Io guarito dal Coronavirus

Luca Argano, 49 anni di Albano Laziale racconta la sua esperienza col Coronavirus: dal contagio in Trentino al ricovero all'Umberto I, fino al ritorno a casa del 26 Marzo

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infermiera
Infermiera

Ogni guerra ha i suoi sopravvissuti e questa battaglia contro il COVID19 non fa eccezione. Oggi raccontiamo la storia di Luca Argano, 49enne di Albano Laziale, colpito dal virus, ricoverato al Policlinico Umberto I di Roma e da ieri tornato nella sua casa di Albano: guarito, anche se dovrà trascorrere un periodo di isolamento domestico.

Luca: ci può raccontare la sua esperienza?

“Sono andato con mia moglie e le mie due figlie, insieme a un’altra analoga famiglia di amici, in settimana bianca dal 29 Febbraio al 7 Marzo, a selva di val Gardena , in Trentino . siamo partiti dopo aver telefonato alla Pro Loco di Selva per sapere se ci fossero delle restrizioni ma ci avevano assicurato di no, tutto era aperto, sicuro e funzionante. Al termine della vacanza, la mattina del 7, prima di metterci in viaggio in automobile, ho iniziato ad avvertire mal di testa e febbre.. Arrivato a casa, dopo qualche ora, ho avuto febbre a 38,5. Ho chiamato l’indomani il 1500 e poi il numero verde regionale : 800 11 88 00. Ho spiegato i sintomi, la mia provenienza e le persone con cui ero venuto a contatto e mi è stato consigliato di rimanere a casa in isolamento. Dopo 3 giorni mi è scomparsa la febbre e sono cominciati i dolori addominali. Il quinto giorno ho iniziato ad avere tosse e rialzo febbrile a 37,5. Il settimo giorno, domenica, non avevo olfatto, ero inappetente e la febbre era risalita a 38,5. Mia moglie, medico al Nuovo Ospedeale dei Castelli, mi ha registrato la saturazione dell’ossigeno, che peggiorava di ora in ora, e quindi abbiamo chiamato il 112. Alle 21 è arrivata l’ambulanza e sono stato trasferito al Dea dell’Umberto I. Lì sono rimasto in isolamento sull’ambulanza per molte ore: perche stavano allestendo una stanza per me. Nel frattempo sul mezzo mi hanno fatto tampone, prelievi venosi ed emogas arterioso. Poi sono svenuto.

Alle 3 di notte circa mi hanno fatto entrare in una stanza isolata con bagno, seguendo un percorso dedicato e con operatori super attrezzati con dispositivi di protezione. A notte fonda la tac toracica ha evidenziato una polmonite bilaterale con opacità a vetro smerigliato, di grado iniziale.

L’indomani è arrivato l’esito del tampone:positivo. Sono stato trasferito in reparto COVID , della seconda clinica chirurgica del l’Umberto I ed ho iniziato la terapia con flebo e compresse di antivirali. La terapia, come evidenziato nella lettera di dimissioni, era a base di idrosdiclorochina (antimalarico), Lopinavir/ritonavir (antivirale), Darunavir/cobicistat (antivirale), levofloxacina (antibiotico). Dopo 12 giorni i valori ematici e l’ossigenazione sono tornati a valori normali e pertanto sono stato dimesso per tornare a casa, in stanza con bagno isolato dal resto della famiglia, dove sono tutt’ora e dove rimarrò per due settimane almeno.

Alla dimissione mi è stato offerto di proseguire la quarantena obbligatoria in un albergo dedicato oppure di passarla a casa se le condizioni di isolamento lo permettevano. Consigliato da mia moglie ho optato per la seconda soluzione”;

Che impressione ha avuto del personale medico e infermieristico con cui è stato a contatto?

“Il personale medico è stato eccezionale, mi hanno sempre informato delle mie condizioni e sono stati sempre molto positivi ed umani. Ho visto quasi sempre le stesse facce:,segno che i turni erano ben più lunghi del normale. Gli operatori, dai medici agli infermieri e agli addetti ai servizi sono stati sempre molto attenti alle procedure, sia nei percorsi che nella gestione in stanza.

Sono stato due giorni al Dea, due in reparto, poi all’Eastman riconvertito al covid, dove dopo 4 giorni si sono rotte le fogne, rendendo inservibili i bagni, per poi essere trasferito al reparto malattie infettive, sempre all’Umberto I, dove sono rimasto dal 15 al 26 Marzo”;

Come ha vissuto la solitudine rispetto ai suoi cari durante il ricovero?

“Sono stato sempre in stanza con un altro paziente. Con tutti e tre ho instaurato un rapporto di condivisione e amicizia che mi è stato fondamentale per superare lo stress da isolamento.

Il brutto di questa esperienza, oltre gli inevitabili effetti collaterali della terapia , sono proprio l’isolamento e la mancanza di contatti umani, tranne che con gli operatori sanitari, che però vestono con dispositivi integrali che li rendono totalmente impersonali. A questo si aggiungono le storie dei pazienti più gravi, che arrivano dalle stanze attigue, da cui si sente tutto, ogni rantolo o colpo di tosse. Storie drammatiche di cui preferisco non parlare”;

Quale è stata la sua paura più grande?

“La paura. La paura più grande è stata quella di aggravare e non avere la possibilità di vedere mia moglie e le mie due bimbe”;

C’è stato un momento in cui ha perso la speranza?

“Il giorno più brutto è stato il terzo giorno di cura, con dolori al petto, fame d’aria e diarrea continua. Poi i sintomi si sono attenuati”;

Quando ha avuto la sicurezza di esserne uscito?

“Il giorno più bello è stato l’ultimo, quando la primaria di malattie infettive ha reputato soddisfacenti gli esami e mi ha fatto riaccompagnare a casa in ambulanza”;

Oggi cosa pensa di tutto ciò che ha passato?

“In questo piccolo dramma fondamentale è stata la negatività al tampone di mia moglie, che ha comunque scontato 14 giorni di quarantena a casa e che domani riprenderà il suo posto al NOC di Ariccia in reparto. La consapevolezza di non aver infettato nessuno è stata la mia più grande consolazione”. Ho provato sulla mia pelle gli effetti fisici e psicologici di questa malattia e in definitiva la grande professionalità degli operatori sanitari, le cure massicce e la vicinanza quantomeno digitale di parenti ed amici mi hanno permesso di uscirne in buone condizioni”.

Di Andrea Titti

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