La Città di Albano Laziale invitata dalla comunità ebraica di Roma

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CRONACA – La Città di Albano Laziale è stata invitata, attraverso la presenza del Sindaco Nicola Marini, questa mattina alle celebrazioni per il 70mo anniversario del rastrellamento del ghetto ebraico di Roma da parte delle truppe naziste nel del 16 ottobre 1943. “Sono stato invitato personalmente a rappresentare la nostra città – ha dichiarato il Sindaco Nicola Marini – direttamente dal Rabbino capo della comunità ebraica romana, per il coraggio dimostrato dai cittadini di Albano in occasione della vicenda che ieri ci ha visti, nostro malgrado protagonisti, per riaffermare i valori antifascisti di cui è imperniata l’Italia e con essa i nostri territori. Sono orgoglioso ed onorato – ha concluso Marini – di rappresentare in questa occasione Albano Laziale e tutti i suoi cittadini”.

LA STORIA

Nel settembre del 1943, la comunità ebraica romana contava tra le 8.000[8] e le 12.000[9] persone.

All’indomani dell’occupazione tedesca di Roma  settembre 1943), Herbert Kappler, tenente colonnello delle SS, comandante dell’SD e della Gestapo a Roma, ricevette un messaggio da Heinrich Himmler, ministro dell’interno, comandante delle forze di sicurezza della Germania nazista e teorico della soluzione finale della questione ebraica: “i recenti avvenimenti italiani – recitava il messaggio – impongono una immediata soluzione del problema ebraico nei territori recentemente occupati dalle forze armate del Reich” [10][8].

Il 24 settembre successivo, Himmler fu più esaustivo, in un telegramma segreto e strettamente riservato per il colonnello Kappler: “tutti gli ebrei, senza distinzione di nazionalità, età, sesso e condizione, dovranno essere trasferiti in Germania ed ivi liquidati. Il successo dell’impresa dovrà essere assicurato mediante azione di sorpresa”.

Nel pomeriggio di domenica 26 settembre 1943, Kappler convocò presso il proprio ufficio a Villa Wolkonsky il rabbino capo della Comunità israelitica di Roma, Ugo Foà, e il suo presidente Dante Almansi, intimando loro la consegna, entro trentasei ore, di almeno 50 chilogrammi d’oro minacciando, prima, la deportazione di duecento ebrei romani verso la Germania, poi, di tutta la comunità ebraica. In cambio dell’oro, Kappler promise l’incolumità agli ebrei.

La mattina dopo iniziò la raccolta dell’oro all’interno del Tempio maggiore (sinagoga). Nel pomeriggio la Santa Sede comunicò in via ufficiosa che avrebbe autorizzato un prestito in lingotti d’oro sino al raggiungimento dei 50 chilogrammi richiesti dalla polizia tedesca, ma ciò non fu necessario.

Alle ore 18 di martedì 28, dopo una proroga dei termini di quattro ore, accordata dallo stesso Kappler, i capi della Comunità ebraica romana si presentarono a Villa Wolkonsky per la consegna dell’oro. Kappler li fece accompagnare da una scorta in Via Tasso 155, dove l’oro fu pesato per ben due volte e alla fine risultò pesare 50,3 chilogrammi.

Kappler spedì immediatamente l’oro a Berlino, al capo dell’ufficio centrale per la sicurezza del Reich, generale Ernst Kaltenbrunner, con una lettera di accompagnamento nella quale si esprimevano perplessità sulla fattibilità della deportazione e si suggeriva di utilizzare gli ebrei romani come mano d’opera per lavoro obbligatorio.

Kaltenbrunner rispose sdegnato: “E’ precisamente l’estirpazione immediata e completa degli ebrei in Italia nell’interesse speciale della situazione politica attuale e della sicurezza generale in Italia”. A guerra finita, l’oro fu trovato intatto nella cassa, in un angolo dell’ufficio di Kaltenbrunner.

Il 14 ottobre successivo, Kappler ordinò il saccheggio delle due biblioteche della Comunità ebraica e del Collegio rabbinico e fece caricare due vagoni ferroviari diretti in Germania con materiale di inestimabile valore culturale. Gli agenti di Kappler portarono via anche gli elenchi completi dei nomi e degli indirizzi degli ebrei romani. Alla successiva individuazione dei domicili collaborarono anche i commissari di pubblica sicurezza Raffaele Aniello e Gennaro Cappa. Lo stesso giorno, Kappler inviò una lettera al comandante del campo di sterminio di Auschwitz, Hoess, dicendogli che avrebbe ricevuto intorno al 22-23 ottobre un carico di oltre 1000 ebrei italiani e di prepararsi al concedergli il “trattamento speciale”.

