Giancarlo Montoni intervista Giorgio Vallortigara

Giancarlo Montoni intervista Giorgio Vallortigara, professore di Neuroscienze presso il Centre for Mind-Brain Sciences dell’Università di Trento, di cui è stato anche direttore

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Giorgio Vallortigara

Uno dei più grandi successi della scienza è rappresentato dalla teoria darwiniana dell’evoluzione, eppure molte persone trovano più attraenti le suggestioni creazioniste. Per quale motivo troviamo più naturale credere a una mente creatrice superiore? Perché pensiamo in termini di obiettivi e di intenzioni? Ne abbiamo parlato con Giorgio Vallortigara, professore di Neuroscienze presso il Centre for Mind-Brain Sciences dell’Università di Trento, di cui è stato anche direttore. Il nostro ragionamento ha preso le mosse dai temi trattati nel libro “Nati per credere” che il Prof. Vallortigara ha scritto con Vittorio Girotto e Telmo Pievani.

Il nostro percorso ha inizio dalla copertina di “Nati per credere”, opera collettiva da Lei scritta con Vittorio Girotto e Telmo Pievani, in cui si dichiara subito la predisposizione del nostro cervello a fraintendere la teoria di Darwin. Partendo dalla considerazione che ovunque ci sono esseri umani si osservano credenze nel sovrannaturale, per quale motivo la spiegazione della funzione ansiolitica e della funzione sociale non sono sufficienti a rendere conto della tendenza dell’essere umano a orientarsi verso credenze quali quelle religiose?

“Quello che cerchiamo di spiegare nel libro sono i tratti comuni delle credenze nel sovrannaturale nelle varie culture. Sebbene le forme e i contenuti specifici possano variare, vi sono aspetti universali. Ovunque si osserva l’idea di un creatore, l’idea di una qualche forma di sopravvivenza dopo la morte e l’idea che esistano entità – spiriti, demoni, angeli eccetera – che violano in maniera palese alcune delle usuali leggi che regolano il mondo fisico (per esempio entità che sopravvivono alla morte, che passano attraverso altri oggetti o che si inseriscono proditoriamente nei corpi altrui…). L’idea che queste credenze abbiano origine nel tentativo di superare l’angoscia esistenziale associata alla conoscenza di dover morire non spiega perché riteniamo vera in prima istanza la credenza nella sopravvivenza della vita dopo la morte. La credenza in una vita dopo la morte può svolgere la sua funzione «ansiolitica» solo se essa è già ritenuta vera. Non può reggere invece l’argomento per il quale se assumo che ci sia vita dopo la morte, allora riduco l’ansia, quindi credo che ci sia vita dopo la morte… Se funzionasse davvero un simile meccanismo dovrebbe valere per qualsiasi forma di credenza che possa ridurre una qualsiasi forma di disagio, fisico o psicologico: Hai sete? Bene, basta che tu «creda» di aver appena bevuto una bella birra ghiacciata! Passata la sete? Temo di no … Sei innamorato e non sei ricambiato? Bene, basta che tu «creda» di aver appena fatto l’amore con la tua amata… Sei contento? Funziona? Ne dubito… Il mio collega Piergiorgio Odifreddi sottolinea spesso quanto lo meravigli il fatto che la gente ai funerali pianga… Ma come, se davvero «credono» – cioè pensano che sia vero – che ci sia vita dopo la morte, perché piangono? L’idea poi che le credenze nel sovrannaturale, specialmente quelle religiose, siano vantaggiose perché promuovono il comportamento altruistico (perlomeno tra i credenti, e la rivalità casomai tra gruppi di credenti in fedi diverse) non spiega i fenomeni che abbiamo elencato sopra. Certo che le credenze religiose rafforzano lo spirito di gruppo, ma ciò vale per qualsiasi altra forma di credenza, politica, ideologica o filosofica. Perché per rafforzare lo spirito di gruppo dovremmo aver bisogno di credere proprio in quelle cose lì e non in altre? Che ci sia un creatore, che ci sia vita dopo la morte o che esistano gli angeli…”;

Come nasce la superstizione?

