Da Martina Giangrande una lezione di umanità

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Martina Giangrande
Martina Giangrande

Troppe, anche da autorevolissime cariche Istituzionali, sono state le prese di posizione che suonavano come un tentativo sociologico giustificazionista, verso colui che si è reso protagonista della tentata strage davanti Palazzo Chigi al momento del giuramento del Governo Letta. “La politica si deve interrogare davanti a simili atti. ora la politica dia le risposte”, e altre frasi su questo tenore sono state battute dalle agenzie di stampa a corollario di ciò che mai, dopo l’attentato a Togliatti nell’immediato dopoguerra, era accaduto in Italia. Non crediamo infatti che ci possano essere motivazioni capaci di attenuare o peggio giustificare colui o colei che, per rivalsa rispetto ai propri fallimenti o ai propri vizi si arroghi il diritto di togliere la vita ad altri esseri umani, non importa quanto potenti. E’ certamente doveroso interrogarsi sulle cause di tanto disagio sociale, spesso sconfinante nella disperazione, che spinge sempre piu’ persone ai margini della società, ma è indispensabile discernere con nettezza situazioni, cause ed effetti delle cose. In primo luogo si potrebbe benissimo evitare di concedere facili palcoscenici a coloro che, per debolezza, ambissero ad una spettacolarizzazione dei propri drammi, non per affrontarli, ne tantomeno per risolverli, ma molto piu’ semplicemente per metterli in piazza, dando per primi a loro stessi l’attimo di notorietà, la “fama”, qualche prima pagina e qualche comodo salotto televisivo. Ci si permetta di dire che ci sono disperazioni e disperazioni, diverse tra loro, nelle cause e soprattutto nel modo di affrontarle. Ci sono drammi familiari dovuti ai vizi dei singoli, magari indotti da chi dovrebbe proteggere gli animi meno attrezzati, vedi alla voce videopoker e gioco d’azzardo, e ci sono situazioni che, a nostro avviso, tantissime persone vivono, singolarmente e collettivamente, in silenzio, con una dignità ed una forza d’animo che meriterebbero un rilievo ben maggiore di quanto si conceda ad un’assassino mancato. Come non vedere con la giusta lente la differenza tra chi il dolore vive e chi vivendolo lo provoca agli altri? C’è chi fa della propria condizione strumento di offesa e chi silenziosamente e spesso in solitudine, ci convive, timidamente, con quel timore che rasenta la vergogna, pari solo agli sforzi compiuti per tirare avanti, spesso si, nell’indifferenza del mondo. Come non vedere questo schema proiettato sulle vicende di Luigi Preiti e della famiglia dell’Appuntato Giuseppe Giangrande, o meglio ciò che di essa ne rimane? Dal volto e dal tono della giovane figlia Martina, che a tre mesi dalla scomparsa prematura della madre si vede costretta a vedere compromessa anche la presenza del proprio papà, si può capire il significato della vera disperazione, quella che non ti permette altro che ribaltare la tua vita senza preavviso, per circostanze indipendenti da ogni tua volontà o azione, che ti stravolge ogni orizzonte, come se ad un aereo in decollo una forza misteriosa spezzi le ali. Tanti sono gli sforzi per rialzarsi ed ogni qualvolta si pensa di ripartire arriva l’ennesimo colpo che ti ributta a terra, in una continua sfida col destino che sembra invincibile. Quante persone, giovani e non, come Martina combattono quotidianamente col proprio destino senza fare della propria vita un arma da usare contro gli altri? Ecco, da persone come Martina ci viene una lezione di dignità e umanità che dovrebbe essere esempio da ricordare piu’ spesso, non per distribuire colpe o giudizi, ma per recuperare una sempre maggiore consapevolezza sulle reali condizioni che molte persone si vedono costrette a vivere, e non per questo ne fanno occasione per coltivare rancori, odi e spiriti di vendetta. Se una cosa ognuno di noi può fare, nel suo piccolo, per migliorare la condizione di tanti, molti piu’ di quanto ci si immagina, sono in difficoltà per i piu’ vari motivi, sta nel combattere la loro solitudine. Senza velleità oppressive, ma con quel delicato tepore che sprigiona l’affetto e l’ascolto. Non serve essere o immaginarsi eroi, perché simili pratiche spesso vanno poste in essere a partire da casa propria, verso il proprio partner, i propri amici, il vicino di casa, e colui o colei che non mostrasse alcun segno di difficoltà esteriore, magari perché l’orgoglio gli impone di tacere. Se tutti noi riflettessimo su questo, anche grazie al vissuto che ci offre Martina, forse qualcuno non arriverebbe neppure a pensare di dover scagliare il proprio disagio sugli altri sotto forma di pallottole.

Andrea Titti

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