Conte, non servono rassicurazioni ma liquidità

Il Prof. Luca Andreassi in Zona Mista commenta l'ultima conferenza stampa del Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte

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La scena è già vista. Inquadratura volutamente sbilenca per fere entrare nell’immagine anche Rocco Casalino. La retorica è quella dei giorni migliori. Quelli, cioè, della poderosa macchina da guerra. Con tanto di “inchino” ai 5 stelle nella citazione di Adriano Olivetti, figura emblematica del Movimento, nonché primo datore di lavoro di Casaleggio padre.

In questo contesto, in piedi nell’atrio di Palazzo Chigi, Conte rassicura e si dice ottimista sul pronto rilancio dell’Italia. Anche per la disponibilità dei fondi europei. Peccato che a quelli disponibili subito e senza condizioni si sia detto di no. E peccato che questi altri, se arriveranno, sarà fra oltre un anno. Ma sui fondi europei ci torneremo.

Lo dico dall’inizio della pandemia. Ma credo sia un discorso di validità generale. Il patto di fiducia tra un politico ed i cittadini si cementa esclusivamente sulla base del fatto che non ci siano prese in giro. Le bugie non servono. Specialmente in questo periodo in cui non si ha bisogno di rassicurazioni ma di liquidità economica. Ed allora, basta con questi toni smielati da romanzo Harmony.

L’Italia è in recessione economica. Una recessione oggi attutita dall’effetto potente ma spesso non equo dei sussidi. Una sorta di antidolorifico che può funzionare per qualche settimana ma che necessariamente si esaurirà, presto, lasciandoci davanti uno scenario che prima affrontiamo e prima supereremo.

Iniziamo proprio dai sussidi. Il primo clamoroso paradosso è che i redditi più alti, dunque meno bisognosi, riescono ad intercettare una fetta enorme dei sussidi. Secondo UPB una su quattro del 10% delle famiglie con maggiori entrate del Paese sta ricevendo sussidi. Una fetta della torta che è grande tanto quanto quella destinata alle famiglie più povere. Alla faccia dell’Italia giusta che non lascia indietro nessuno.

La cassa integrazione, poi. A molti non è proprio arrivata. Ma anche a chi è arrivata sa che durerà al massimo nove settimane. Nel frattempo, già in 400.000 hanno perso il proprio lavoro. Uno tsunami che ovviamente si è abbattuto sulle categorie più fragili. Ovvero i 129 000 lavoratori con contratto a termine ed i lavoratori autonomi. Ma anche 76.000 lavoratori stabili hanno perso già il loro lavoro.

E se pensiamo che dal 17 agosto le aziende saranno autorizzate, se vogliono, a licenziare, è chiaro come si vada verso una perdita di posti di lavoro, quantificati dall’Unione Europea, in almeno 1 milione e duecentomila. Non lasciamo indietro nessuno ma probabilmente lo lasciamo senza lavoro.

E poi le norme labirintiche dei vari decreti non aiutano per nulla. Ingente è il credito erogato alle società non finanziarie, 22 miliardi. Ma quasi tutto concentrato nel mese di marzo. Così mentre negli altri Paesi i flussi crescono da noi si arrestano, verosimilmente per il freno imposto dalle responsabilità legali imposte sui funzionari di banca in caso di insolvenza.

Con dei casi paradossali in cui le banche inducono le imprese a rimborsare vecchi prestiti (non garantiti) per poterne accendere di nuovi con altri crediti. Stavolta garantiti dallo Stato.

E sarebbe importante ragionare prima che sia troppo tardi su un’altra data, quella del 30 settembre. Data in cui scadrà la moratoria su 240 miliardi di rimborsi di interesse e capitale dovuti dalle aziende alle banche sui loro debiti preesistenti il COVID19. E se non dovessero rientrare che succederà? Salteranno imprese? Salteranno banche?

Per essere rassicurati avremmo avuto bisogno di sapere dal nostro Premier come si potrà superare lo schema dei sussidi, che si sta per esaurire e quali saranno le logiche per individuare altre risorse a debito.

Perché questo è il vero punto. Punto che rende temerario ed improvvido rinunciare ad un solo euro proveniente dall’Europa per quale che sia la ragione.

P.S. A proposito di Europa, di cui tanto si discute e sui quali tanto si fa affidamento, credo sia opportuno dare uno sguardo al grafico allegato. Rappresenta la capacità dei vari Paesi di spendere i soldi provenienti dall’Europa. E, sorpresa, siamo la maglia nera. Forse grigio scura, Spagna e Lussemburgo fanno peggio. Alla fine dello scorso anno l’Italia aveva speso solo il 35 per cento dei fondi (26 miliardi), mentre il 73% (54,6 miliardi) era stato allocato contro la media europea dell’85 per cento. Spendiamo, insomma, poco e male i fondi europei vuoi per il deficit di programmazione degli interventi con bocciatura da parte della UE, vuoi per mancanza di capacità tecnica, vuoi per il turbinoso ricambio di assessori e dirigenti con un processo a singhiozzo, vuoi per il clamoroso numero delle gare d’appalto bloccate da ricorsi amministrativi.

Attenti a gongolare per i miliardi europei se poi li spendiamo, o meglio non li spendiamo, in questo modo.

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