto politico. Perché questa scelta?

FEDORCHENKO: Volevo mostrare l’incontro tra culture diverse, lo sciamanesimo dei popoli indigeni e le avanguardie. L’ho fatto ricorrendo al teatro popolare, il teatro delle marionette. Le civiltà in realtà non si incontrano né si scontrano: rimangono su fronti tra loro sconosciuti. Artisti e indigeni però condividono la medesima identità: vengono rappresentati come personaggi quotidiani.

Nel film c’è molto teatro e arte d’avanguardia. Quali sono state le ricerche specifiche?

FEDORCHENKO: Oltre alla storia vera della rivolta di Kazym, guidata dagli sciamani, contro la sovietizzazione, mi sono servito di biografie di artisti russi d’avanguardia che si opponevano al potere sovietico.

A chi vi siete ispirati per i ruoli?

EKAMASOVA: A mia nonna, vera donna russa buona d’animo. E’ stata il perno del mio ruolo in questo film. Polina è una donna fatale di quel tempo. Mia nonna è stata una donna comunista e mi ha raccontato molte cose del periodo in cui è nata. E’ la donna che vorrei essere.

BASOV: A un documentarista d’avanguardia.

Il film arriva in un momento di forti tensioni politiche sull’Ucraina, è stato voluto?

FEDORCHENKO: Nel film si parla della Crimea ma è un pro caso. Non c’è alcuna tendenza politica, solo la volontà di raccontare quello ce poteva succedere in qualsiasi impero. Si parla di incomprensioni culturali e civiltà, di relativismo culturale: non ci si può rapportare agli altri usando gli stessi parametri.

 

 

 

 

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