C’è chi dice no, al razzismo

Il Prof. Luca Andreassi in Zona Mista racconta la storia di George Floyd e del razzismo negli Stati Uniti che ci riporta alla realtà oltre il Covid

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Omaggio a George Floyd

George Floyd un lavoro ce l’aveva. Lavorava come buttafuori in una discoteca a Minneapolis. Solo che il COVID 19, il maledetto COVID 19, ne aveva imposto la chiusura e così, George, il suo lavoro lo aveva perso.

George è nella sua auto con altre due persone quando viene raggiunto da due dipendenti di un negozietto che sta dall’altra parte della strada. Rivogliono indietro delle sigarette che George ha appena comprato, pare, con una banconota da venti dollari falsa.

Non si sa cosa si dicano, le telecamere che hanno registrato tutta la scena non hanno audio, fatto sta che i dipendenti tornano in negozio e chiamano la polizia.

Arriva una prima volante. Pistole bene in vista. George è trascinato violentemente fuori dall’auto ed ammanettato. George non reagisce. Sembra solo sofferente.

Arriva la seconda auto della polizia. Sempre con violenza tentano di caricare George in macchina. George dice di stare male. È sul marciapiedi. Ammanettato.

Arriva la terza auto della polizia. Quella in cui c’è l’agente Chauvin. Chauvin trascina George nei pressi di una delle tre auto della polizia. Insieme ai suoi colleghi Kueng e Lane, l’agente Chauvin lo blocca al suolo, mettendo il peso sulle gambe, il torace e il collo di George. Un quarto agente, Thao, osserva i suoi colleghi poco distante.

Per 8 minuti e 46 secondi non succede nient’altro. Se non tre uomini che uccidono, soffocandolo, un altro uomo a terra, ammanettato, impossibilitato a difendersi.

L’America razzista non è certamente una novità. Ma come ha sottolineato l’’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, “il COVID19 ha rivelato disuguaglianze troppo a lungo ignorate ed enfatizzato delle discriminazioni razziali endemiche negli Stati Uniti”. Con un gap, sovente, tra sindaci “liberal” ed illuminati delle grandi città e polizia invece ancora ancorata a schemi razzisti e metodi brutali.

Certamente un Presidente come Trump che dà mandato alla polizia di sparare proiettili di gomma e lacrimogeni sui propri concittadini che manifestavano pacificamente davanti alla Casa Bianca al solo fine di sgomberare la strada per potersi fare una foto con la Bibbia in mano, non aiuta.

Fatto sta che città come New York stanno passando, senza soluzione di continuità, dalle misure restrittive al fine di contenere il COVID19 alle misure di coprifuoco che, per esempio, nella Grande Mela, dureranno almeno fino al 7 giugno con divieti di circolazione dalle 20 di ogni sera fino alle 5 del mattino successivo.

L’inizio della pandemia è stato, un po’ ovunque, accompagnata dal messaggio di speranza “Andrà tutto bene”. Quando poi ci si è resi conto che in realtà quasi tutto stava andando male, si è passati al “Ne usciremo migliori”.

Temo che anche questo secondo messaggio difficilmente sarà rappresentativa di una realtà che ci attende durissima.

Una realtà in cui i poveri saranno più poveri, gli emarginati più emarginati, i fragili più fragili ed i neri più neri.

Ma stavolta ci voglio provare. Avevo deciso di accompagnare questo articolo con una foto presa dal Post in cui si vede la scena dell’omicidio di George.

Invece, alla fine, ho scelto quest’altra. Una foto che ritrae gli agenti di polizia di Miami, inginocchiati ed in preghiera per rendere omaggio a George Floyd e prendere simbolicamente le parti di chi manifesta per i propri diritti e per i diritti di tutti.

Non sono tutti uguali. Non siamo tutti uguali. C’è, anche nell’America di Trump, chi non si piega al razzismo ed all’intolleranza ed ha il coraggio di inginocchiarsi, di chiedere scusa davanti ad un uomo nero barbaramente ucciso per dire “No, not in my name.”

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