Cinque anni senza il Vecio, tra i grandi italiani del secolo scorso

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Enzo_Bearzot
Enzo Bearzot
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Enzo Bearzot

Ospitiamo l’intervento di Beppe Di Maggio in ricordo del Ct della Nazionale di Calcio, campione del mondo nel 1982, Enzo Bearzot a cinque anni dalla morte:

“Pochi giornali hanno ricordato l’anniversario della morte del grande Enzo Bearzot, che ci lasciò il 21 dicembre di 5 anni fa in quella Milano non più da bere, diventata negli ultimi anni uno dei suoi porti sicuri. Ci lasciò in silenzio, così come aveva fatto in Messico nell’ ’86 quando dopo la sconfitta subita contro la Francia aveva lasciato la sua Nazionale dopo averla guidata ininterrottamente per 11 anni.

Morì lo stesso giorno di Vittorio Pozzo, l’altro grande tecnico che guidò l’Italia negli anni ‘30 a vincere due Mondiali ed un Olimpiade, e fu quasi uno scherzo maligno del fato: come se il 21 dicembre dovesse accomunare i due più grandi allenatori che la Nazionale azzurra abbia mai avuto. Perché Bearzot è stato grande, come lo era stato Pozzo nell’Italia fascista, non perché abbiano rivoluzionato tatticamente il calcio, il gioco all’italiana è stato un marchio di fabbrica per entrambi, ma come Pozzo Bearzot si è saputo continuamente aggiornare, vedendo miriadi di partite in un epoca dove non c’erano i mezzi di comunicazione attuali e  bisognava recarsi sul posto per vedere  le partite delle maggiori squadre internazionali; quindi viaggiando in tutto il Mondo ha arricchito il proprio bagaglio di esperienze e questo gli ha dato quel quid in più come allenatore.

Lui che era un friulano doc come il suo scudiero-capitano Dino Zoff (in più il Vecio era un alpino come Pozzo), solo che Enzo era nato nel ‘ 27 ad Aiello del Friuli, tuttavia trovò la sua fortuna, dopo aver giocato poco nell’Inter, prima nel Catania e poi nel Torino dove si fece apprezzare come mediano roccioso e capitano bandiera di quel Toro di cui rappresentava l’animus pugnandi. Indimenticabili i suoi duelli con l’istrionico Sivori che solo contro Bearzot non sfoderava il suo celebre tunnel ed il diverbio che ebbe con un altro argentino, Raul Conti giocatore del Bari, che in un’accesa partita insultò sua madre. Bearzot, pur di solito correttissimo, da buon italiano colpì con un destro il linguacciuto argentino che da quel momento non proferì più verbo. Lasciò il calcio giocato con un bilancio di 251 partite nella massima serie e 15 reti in tutta la carriera, facendo in tempo a giocare una sola partita in Nazionale.

