Il regista Pablo Larrain alla Festa del Cinema

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Pablo Larrain
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Pablo Larrain

Il regista cileno Pablo Larrain conosce bene Roma: nel lontano 1999 lavorò per un mese in un bar di Trastevere. Conosce bene anche il cinema italiano: prima di iniziare a girare un film, è solito guardarne uno di Pasolini con la sua troupe. Ora è tornato nella Capitale da protagonista di una delle retrospettive della Festa del Cinema di Roma: tra i suoi film proiettati, Fuga (2006), Tony Manero (2008), Post Mortem (2010), No (2012), El Club (2015). È questo il film associato all’incontro del regista con pubblico e stampa, pellicola che gli è valsa il Gran Premio della Giuria alla scorsa edizione del Festival di Berlino. La storia ruota attorno a quattro sacerdoti che vivono insieme in una casa isolata, in una piccola città sulla costa cilena: ognuno di loro vi è stato inviato per espiare i peccati commessi in passato. Vivono osservando un regime rigoroso sotto l’occhio vigile di una suora sorvegliante. La fragile stabilità della loro routine viene interrotta dall’arrivo di un quinto uomo, appena caduto in disgrazia, che porta con sé il suo passato oscuro. Il suo suicidio pone fine alla tranquilla quotidianità del gruppo. La Chiesa invia un investigatore per chiarire l’accaduto: dagli interrogatori emergono inquietanti realtà. Tra i temi di El Club, peccati, dogmi e scandali all’interno della Chiesa Cattolica.

Larrain ha incontrato il pubblico e i giornalisti della Festa:

Che si prova a essere protagonista di una retrospettiva a meno di quarant’anni?

Larrain: “Ė bellissimo per me essere qui, Roma ha avuto un ruolo fondamentale nel cinema che mi interessa. Questo è un momento di grande splendore per il cinema latino – americano, un cinema non auto compiaciuto. L’America Latina ci ha dato grandi cineasti che hanno costruito storie universali: non possiamo non seguire le loro orme. Ora è nato un nuovo cinema latino, volto a restituire un’immagine diversa dell’America Latina: non una parte del mondo impoverita, ma una regione che non sente più i complessi di inferiorità”.

Il film trasmette una sensazione di mistero, sembra che il pubblico condivida con te la scoperta di un segreto.

Larrain: “Avverto il bisogno di avere uno spettatore attivo. A volte il cinema non si fida dello spettatore, non gli permette di dare una libera interpretazione del film. Attraverso la tecnica del mistero, induco il pubblico a supposizioni su quanto accade nella storia”.

Da quali registi internazionali trae ispirazione? Per questo film a chi si è ispirato?

Larrain: “A seconda dei periodi della mia vita, ho avuto vari amori cinematografici. Dall’impressionismo tedesco al cinema di Pasolini, un regista che fa levitare il personaggio, ma anche il cinema francese e quello americano di Kubrick. Per questo film mi sono ispirato a I. Bergman e L. Buñuel”.

Nel film notiamo un atteggiamento artigianale della macchina da presa. Come ha lavorato su questo?

Larrain: “C’è una calligrafia visiva che permette di essere in sintonia con la linea del film. Con il direttore della fotografia, abbiamo creato una tessitura capace di fare un film contro l’egemonia dell’alta definizione: abbiamo usato un obiettivo antico, sovietico, unito a dei filtri. Il cinema è anche atmosfera: ricreando la penombra, abbiamo trasfigurato visivamente un luogo di pena, compassione, colpa e peccato”.

Segue Papa Francesco?

Larrain: “Ovviamente seguo tutta la realtà religiosa latino – americana. Nel film viene mostrata la lotta tra la vecchia e la nuova Chiesa, quella dell’attuale Papa, più umile e più vicina ai fedeli. Ciò che entrambe condividono è il terrore per la stampa e i nuovi media, una questione molto attuale. Prima lo status di vittima era umiliante, ora le vittime sono protette per il loro coraggio di denunciare gli abusi: in questo modo nascono gli scandali sui giornali. Ormai non c’è differenza tra fedeli religiosi e followers di Twitter”.

Lei ha dichiarato che i suoi film non sono politici.

Larrain:”Attenzione: ho detto che non hanno un obbiettivo politico – ideologico, che non sono pamphlet. Tutto il cinema è politico, offrendo un punto di vista su un fatto. Il mio cinema, però, è diverso da quello degli anni ’60, ’70 e ’80, che aveva l’obbiettivo politico di trasmettere allo spettatore l’impulso al cambiamento”.

Che opinione si è fatto sulla mancata accettazione dell’omosessualità da parte della Chiesa Cattolica e sulle connessioni dell’omosessualità alla pedofilia?

Larrain: “La Chiesa tenta di reprimere il desiderio umano. Spesso l’omosessualità e la pedofilia vengono associate, ma occorre distinguere le due cose: la prima è un orientamento sessuale, la seconda è una malattia. Certo, esistono casi di preti omosessuali pedofili, e sono quelli che emergono di più. La Chiesa è ancora convinta che l’omosessualità sia una malattia e che la sessualità sia solo finalizzata alla riproduzione: è una visione cieca e limitante. Ma il desidero non va represso, altrimenti esplode: quando la Chiesa lo capirà, le cose andranno meglio.”.

 

 

 

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