“Il nostro cervello è dotato di meccanismi per rilevare la causalità, cioè per cogliere i nessi di causa-effetto tra gli eventi nell’ambiente. Ciò è adattativo perché il problema fondamentale per le creature biologiche è anticipare il futuro. I meccanismi per la rilevazione della causalità però sono ciechi, funzionano sulla base di certe semplici regole e a volte ci inducono in errore. Vediamo relazioni causali dove magari vi è solo mera correlazione o addirittura un nesso puramente accidentale. Da questo origina la superstizione: l’idea che siccome l’ultima volta prima di fare un esame ho sceso il letto al mattino mettendo sul pavimento prima il piede destro, scendere dal letto con il piede destro causerà un risultato positivo anche al mio prossimo esame…”;

L’ossessione degli esseri umani per le spiegazioni di tipo causale si notano già a pochi giorni dalla nascita. I meccanismi di causalità possono operare con due modalità: una legata all’esperienza, l’altra non basata sull’esperienza e legata a caratteristiche percettive e cinematiche. Può spiegarci in cosa consistono?

“Il filosofo David Hume pensava che la causalità potesse essere appresa sulla base dell’esperienza e dell’associazione. Vedo una palla che colpisce un’altra palla, e osservo che la seconda palla si mette in moto… Dopo molte osservazioni di questo tipo comprendo che il movimento della prima palla ha causato il movimento della seconda. Il problema è che, come ha mostrato in seguito lo psicologo sperimentale Albert Michotte, le persone (ma anche altri animali) percepiscono direttamente la causalità, non sulla base dell’esperienza, ma sulla base di precise relazioni spazio-temporali tra gli eventi. Ad esempio, è sufficiente introdurre un breve ritardo tra l’arrivo della prima palla e l’inizio del movimento della seconda per far svanire la percezione della causalità fisica. In buona sostanza, i rilevatori di causalità che operano nel cervello funzionano sulla base di semplici regole di contiguità spazio-temporale, che funzionano nella gran parte dei casi ma che possono anche produrre falsi allarmi, e farci vedere una relazione di causa-effetto anche laddove vi sia solo una contingenza del tutto fortuita”;

Le relazioni di causalità hanno bisogno di agenti, visibili e invisibili. Che tipo di percezione abbiamo degli agenti invisibili?

“Vi sono esperimenti che mostrano come bambini di pochi mesi possano condurre inferenze causali relative alle azioni di agenti invisibili. Soprattutto, i bambini sembrano possedere una nozione immediata e intuitiva di ciò che distingue le azioni e i comportamenti degli agenti intenzionali, le creature, gli oggetti animati, e degli gli oggetti inerti, che non posseggono invece scopi e intenzioni. Ad esempio, se in una scena gli oggetti vengono spostati in un modo casuale e disordinato, i bambini attribuiscono l’evento a un fenomeno fisico (sono stati spostati dal vento), ma se gli oggetti vengono spostati mettendoli in ordine, l’evento viene attribuito all’azione di un agente, perché le cose non finiscono spontaneamente in ordine…”;

Oggetti fisici inerti e oggetti animati. Due categorie che hanno rappresentazioni distinte nel cervello e alle quali sono associate sapienze che sono intuitive e non dipendono dall’istruzione. Focalizzandoci sugli oggetti animati, quali sono gli indizi con i quali riusciamo a riconoscerli?