All’alba di sabato 16 ottobre 1943, giorno festivo per gli ebrei, scelto appositamente per sorprenderne il più possibile, trecentosessantacinque uomini della polizia tedesca, coadiuvati da quattordici ufficiali e sottufficiali, effettuarono il rastrellamento degli appartenenti alla comunità ebraica romana. Nessun italiano fu ritenuto abbastanza fidato da Kappler per partecipare all’azione. Un centinaio di uomini circa fu destinato all’operazione all’interno del ghetto e i rimanenti nelle altre zone della città.

La Gestapo operò prima bloccando gli accessi stradali e poi evacuando un isolato per volta e radunando man mano le persone rastrellate in strada. Vecchi, handicappati e malati furono gettati con violenza fuori dalle loro abitazioni; si videro bambini terrorizzati che si aggrappavano alle gonne delle madri e donne anziane che imploravano invano pietà. Nonostante la brutalità dell’operazione, le grida e le preghiere strazianti, i rastrellati si ammassarono abbastanza disciplinatamente, tanto che – a detta di Kappler – non fu necessaria l’esplosione di alcun colpo di arma da fuoco.

Kappler riferì anche che “l’atteggiamento della popolazione italiana è stato inequivocabilmente di resistenza passiva. Mentre la polizia tedesca irrompeva in alcune case, tentativi di nascondere gli ebrei in appartamenti vicini sono stati osservati per tutto il tempo e in molti casi si crede con successo. La parte antisemita della popolazione non è comparsa durante l’azione, ma grandi masse, in episodi isolati, hanno addirittura tentato di trattenere singoli poliziotti lontano dagli ebrei.

I 1.259 complessivamente rastrellati – molti di loro ancora vestiti per la notte – vennero caricati in camion militari coperti da teloni e trasportati provvisoriamente presso il Collegio Militare di Palazzo Salviati in via della Lungara 82-83; rimasero nei locali e nel cortile del collegio per circa trenta ore, separati per genere ed in condizioni assolutamente disagiate. Tra essi vi fu anche un neonato, partorito il 17 ottobre dalla ventiquattrenne Marcella Perugia.

La verifica dello status dei prigionieri condusse al rilascio di 237 di loro, identificati come cittadini stranieri, compreso uno di nazionalità vaticana, componenti di unioni o famiglie miste, compresi i partner ebrei ed altri arrestati risultati di “razza ariana”. Rimase nel gruppo una donna cattolica che si dichiarò ebrea per non abbandonare un piccolo orfano affidato alle sue cure.

Il Papa fu messo a conoscenza della razzia dalla principessa Enza Pignatelli, sua ex-allieva, che aveva assistito in parte al rastrellamento e subito si era recata in Vaticano, chiedendo udienza al Pontefice, che la ricevette immediatamente. Pio XII si mise senza indugio in comunicazione telefonica con il cardinale Segretario di Stato Luigi Maglione perché prendesse informazioni e si interessasse della questione.

Seguì un colloquio tra il cardinale Maglione e l’ambasciatore tedesco presso il Vaticano, Ernst von Weizsäcker, al quale il segretario di Stato chiese di “intervenire in favore di quei poveretti”, lamentandosi per il fatto che “proprio a Roma, sotto gli occhi del Padre Comune, fossero fatte soffrire tante persone unicamente perché appartenenti a una stirpe determinata”. Alle richieste di Weizsäcker sul possibile comportamento della Santa Sede, nel caso fossero continuati i rastrellamenti di ebrei, Maglione rispondeva che: “La Santa Sede non vorrebbe essere messa nella necessità di dire la sua parola di disapprovazione”.

Weizsäcker propose allora e ottenne che la protesta vaticana fosse affidata a una lettera del rettore della Chiesa tedesca a Roma Alois Hudal, indirizzata al generale comandante militare di Roma Reiner Stahel, in cui il prelato auspicava la non reiterazione degli arresti, per evitare un intervento pubblico del Papa contro di questi”[23]. Per il resto, Pio XII mantenne un riservato silenzio che ancor oggi reca imbarazzo alla Santa Sede.