Poi iniziò la sua carriera di allenatore, prima assistente di Rocco e di Fabbri nella squadra granata e dopo una fugace esperienza a Prato entrò nei quadri federali prima come allenatore dell’under 23 e poi come assistente di Valcareggi nel Mondiali del ’70 e del ’74. Furono esperienze utili a Bearzot che poté vedere dal vivo il meglio del calcio mondiale del periodo e la sorte si ricordò di lui quando venne scelto per  affiancare nel dopo Valcareggi un grande (e dimenticato)innovatore del calcio italiano come Fulvio Bernardini; da Bernardini  Bearzot carpì la capacità di far esprimere alla sua squadra un calcio eclettico, non legato rigidamente ai dogmi del gioco all’italiana e ,pur basandosi su questi, dando ai calciatori il gusto della giocata al di fuori di questi schemi: era un po’ come vedere gli olandesi o i brasiliani giocare all’italiana, marcature rigide ma gioco arioso e propositivo, fatto di ripartenze fulminee, che allora si chiamavano contropiedi, grazie all’abilità tecnica e di palleggio dei suoi giocatori. Perché nella sua Nazionale giocavano giocatori di estro e dai piedi buoni come Antognoni e Causio, poi sostituito da Conti, che davano quell’imprevedibilità al gioco all’italiana. Quando rimase da solo a condurre l’Italia ebbe il coraggio di preferire il giovane Scirea nel ruolo di libero al posto del “monumento” Facchetti e con una dose di sana incoscienza lanciò contro i francesi nella prima gara dei Mondiali del ’78 due debuttanti come Cabrini e Rossi. E se l’inizio sembrò traumatico, goal subito dopo un solo minuto di gioco, il resto del torneo fu esaltante, perché proprio Rossi segnò il primo goal nella rimonta contro i transalpini, battuti 2-1 e poi “Pablito” dopo un magnifico triangolo con Bettega permise a quest’ultimo di segnare il goal vittoria contro i padroni di casa dell’Argentina, futuri campioni del Mondo. Quella Nazionale, a detta di tutti, giocò il miglior calcio che una squadra azzurra abbia mai espresso in un Mondiale: non lo vincemmo perché avemmo un calo fisico pauroso con gli olandesi nella partita che ci poteva far giungere in finale, e Zoff fu battuto da due tiri da trenta metri che vide partire in ritardo.

Alla fine fu un quarto posto, perché nella finalina pur dominando anche il Brasile fummo impallinati da due euro goal degli assi verde oro, ma considerate le premesse fu un risultato positivo e il futuro sembrava roseo; invece ci fu lo scandalo del calcio scommesse che investì il pallone italico, ed a pagarne le maggiori conseguenze fu la Nazionale di Bearzot perché Paolo Rossi, invischiato suo malgrado in qualcosa di più grande di lui, fu squalificato per due anni non essendo quindi più arruolabile per la Nazionale. Bearzot cercò di non perdersi d’animo, ma senza “Pablito” in attacco era tutta un’altra storia e fu un Europeo modesto, visto che battemmo solo l’Inghilterra e facemmo due zero a zero con spagnoli e belgi, perdendo anche la finalina contro la Cecoslovacchia ai rigori. Quella squadra sbarazzina che aveva incantato tutti due anni prima sembrava ormai persa, e Bearzot fu investito dalle solite critiche degli “intenditori” di calcio. Che continuarono a criticarlo nonostante conquistasse una nuova qualificazione alla fase finale dei Mondiali, che si sarebbero disputati in Spagna, anche per sconfitte in insulse amichevoli: qualcuno lo definì “bollito”, altri “pazzo” perché invece di convocare gente come Pruzzo (più volte capocannoniere in serie A) e Beccalossi continuò ad aspettare che Paolo Rossi finisse di scontare la squalifica e fece appena in tempo ad inserirlo nella lista dei 22 che avrebbero partecipato alla Coppa del Mondo dell’ ’82. Rossi era fuori forma per la lunga inattività, in più l’altra punta, Bettega, si era infortunato pochi mesi prima dell’inizio del torneo, insomma le premesse erano pessime e l’inizio fu stentato: tre pareggi contro Polonia, Perù e Camerun e passammo il girone iniziale solo grazie alla differenza reti favorevole rispetto agli africani. Nel secondo turno eravamo inseriti in un girone terribile con Argentina e Brasile, ed i giornali titolarono. “Meglio andare a casa”, ma cosa ben più grave gli azzurri furono investiti da critiche feroci che toccavano la loro sfera privata: alcuni giornalisti scrissero che Cabrini e Rossi erano due “maricones”, Antonio Matarrese (noto esperto calcistico?), allora presidente della lega calcio, disse che gli azzurri andavano presi a calci nel sedere uno per uno. Disgustati gli azzurri iniziarono il primo silenzio stampa nella storia del calcio italiano delegando il solo Zoff, come capitano, a parlare per tutti; Bearzot si schierò fin da subito con i suoi ragazzi e pur non avendo neanche lui voglia di avere a che fare con questo tipo di giornalismo continuò a rilasciare interviste, difese a muso duro i suoi ragazzi arrivando anche allo scontro verbale. Quella squadra “magicamente” risorse: prima batté gli argentini di Maradona, neutralizzato con le buone e con le cattive da Gentile, poi Rossi si ricordò di essere “Pablito” e con tre reti stese il Brasile di Zico, neutralizzato anche lui da Gentile, poi con due la Polonia e aprì le marcature nella finale vinta contro la Germania Ovest .Poi il goal di Tardelli con urlo incorporato, il sigillo di Altobelli ed il triplice ”Campioni del Mondo” di Martellini a suggellare la vittoria del terzo titolo Mondiale: era l’11 luglio del 1982 e l’Italia, anche grazie a quella vittoria, uscì dalle secche degli anni di piombo e del terrorismo.

