Diario della Memoria 2017, la Fabbrica di Schindler non è un film

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Cracovia (foto Federica Ottaviani)
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Cracovia (foto Federica Ottaviani)

Cracovia è ricca di piccoli posti che raccontano una storia, e uno di questi si trova in via Lipowa n. 4, dove era situata (ed esiste ancora come museo) la Fabbrica di Schindler, resa famosa anche grazie al film “Schindler’s List” di Steven Spielberg. La sua fama, però, non si deve soltanto al successo del film, ma ai nobili fini datogli dall’imprenditore tedesco al momento della realizzazione. Quello non sarebbe stato semplicemente l’ ennesimo posto dove sfruttare gli ebrei, la “razza inferiore” secondo i tedeschi negli anni ’30 e ’40, bensì sarebbe stato il loro rifugio: con il pretesto di impiegati nella D.E.F (Deutsche Emaillewaren-Fabrik, ovvero “fabbrica di oggetti smaltati”), gli ebrei erano esenti dallo sfruttamento nei campi di concentramento. In questo modo, Oskar Schindler fu in grado di salvare dalla morte, nel 1945, oltre 1100 ebrei che lavoravano nella sua fabbrica. Il museo racconta la storia vissuta dagli ebrei durante quel periodo, mostrando anche immagini della situazione nel ghetto ebraico di Cracovia e altri luoghi della Polonia occupati dal dominio nazista. Si tratta di un percorso che coinvolge la vista, l’udito e il tatto, in modo tale che a ogni visitatore possa arrivare facilmente il messaggio: le condizioni disastrose di un paese sottomesso nella seconda guerra mondiale.  Ci sono stanze dedicate a foto dell’epoca, altre raccolgono lettere dei deportati nei campi di concentramento, una sala circolare ha i muri con su scritti i nomi delle vittime; un’altra quelli di coloro che si sono salvati. Corridoi con il pavimento inclinato, fatto di ciottoli o con muri molto stretti, a rievocare il senso di claustrofobia che si aveva dopo ore di lavoro in cunicoli con otto persone. Un corridoio è pieno di bandiere naziste, come alcune stanze contengono gli abiti dei maggiori tedeschi. Infine, in una stanza dalle mura bianche c’è un piccolo tratto di filo spinato su un pavimento di sassi bianchi, che si avvicina molto a quello dei campi di sterminio, in quanto ricorda anche il senso di piccolezza. La stanza che contiene i nomi dei deportati salvati è l’ultima, forse ad indicare il “lieto fine” di questo evento, anche se di lieto e felice, in quei campi, non c’era nulla. Non c’è modo di descrivere ciò che è accaduto in quei luoghi durante la Shoah: il museo di Schindler è solo in grado di fornirci una parte della realtà, ma niente potrà rievocarla.

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Cracovia (foto Federica Ottaviani)

 

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Cracovia (foto Federica Ottaviani)
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