Domenica 17 ottobre, un funzionario della Città del Vaticano si recò al Collegio Militare, limitandosi a chiedere il rilascio degli ebrei battezzati; nemmeno tale richiesta fu esaudita, in quanto, in base alla legislazione tedesca allora in vigore, gli ebrei convertiti non cessavano di appartenere alla “razza ebraica.

Trasferiti alla stazione ferroviaria Tiburtina, i deportati furono caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame. Ad essi si aggiunse spontaneamente Costanza Calò, sfuggita alla retata, ma che non volle abbandonare il marito e i cinque figli catturati.

Il convoglio, partito alle 14.05 di lunedì 18 ottobre, giunse al campo di concentramento di Auschwitz alle ore 23.00 del 22 ottobre ma i deportati rimasero chiusi nei vagoni sino all’alba. Nel frattempo, uno o due anziani erano già periti e, a nord di Padova, un giovane, Lazzaro Sonnino, era riuscito a fuggire, gettandosi dal convoglio in movimento.

Fatti uscire dai vagoni, i deportati vennero suddivisi in due schiere: da una parte 820, giudicati fisicamente inabili al lavoro e dall’altra 154 uomini e 47 donne, dichiarati fisicamente sani. Gli 820 del primo gruppo furono immediatamente condotti nelle camere a gas, mascherate da “zona docce” e soppressi. Quello stesso giorno, i loro cadaveri, lavati con un getto d’acqua e privati dei denti d’oro, furono bruciati nei forni crematori.

I deportati dell’altro gruppo furono in parte destinati ad altri campi di sterminio. Tornarono in Italia solo 15 uomini e 1 donna. Tra coloro che rimasero ad Auschwitz, nessuno sopravvisse. L’unica donna superstite, Settimia Spizzichino, sopravvisse alle torture di Bergen-Belsen.

Solo il 25-26 ottobre, quando gli ebrei del ghetto erano già giunti ad Auschwitz e la maggioranza di essi era già stata soppressa, vi fu un articolo sull’Osservatore Romano mirante a giustificare il comportamento della Santa Sede ma il cui contenuto appare quanto mai criptico per i non addetti ai lavori: “L’Augusto Pontefice… non ha desistito un solo momento dal porre in opera tutti i mezzi in suo potere per alleviare le sofferenze che in qualunque modo sono conseguenza dell’immane conflagrazione. Questa multiforme e incessante azione di Pio XII, in questi ultimi tempi si è anche maggiormente intensificata per le aumentate sofferenze di tanti infelici”.

Il 28 ottobre 1943, Weizsäcker, nella sua relazione al Ministro degli esteri tedesco, poteva rassicurare il governo nazista sul fatto che “Il Papa, benché sollecitato da diverse parti, non ha preso alcuna posizione contro la deportazione degli ebrei da Roma” e che “Egli ha fatto di tutto anche in questa situazione delicata per non compromettere il rapporto con il governo tedesco e con le autorità tedesche a Roma. Dato che qui a Roma indubbiamente non saranno più effettuate azioni contro gli ebrei, si può ritenere che la spiacevole questione per il buon accordo tedesco-vaticano sia liquidata”.

Va comunque citato, come è stato recentemente rivelato dalla Santa Sede, per bocca del cardinale Tarcisio Bertone che il 25 ottobre 1943 Pio XII emanò una direttiva riservata a tutti gli ecclesiastici italiani in cui indicava come necessario “ospitare gli ebrei perseguitati dai nazisti in tutti gli istituti religiosi, ad aprire gli istituti o anche le catacombe”.

Non mancarono – effettivamente – forme di resistenza passiva da parte di prelati come Roberto Ronca e Pietro Palazzini e di tutto il clero, in generale, che rispose con l’accoglimento clandestino nei conventi e nelle strutture religiose cristiane di 4.447 ebrei censiti. Numerosissime analoghe forme di accoglimento della popolazione ebraica furono effettuate da parte di comuni cittadini, mentre altri li denunceranno per incassare la taglia promessa dai tedeschi per la loro cattura.

Il numero complessivo dei deportati di religione ebraica nel periodo dell’occupazione tedesca di Roma fu di 2.091 (1067 uomini; 743 donne; 281 bambini); di essi, sono tornati 73 uomini, 28 donne, nessun bambino.

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