“Questo è stato il lavoro cui ci siamo dedicati negli ultimi anni nel mio e in vari altri laboratori. In particolare nel mio laboratorio abbiamo studiato in parallelo i pulcini neonati (che sono animali precoci che possiamo studiare in assenza di qualsiasi esperienza pregressa) e i neonati della nostra specie (che costituiscono la migliore approssimazione alla minima quantità possibile di esperienze pregresse per una specie a sviluppo lento come la nostra). Pulcini e neonati mostrano una serie di predisposizioni per stimoli che assomigliano ai volti, per oggetti che si muovono con brusche variazioni di velocità, che si muovono con moto biologico, che sono semoventi… Tutte caratteristiche queste degli oggetti animati, che facilitano nei giovani organismi la formazione dei primi legami di tipo sociale. Impiegando certe tecniche di tipo neurobiologico abbiamo adesso un’idea di quali aree del cervello sono coinvolte in questi processi. Sono aree antiche, sotto-corticali, largamente condivise tra i vertebrati (alcuni lavori recenti nei laboratori di alcuni colleghi hanno confermato che queste regioni si attivano in presenza di oggetti animati persino nei pesci). Queste ricerche hanno interessanti implicazioni sul versante clinico, perché abbiamo trovato che i neonati a elevato rischio di disordini dello spettro autistico sembrano non possedere (o, forse, sviluppare solo in ritardo) queste predisposizioni biologiche a prestare attenzione agli oggetti animati”;

Dunque siamo intuitivamente dualisti. Quali sono le conseguenze di questo tipo di percezione e cosa si intende per essenzialismo psicologico?

“La distinzione tra oggetti inerti e oggetti animati è fondamentale perché costituisce la base per la costruzione di un cervello sociale. Nello stesso tempo rende plausibile la distinzione tra corpo e spirito. Pensate al trattamento che riserviamo ai cadaveri, cui deve essere attribuito rispetto perché sono stati abitati dallo spirito (e che sono così inquietanti perché mantengono ancora tratti associati all’animatezza – per es. il volto – mentre altri li han perduti: non si muovono più…). La distinzione tra oggetti inerti e oggetti animati porta con sé la capacità di immaginare corpi e anime come separati, e con ciò l’idea che l’anima possa sopravvivere alla distruzione del corpo o che esistano entità che sono pure anime, senza i fardelli dei corpi. L’essenzialismo, invece, è un meccanismo di tipo diverso. Corrisponde all’idea che esistano categorie di entità che sono accomunate da una qualche proprietà interna, non visibile, l’essenza per l’appunto, che ne definisce le caratteristiche. Molti studi hanno rivelato che i bambini sono spontaneamente essenzialisti. Sono convinti che un particolare animale rimane tale e mantiene il suo potenziale innato a dispetto dei cambiamenti nell’apparenza esterna (un coniglietto allevato da tigri continua a preferire le carote), e non sono disposti a scambiare un oggetto d’affezione con uno del tutto identico d’aspetto. Come gli esseri umani adulti, i bambini prediligono gli oggetti originali, che sono tali in virtù della loro essenza, non del loro aspetto superficiale. L’essenzialismo psicologico rende difficile accettare tecniche come quelle degli OGM e spiega la passione tutta umana per memorabilia e oggetti originali”;

Siamo portati a cercare animatezza, anche in cose che non hanno aspetto biologico, inoltre abbiamo un modo a volte paranoico di interpretare la correlazione tra eventi. Per quale motivo siamo così sensibili a questo tipo di interpretazioni?

“Certo, siamo infaticabili cacciatori di tracce della presenza di agenti animati. Ad esempio, vediamo facce ovunque, nelle nuvole, nelle macchie sulle pareti o nelle cortecce degli alberi… Questo fenomeno, che si chiama «paraeidolia», è stato documentato anche nelle scimmie. E quando siamo al buio nella nostra camera tendiamo a pensare che lo scricchiolio alla finestra sia prodotto da un malintenzionato che si vuole introdurre in casa, piuttosto che dall’azione del vento… La ragione è facile da capire. I costi e i benefici associati alle diverse interpretazioni sono molto diversi, perché se attribuisco l’evento a un fenomeno fisico (qualcosa) e invece c’è davvero un malintenzionato (qualcuno) pago un prezzo molto elevato rispetto a quello che potrei pagare per l’erronea attribuzione a qualcuno (un malintenzionato) di ciò che in realtà è un innocuo spiffero di vento (qualcosa). Insomma, si tratta di una sensibilità che è frutto di una saggezza evoluzionistica (quegli organismi che hanno prediletto interpretazioni meno paranoiche non sono più qui…)”;

Cosa si intende per spiegazione teleonomica? Fatta eccezione per l’età prescolare, quali sono i casi nei quali un individuo torna a scegliere spiegazioni di natura, per l’appunto, teleonomiche?

