La carica dei centouno

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Pierluigi Bersani Pd
Pierluigi Bersani

L’elezione del Presidente della Repubblica è la votazione-trappola per antonomasia nella politica italiana. La storia degli scrutini per il Colle è densa di situazioni che hanno oscillato tra il comico ed il tragico passando per l’assurdo. Dal “nano maledetto non sarai mai eletto” rivolto da un Grande Elettore al Presidente della Camera Amintore Fanfani tanti decenni fa, allo stallo del 1992, risolto, mi si consenta il termine infelice,  al sedicesimo scrutinio in favore di Oscar Luigi Scalfaro, dopo un duello infinito con Arnaldo Forlani, con sullo sfondo la necessità di un Presidente che fosse presente ai funerali di Giovanni Falcone e delle altre vittime della strage di Capaci. Nel mezzo decenni di nomi improbabili, pronunziati dal titolare dello scranno più alto di Montecitorio, l’immancabile Giulio Andreotti, più volte impallinato negli anni, il Rocco Siffredi dell’altro ieri, Mussolini e Sofia Loren, solo per citarne alcuni. Il Partito Democratico ha gestito una partita difficile nella maniera peggiore. Ha detto bene ieri sera il giornalista Andrea Scanzi che, ospite di Gianluigi Paragone conduttore de “L’Ultima Parola”, ha parlato senza mezzi termini di presunzione, di incapacità di leadership da parte di Bersani ed in generale dal gruppo dirigente, voluto dall’ex Ministro dei governi Prodi due anni fa. Il PD poteva tergiversare nelle prime votazioni. per non bruciare delle figure di spicco, per usare candidati di bandiera, Bersani poteva e doveva condividere la scelta con i suoi prima di chiudere la trattativa con Berlusconi mercoledì scorso. Invece riecheggia ancora nelle segrete stanze quel “decido io” che avrebbe scandito l’ormai ex Segretario nella notte che doveva accompagnare Franco Marini al Colle. La sera di mercoledì, con un’infuocata assemblea al teatro Capranica di Roma, non ha consigliato al gruppo dirigente di fare un passo indietro dal nome dell’ex Presidente del Senato, pur avendo l’accordo in tasca con Pdl, Scelta Civica e poi dopo qualche ora con la Lega. La conta nel partito è cominciata lì con circa duecento franchi tiratori, anche se è improprio parlare così dei renziani, Giovani Turchi ed altre componenti che proprio in assemblea avevano votato “no” e si erano scagliati contro la scelta di Marini, alla luce del sole.

Giovedì mattina, quindi, era stato bruciato Franco Marini, il pomeriggio fatto di schede bianche, ma anche di voti a D’Alema e allo stesso Prodi, apriva la strada ad altri incontri notturni e diurni prima della nuova assemblea al Capranica di ieri (venerdì mattina ndr). Intanto reggeva, mercoledì e giovedì,  al mattino, come al pomeriggio, il nome voluto da Grillo (un capolavoro la sua dichiarazione di inizio settimana in cui offriva al PD il nome dell’ex Presidente dei Ds per il Colle più alto), dopo i rifiuti di Gabbanelli e Strada: il Professor Stefano Rodotà. I 240 voti del mattino del 18 Aprile (con Sel) e i 230 voti del pomeriggio di mercoledì erano un segnale di compattezza sia dei grillini, sia un nome che sfondava nell’area del centrosinistra che Bersani e company continuavano a trascurare. Giovedì con 249 voti e 213 il tema non cambiava, con la differenza non da poco che prima c’erano qualche voto del centrodestra e dopo, con l’astensione della coalizione berlusconiana, qualche voto del Partito Democratico, visti anche i numeri del Ministro Cancellieri, che diventava il candidato di Scelta Civica e che entra, ad ora, nella rosa dei favoriti, con il plauso pubblico del Cavaliere di questa notte.

Venerdì mattina l’”annuntio vobis gaudium magnum” di Pierluigi Bersani sarebbe stato accolto con una standing ovation (quasi unanimi le testimonianze di Grandi Elettori che vanno in questo senso, ma anche qualche voce contraria che sussurrava ieri di qualche astenuto e voto contrario). Prodi, in maniera quanto meno azzardata, rispondeva alla chiamata di uno dei suoi fedelissimi, il Governatore ligure, Claudio Burlando con un “arrivo appena posso” che farà epoca nei must delle dichiarazioni politiche. In aula dopo il trionfo delle schede bianche del mattino, con il Pdl che non vota, il redde rationem pomeridiano viene anticipato dalla nuova astensione dei berlusconiani. Una mossa azzardata, che alla fine risulta vincente per stanare proprio i 101 franchi tiratori, nel vero senso della parola. Prodi va sotto le più nefaste previsioni, la soglia dei quattrocento voti è più che psicologica, saltano nel giro di qualche ora le cariche di Rosy Bindi, che si dimette da Presidente dell’Assemblea del Partito Democratico con una lettera in cui senza mezzi termini accusa di essere stata messa ai margini dalle decisioni dopo le elezioni e che, non volendo essere corresponsabile di decisioni non condivise, rendeva pubbliche dimissioni presentate a Bersani qualche giorno fa.

Lo stesso Pierluigi Bersani si dimetteva durante una drammatica ennesima riunione al Capranica, più di tante parole fanno fede le dichiarazioni  del deputato PD Gianclaudio Bressa a Radio Rai ieri sera, nello speciale per il Qurinale. Il “mi sono rotto le scatole” di una linea decisa al mattino e mai rispettata alla sera dice tutto. Dichiarazioni chiare, non auto assolutorie, che se pur con la concitazione di un voto ed un’ennesima ferita ancora aperta, fanno onore all’Onorevole piddino.

E adesso? Probabilmente una mattinata di schede bianche, con il Partito Democratico finalmente convintosi, come ha dichiarato il Segretario dimissionario a non fare tutto da solo, aprendo agli altri schieramenti. Al pomeriggio difficile che si trovi già un accordo, ma una votazione utile a capire chi resisterà e per controllare se continueranno a reggere ed attrarre elettori Stefano Rodotà ed Anna Maria Cancellieri.

Nicola Gallo

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