Italvolley, Berruto è il Karpol o il Girolamo Savonarola della pallavolo italiana?

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Nikolay Karpol, storico ct della Russia femminile di pallavolo
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Nikolay Karpol, storico ct della Russia femminile di pallavolo

“Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”, il famoso aforisma attribuito a Beltolt Brecht ben si attanaglia con quel pasticciaccio brutto che c’è dietro le dimissioni dell’ormai ex ct dell’Italvolley maschile Mauro Berruto, a poco meno di un anno da Rio 2016.

I fatti sono presto detti: l’ex commissario tecnico durante l’ultima World League dello scorso luglio proprio a Rio de Janeiro sorprende capitan Travica e altri 3 pallavolisti del gruppo in ritardo rispetto agli orari di rientro nel ritiro pretorneo.

L’espulsione, atto ineccepibilmente corretto per rispetto agli altri compagni di squadra, però apre un vaso di Pandora di polemiche tra lo stesso Berruto, alcuni giocatori e la federazione pallavolo italiana (Fipav) oltre il naturale riverbero su social media e sulla stampa in generale.

Tante le interviste, troppe le accuse dirette ed indirette tra le parti in causa. La Federazione sceglie di confermare Berruto, ma con il montare delle polemiche decide di non difenderlo oltre misura, finché il tecnico torinese non ha deciso di togliere il disturbo.

In una bella intervista concessa a Flavio Vanetti sul Corriere della Sera del 13 agosto scorso l’autodifesa dell’ex ct è puntuale, accorata e orgogliosa. Berruto si sa è uomo di cultura, poco incline allo star system che indubbiamente fa figli e figliastri nello sport italiano. I risultati, per essere chiari, sono in generale decenti (parliamo del movimento olimpico), ma niente di più.

Il Coni fa il possibile, Malagò dopo qualche anno di mandato da presidente ha raccolto risultati importanti, ma senza portare quella rivoluzione che in verità necessita di anni di semina ed impegno. CI vorrebbe una vera programmazione sportiva, un ritorno allo spirito dei Giochi della Gioventù, ma sarebbe un discorso troppo lungo e complesso da fare (l’occasione verso Rio non mancherà per tornare sull’argomento).

Berruto rivendica i suoi risultati e la sua autonomia di pensiero: quel credo fondato sul rispetto delle regole che pur lodevole, ha portato risultati lusinghieri rapportati all’abisso in cui era sprofondato nel quinquennio che dall’anno post olimpico di Atene 2004 (il 2005) aveva portato a metà del percorso verso Rio 2012 (il 2010).

Lo sport insegna il rispetto delle regole, ma esige ad alto livello risultati all’altezza. Berruto con il miracoloso bronzo londinese, due argenti europei ed altri grandi risultati ha assolto ai suoi doveri da ct di una grande nazione come l’Italia pallavolistica.

Il problema però che se la politica “è l’arte del possibile” lo sport ad alto livello è l’arte della mediazione, soprattutto negli sport di squadra come pallavolo, basket, calcio, rugby ecc.

La gestione di un gruppo è un impegno difficile, Berruto ha dimostrato di saperlo fare. L’impressione è però che sia andato oltre il suo ruolo.

Oltre perché la battaglia sulla legalità, sulla moralità ed in generale sull’etica c’è un punto di equilibrio che va conservato.

Rio e il fallimento della spedizione dopo le esclusioni sopracitate, dimostrano che le regole sono importanti, ma sono i giocatori ad andare in campo.

La pallavolo ha avuto in Karpol un grande tecnico, un guru che ha plasmato la grande Russia femminile negli anni Settanta, Ottanta e Novanta fino agli anni Duemila.

Famose le sue sfuriate in diretta televisiva, che se pur premiate dai risultati erano inaccettabili per lo spettatore medio. Quella violenza, quelle urla in faccia alle giocatrici durante i time out hanno fatto epoca.

Berruto sembra aver smarrito quel senso di misura, come Karpol e ricorda facendo un paragone ardito Girolamo Savonarola. Il grande fustigatore dei costumi malsani della Firenze post medicea e di una Chiesa corrotta, fondò la repubblica fiorentina, ma perse la vita arso vivo sul rogo in odore di eresia.

Aveva ragione, fu vittima della corte papale, ma morì.

Non vorrei che Berruto sull’altare dell’etica e della moralità passasse alla storia della pallavolo italiana per il fustigatore dei costumi di alcuni, smarrendo la rotta verso i risultati che il movimento merita.

Berruto ha idee diverse, ha sempre cercato non le “coppe ed i trofei, ma la fatica, i giri lunghi passando per oratori, categorie giovanili, campionati di serie B, A2, A1, di Grecia, di Finlandia”.

Con tutto il rispetto, c’è anche dell’altro, non vorrei che l’ex commissario tecnico divenisse schiavo come Lotito del suo “calcio didascalico” che era diventato suo feticcio e manifesto tanto da dire, come ricordava anni fa in un bel pezzo Aldo Grasso, sempre sul Corriere della Sera: «Io sono per un calcio didascalico e moralizzatore e ho un ispiratore nobile, il Manzoni».

Il dibattito è aperto, vedremo se il suo ex assistente Blengini, allenatore della Lube Civitanova, club di rango della Serie A italiana sarà all’altezza.

Anche Velasco, il messia della pallavolo italiana, il creatore della Generazione dei Fenomeni degli anni Novanta, pareva non avere eredi, invece Bebeto andò se possibile ancora più vicino all’oro olimpico e assieme ad Anastasi, passando per Montali e approdando a Berruto continuò l’epopea d’oro del volley maschile italiano (Italia almeno in semifinale olimpica da Atlanta 1996 e Londra 2012).

Insomma non a caso “morto un Papa se ne fa sempre un altro”, Savonarola guarda caso non era Sommo Pontefice.

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