“Nel contesto degli studi di cui stiamo discorrendo significa spiegare un evento nei termini della sua funzione, del suo scopo piuttosto che dei meccanismi che l’hanno generato. Sono spiegazioni tipiche del pensiero infantile (le giraffe sono fatte per stare nello zoo, le nuvole stanno in cielo per essere mosse dal vento, le rocce sono appuntite perché così le caprette ci si possono grattare la schiena…). Se ne trovano tracce anche nel pensiero adulto, quando le persone devono reagire in fretta e sono sotto pressione, oppure nelle fasi iniziali di malattie neurodegenerative (piove perché l’orto aveva bisogno d’acqua…)”;

In che senso i bambini sono intuitivamente teisti?

“È un’ipotesi che è stata formulata da alcuni studiosi, secondo la quale i bambini possiederebbero una specie di idea astratta di agente intenzionale che fornirebbe la base per lo sviluppo di credenze di tipo teistico. Lo schema, l’involucro astratto dell’agente intenzionale verrebbe cioè riempito dagli specifici e differenti contenuti che le diverse culture e società hanno associato alle loro deità. Non è che i bambini siano spontaneamente religiosi, intendiamoci bene. Quello che si vuole dire qui è che i meccanismi adattativi che si sono evoluti per il comportamento sociale forniscono la base, ovviamente accidentale, per lo sviluppo spontaneo di credenze di tipo religioso”;

Religione come adattamento secondario. I meccanismi alla base delle credenze del supernaturale sono basati sugli adattamenti relativi alla sfera sociale. Ne deriva che le aree del cervello impegnate nella cognizione sociale sono le stesse implicate quando facciamo esperienze religiose. Per il nostro cervello, dunque, non c’è differenza tra Dio e una persona qualunque?

“I dati fin qui raccolti suggeriscono che la rappresentazione di Dio nel cervello non sia diversa da quella di un qualsiasi altro agente. Le persone che credono in religioni rivelate nelle quali Dio è visto come un’entità reale capace di contraccambiare le buone azioni compiute dai fedeli reclutano nel cervello le stesse aree che nella cognizione sociale presiedono a questi atti di scambio reciproco, quali che siano gli agenti coinvolti nello scambio. La preghiera, da questo punto di vista, non differisce nella sua rappresentazione cerebrale da una qualsiasi altra forma di interazione sociale”;

In che modo si comportano i due emisferi del cervello rispetto alle credenze?

“Secondo alcuni studiosi l’emisfero sinistro svolgerebbe un ruolo specifico nella formazione e nel mantenimento dei sistemi di credenze, un ruolo da “interprete” come l’ha definito il neuropsicologo Michael Gazzaniga. Di contro, secondo un’ipotesi formulata dal neuroscienziato Vilayanur Ramachandran, l’emisfero destro svolgerebbe una funzione da «avvocato del diavolo», rivelando incongruità e anomalie nei sistemi di credenze e provvedendo ad aggiornarli quando queste superino una certa soglia. Tutto ciò ovviamente non implica che l’emisfero sinistro debba svolgere un ruolo specifico nelle credenze di tipo religioso o sovrannaturalistico in generale. C’è però l’ipotesi che tanto più è spiccata l’interazione tra i due emisferi, tanto più questi «si parlano», tanto più sarà facile l’azione da parte dell’emisfero destro di modificazione e di aggiornamento delle credenze. La forza della preferenza manuale (per l’uso della mano destra nella gran parte delle persone e per l’uso della sinistra nei mancini) può costituire una misura del grado di interazione emisferica: tanto più è forte la preferenza manuale, tanto minore sarà il grado di comunicazione tra i due emisferi. Alcuni studi hanno rivelato che esiste in effetti una correlazione positiva tra forza della preferenza manuale (attenzione: qui si parla di forza, non di direzione, quindi vale sia per i destrimani che per i mancini) e inclinazione alle credenze di tipo creazionista. L’ipotesi è che gli individui con forte preferenza manuale siano meno propensi al cambiamento nel loro sistema di credenze perché l’azione da avvocato del diavolo dell’emisfero di destra sarebbe poco efficace, comunicando questo emisfero scarsamente con l’emisfero sinistro. L’interpretazione di dati relativi a correlazioni, si sa, è tuttavia sempre difficile. Inoltre, è bene sottolineare che si tratterebbe di processi che riguardano tutti i sistemi di credenze. Così come i soggetti con forte preferenza manuale sono impervi a modificare i propri sistemi di credenze creazioniste, i soggetti con debole preferenza manuale potrebbero essere facilmente inclini ad abbandonare concezioni evoluzioniste dopo averle inizialmente abbracciate. Insomma, sono necessari molti altri studi per fare chiarezza su questi fenomeni alquanto complessi”;

