Ciao Pietro

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Pietro Mennea

Da Tora Bora

Te ne sei andato così nel giusto silenzio di una privacy ed una dignità che hai sempre difeso, da uomo, da atleta e nelle tue molteplici attività tra politica, lavoro e cattedre universitaria. Pietro Mennea non è stato solo l’uomo con gli occhi spiritati che a Città del Messico ha fatto segnare un record del mondo tra i più longevi della storia dell’atletica leggera, quello dei 200 mt, ma anche colui che a Mosca ha colto l’alloro olimpico nel 1980, l’ultimo olimpionico bianco nella velocità (con il britannico Allan Wells (vincitore nei 100 mt nell’edizione sovietica) e con l’amico rivale il russo Borzov, due volte oro a Monaco 1972, due volte medaglia a Montreal 1976 e costretto al ritiro ed all’ultimo rendez vous casalingo a Mosca 1980).

La scomparsa di Pietro mi fa sprofondare nei ricordi della mia infanzia o nei racconti di mio padre, quel dito alzato ad ogni vittoria, la leggenda degli allenamenti (veri) con le cassette piene di arance a Barletta come agli ordini del suo allenatore storico, il grande Carlo Vittori, a Formia. E’ pleonastico e retorico parlare del riscatto del ragazzo del Sud, sulla falsariga del ragazzo di Calabria, Vincenzo Panetta oro ai mondiali Roma 1987 o Salvatore Antibo argento a Los Angeles 1984, ma solo chi è venuto dal Sud per andare a lavorare nel Nord Italia se non all’estero negli anni ’60-’70-’80 può capire cosa volesse dire. Un modello Mennea – come uomo e come atleta – simboleggiato da quella rimonta da brividi proprio nella finale dei 200 mt a Mosca: Wells ben avanti dopo la curva, da cui era uscito tra gli ultimi della gara , venne superato dal pugliese, emulando il Livio Berruti oro a Roma 1960 nell’ideale staffetta come ricordava Giovanni Bruno, il direttore di Sky, stamane. Una rimonta da numero uno come era Pietro con quel dito alzato della cosiddetta “Freccia del Sud” (così veniva soprannominato da atleta e mai soprannome è stato più azzeccato).

Dicevo come uomo: quattro lauree, una carriera politica in cui si è tolto tante soddisfazioni, ma ha anche accumulato svariate amarezze. Lascia un vuoto enorme, un vuoto che si è allargato come un burrone sempre più grande già in vita: al di là delle soddisfazioni da avvocato, da docente universitario, avrebbe meritato un ruolo di primo piano nell’organizzazione dello sport ed in particolare dell’atletica italiano: probabilmente l’ha anche rifiutato in altre epoche, in ogni caso poteva essere meglio custodito un patrimonio di passione, di competenze ed onestà che Mennea ha rappresentato (nella pratica sportiva avulsa da ogni qualsivoglia ombra legata al doping che ha combattuto strenuamente già da atleta, in anni tristemente noti per l’uso selvaggio di sostanze proibite che avevano aiutato e tanto i suoi avversari).

Non è il tempo delle polemiche, è il tempo del ricordo con il sorriso sulla bocca, un sorriso sereno di chi ha fatto tutto il possibile per essere in pace con la propria coscienza in modo di non dover dire grazie a nessuno se non a stesso, questo era Pietro Mennea, il numero Uno come quel dito alzato. Ciao.

Eretico

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