Caso Toni-De Palo, “Conte sveli il dossier segreto”

A quarant’anni dalla scomparsa dei due giornalisti, gli atti importanti sono ancora top-secret

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Michel Maritato

A quarant’anni dalla scomparsa dei due giornalisti, gli atti importanti sono ancora top-secret

Caso Toni-De Palo: “Conte sveli il dossier segreto”

Ė il 2 settembre 1980. Due giornalisti italiani, Italo Toni e Graziella De Palo, autori di scottanti inchieste, spariscono nel nulla nella città di Beirut. Una storia lontana nel tempo ma a noi vicina perché, a quarant’anni dalla misteriosa vicenda, i parenti sono stati ricevuto dal presidente della Camera Roberto Fico a cui hanno rinnovato la richiesta di arrivare alla verità sul caso, ancora avvolto nel mistero. Un contesto difficile quello in cui Toni e Graziella, compagni di lavoro e di vita, decidono di partire per il Libano devastato dalla guerra civile. Pesante, all’epoca, l’ingerenza armata della Siria, insidioso il perpetuo scontro tra i palestinesi e Israele e destabilizzante è l’essere epicentro, anche spionistico, di una lunga serie di questioni mediterranee. Risale a un mese prima dello stesso  anno la strage alla stazione di Bologna, che con 85 morti sconvolge l’Italia e lambisce la vicenda dei due inviati di “Paese sera” spariti. Non solo. Anche l’attentato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina si insinua, quale ritorsione, tra le possibili motivazioni della scomparsa: poco prima della strage, un militante del Fronte viene arrestato a Ortona, in provincia di Chieti, con due lanciamissili Sam-7 di produzione sovietica. I palestinesi, che controllano la parte Ovest di Beirut in cui si trova l’albergo dei giornalisti, accusano le milizie cristiane che controllano la parte Est, e viceversa. Nel mezzo la figura del colonnello Stefano Giovannone, capocentro del Sismi a Beirut, vecchia conoscenza di Aldo Moro che l’aveva anche nominato due volte nelle lettere scritte prima di essere ucciso dai brigatisti. Insomma, una fitta rete di misteri e numerose possibili motivazioni fanno da sfondo alla fine dei nostri due connazionali, di cui non è mai stato ritrovato il corpo né si è manifestato alcun segnale che li riguardasse. Quella di Italo e Graziella, nel mondo giornalistico, è una storia importante. Italo Toni, originario di Sassoferrato vicino Ancona, quando parte ha 50 anni; Graziella De Palo, sua compagna ne ha 24. In Libano vogliono documentare le condizioni di vita dei profughi palestinesi e la situazione politico militare della zona. Secondo alcuni, ancor prima di partire stanno indagando segretamente su un traffico di armi tra Italia e Libano. A dicembre 2019, su pressione dei familiari, la Procura di Roma ha riaperto le indagini per verificare le dichiarazioni di un nuovo testimone di cui non si sa il nome, il quale asserisce che Graziella De Palo raccoglieva informazioni anche sulla Strage alla stazione di Bologna. Le indagini sono ora affidate al procuratore aggiunto Francesco Caporale e al sostituto Francesco Dall’Olio. Un mistero nel mistero fitto, in cui appaiono e scompaiono protagonisti e organizzazioni che destano più di un motivo di inquietudine. L’inchiesta coordinata a suo tempo dalla Procura di Roma nel 1985 conduce all’arresto del colonnello Stefano Giovannone, capocentro a Beirut del servizio segreto militare e alla condanna di un sottufficiale dei Carabinieri, addetto all’Ambasciata italiana in Libano per aver favorito, con la divulgazione di informazioni riservate, i presunti responsabili dell’omicidio dei due giornalisti. Attualmente, molti dei personaggi coinvolti in questa oscura vicenda sono morti, tra cui Giovannone scomparso nello stesso anno dell’arresto e i pochi ancora in vita sono oggi sicuramente ben lontani dal Libano. Ma l’ansia di verità non si placa, né da parte della famiglia, tantomeno da parte dei giornalisti per cui, la Federazione della Stampa italiana (Fnsi) il 25 giugno scorso ha formalmente depositato attraverso il proprio legale, un’apposita istanza alla Procura di Roma volta ad ottenere l’immediato sequestro, presso la presidenza del Consiglio dei ministri e le strutture di intelligence di tutti gli atti inerenti il caso. Un primo passo in tal senso si ebbe nel 2014 – essendo trascorsi trent’anni, limite massimo previsto per la desecretazione – una parte dei documenti è stata resa pubblica, non però le carte decisive. Per questo ora si attende un passo da palazzo Chigi che stenta ad arrivare, nonostante le rassicurazioni di Roberto Fico. “Questo incontro era doveroso – ha esordito il presidente della Camera – per ricordare i due giornalisti. Abbiamo ribadito il nostro impegno per dare giustizia e un po’ di serenità alle famiglie a cui lo Stato e la Repubblica devono essere sempre vicino. Rinnovo l’impegno e la vicinanza perché si mettano insieme i tasselli e si faccia giustizia”. A tale impegno dovrebbero però seguire atti concreti da parte del presidente del Consiglio Giuseppe Conte che attraverso il Dis, l’organismo di coordinamento dei servizi segreti per cui il Capo del governo ha la delega, torna a impedire l’accesso ai dossier sul caso, tuttora conservati negli archivi della nostra intelligence.

di Michel Maritato

 

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