Per concludere: che ruolo giocano l’istruzione e l’ambiente culturale rispetto al superamento del creazionismo?

“Un ruolo fondamentale perché le predisposizioni biologiche sono, appunto, predisposizioni non leggi immutabili scolpite nella pietra. Tuttavia l’azione dei sistemi educativi e culturali deve passare attraverso la conoscenza e la comprensione di queste predisposizioni biologiche. Se pensiamo che i bambini siano contenitori vuoti che debbono essere riempiti di conoscenze che non posseggono ancora, come per esempio quelle relative all’evoluzione biologica, si va incontro a difficoltà e fallimenti. Superare le concezioni creazioniste è possibile se si riconosce che fa parte del nostro retaggio biologico-cognitivo l’inclinazione a spiegare in termini funzionali gli eventi del mondo naturale, e che ogni oggetto complesso è per noi, naturalmente e spontaneamente, il prodotto dell’intenzione di un artefice anziché dell’operare senza scopo di un meccanismo come la selezione naturale”.

Giorgio Vallortigara, biografia sintetica:

Giorgio Vallortigara, professore di Neuroscienze presso il Centre for Mind-Brain Sciences dell’Università di Trento, di cui è stato anche direttore.

Per vari anni Adjunct Professor presso la School of of Biological, Biomedical and Molecular Sciences dell’ Università del New England, in Australia.

È autore di più di 300 articoli scientifici su riviste internazionali (con oltre 19.000 citazioni, h-index Google Scholar: 78) e di alcuni libri a carattere divulgativo: “Cervello di gallina. Visite (guidate) tra etologia e neuroscienze”, Bollati-Boringhieri, Torino, 2005 (vincitore del Premio Pace per la divulgazione scientifica nel 2006), “Nati per credere” con V. Girotto e T. Pievani) Codice, Torino, 2008, “La mente che scodinzola” Mondadori, Milano, 2011 selezionato dalla Giuria Scientifica del Premio Galileo 2013), “Cervelli che contano” (con N. Panciera) Adelphi, 2014, “Piccoli equivoci tra noi animali” (con L. Vozza) Zanichelli, 2015 e “Da Euclide ai Neuroni”, Castelvecchi, 2017.

Ha inoltre pubblicato nel 2013 la monografia, “Divided Brains” con L.J. Rogers and R.J. Andrew per Cambridge University Press, tradotta per Mondadori Education (con il titolo “Cevelli divisi”, 2017).

Nel 2011 ha ottenuto uno dei prestigiosi ERC Advanced Research Grant della Comunità Europea e nel 2019 un secondo ERC Advanced Research.

Nel 2016 ha ottenuto il Premio internazionale Geoffroy Saint Hilaire per l’etologia. e una laurea honoris causa dall’Università della Ruhr, in Germania. È socio dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti e Fellow della Royal Society of Biology.

Oltre alla ricerca scientifica svolge un’intensa attività di divulgazione, collaborando con le pagine culturali di varie testate giornalistiche e riviste, quali il Sole 24 Ore e Le Scienze.

Personal webpage:http://r.unitn.it/en/cimec/abc

Twitter: @gVallortigara

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