Nel conseguimento di questa grande vittoria l’apporto di Bearzot fu enorme, dalla gara con l’Argentina in poi non sbagliò più una mossa: inserì Oriali al posto di Marini e dette più verve al centrocampo, lanciò un 18enne in difesa, Bergomi, che ripropose al posto del regista Antognoni quando questi saltò la finalissima per squalifica. Giocammo quella gara senza un regista, con una difesa a 5 e colpendo i tedeschi in contropiede. Giocammo all’italiana, come era nel nostro DNA, ma non fummo mai passivi, Scirea pur essendo libero dette il là al secondo goal, la nostra manovra fu sempre accorta ma di ampio respiro: Bearzot vinse le sue partite tatticamente, poi i suoi ragazzi, molti di loro dei campioni, fecero il resto. Per il solito vizio italico di salire sul carro del vincitore il tanto vituperato Bearzot divenne quasi un padre della patria, gli dettero il soprannome di “Vecio” anche se aveva solo 54 anni quando vinse: ma “vecchi” divennero dopo il trionfo di Madrid i suoi ragazzi, che fallirono prima la qualificazione agli Europei dell’ ’84 ;in Messico nell’ 86’ Bearzot portò con sé gli ormai logori Rossi e Tardelli, ma non li fece mai scendere in campo, puntò su Altobelli(che con 4 reti fece del suo meglio)e su un altro giovane dal sicuro avvenire ma non bastò: una sola vittoria stentata sulla Corea del Sud  fece da prologo alla sconfitta contro la Francia di Platini che ci sconfisse in scioltezza. Fu l’ultima delle 104 panchine azzurre di Bearzot, battuto anche il record di Pozzo, perché nonostante avesse un contratto fino al ’90 decise di andare in pensione, accontentandosi di un ruolo marginale come coordinatore delle squadre nazionali.

Non andò mai più in più in panchina in gare ufficiali, anche se spesso guidò i suoi ragazzi, anche loro ritiratisi, in gare celebrative della mitica partita contro la Germania; quasi per un segno del destino, condusse alla vittoria i suoi ragazzi in un torneo ufficioso per vecchie glorie, il Mondiale over 35, nell’edizione del ’93 battendo a Trieste l’Austria. Era l’11 luglio, undici anni dopo il successo dell’’82. Personalmente quella vittoria nel Mondiale per vecchie glorie mi entusiasmò di più di quella, sulla carta molto più prestigiosa del 2006: quella era la nostra Nazionale, quella dei ragazzi del “Vecio”. Bearzot negli anni seguenti si isolò dal mondo del calcio, troppo diverso da quello che l’aveva visto protagonista, e sporadici furono i suoi interventi sui giornali.

Ci manchi sempre di più in questo calcio iper tecnologico, rissoso e poco cavalleresco. E da ben 5 anni, purtroppo, sarebbe doveroso ricordarti nelle varie trasmissioni che celebrano i grandi italiani.”

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