La didattica a distanza non è scuola

La scuola è l'unico settore che non ripartirà è l'amara considerazione del Professor Luca Andreassi nella sua Zona Mista del 20 maggio

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Bambini a scuola

Fino a ieri ero convinto che tutto stesse ripartendo. Tranne il calcio e la scuola. Da ieri mi sto convincendo che solo la scuola non ripartirà. In una sorta di suicidio sociale in cui perdiamo i nonni e non investiamo sui nostri figli. La sicurezza, direte voi. Poi ci arriviamo.

Prima fatemi fare qualche considerazione da insegnante.

La didattica a distanza non è scuola. Può essere uno strumento per un breve e limitato periodo di tempo. Ma non ha nulla a che vedere con la scuola. E infatti si chiama “didattica a distanza”, non “scuola a distanza”. Ed è grave oltre che fuorviante, che qualcuno la osanni in nome della modernità, come fonte di innovazione. La didattica viene definita come “parte della pedagogia che ha per oggetto l’insegnamento e i relativi metodi”. È soltanto una delle funzioni della scuola.

La scuola non è solo apprendimento. La scuola è socializzazione, condivisione, stare insieme. La scuola è un’ opportunità di crescita, anche affettiva. Un luogo dove si impara a stare al mondo attraverso le importanti relazioni tra pari e coi docenti. La scuola è un catalizzatore di emozioni, necessarie per orientare le nostre scelte e fondamentali per farci sentire vivi.

La didattica a distanza non può svolgere nessuna di queste altre funzioni, ed è insufficiente alla soddisfazione dei bisogni sociali ed emotivi dei nostri bambini e ragazzi. Senza considerare che per alcuni di loro, la scuola è l’unico ambiente sereno e stimolante con cui poter interagire.

E senza considerare ancora, quel quinto dei nostri ragazzi in età scolare che dalla didattica a distanza non è stato proprio raggiunto. Ma ci sono anche quelli che non si lasciano raggiungere dalla didattica a distanza. E sono tanti. Quelli che hanno bisogno di essere seguiti un po’ di più. Quelli che hanno bisogno dello sguardo benevolo dell’insegnante, quelli che devi richiamare spesso all’attenzione e che protetti da uno schermo, giocano a Fortnite o guardano Netflix durante la lezione. E come fa un insegnante ad accorgersene e intervenire? Come può comprendere attraverso Zoom e Meet il disagio e le difficoltà dei suoi studenti?

È attraverso un dialogo diretto, affettivo e non asettico, che si scoprono i talenti e si sostiene chi arranca. È attraverso la relazione empatica che si aiutano famiglie e ragazzi nelle situazioni critiche.

La pandemia ha fatto esplodere i problemi atavici della scuola. Certo, poteva essere l’occasione per canalizzare tutti gli sforzi possibili verso un progetto di rinnovamento. Un progetto ambizioso dove poter ripensare e riqualificare la scuola. Una scuola che garantisca istruzione, educazione e socialità, attraverso cambiamenti radicali volti anche ad assicurare il confronto diretto senza pregiudicare la sicurezza.

Ed eccola qui la sicurezza, in nome della quale si poteva (e mi piace pensare che si possa ancora) cogliere l’occasione per pensare a nuovi spazi dell’educazione. Spazi comunali opportunamente allestiti e messi a disposizione dalle Amministrazioni, così come parchi e giardini, finché la buona stagione lo consenta.

Molte scuole tra l’altro, dispongono già di uno spazio esterno. Perché non pensare di utilizzarlo, magari con delle turnazioni?

Tutto ciò richiede capacità di innovare. Di abbandonare vecchi schemi abituali, in favore di nuove soluzioni non convenzionali ma sicuramente funzionali. Richiede anche un cambiamento nel nostro modo di pensare e agire quotidiano. Richiede la capacità critica che permetta di andare oltre la decisione di distanziare i banchi di un metro, lasciando metà classe a casa.

Niente di tutto ciò è facile, ma neanche così difficile.

Ma veniamo adesso alla complessa questione dei voti, che il Ministro ha imposto in tutte le discipline, a partire dalla prima elementare.

Complessa, in quanto se da un lato può esser giusto utilizzare un criterio di valutazione meritocratico, dall’altro questo significherebbe valutare alla stessa stregua, ragazzi che hanno una situazione confortevole, un buon pc (magari ad uso esclusivo e non in condivisione coi fratelli nei medesimi spazi) e una buona connessione, con quelli invece che non hanno le stesse possibilità. Vale la pena menzionare tutti quegli studenti scomparsi da inizio marzo, che risultano invisibili a ogni radar educativo perché intrappolati in mura domestiche sconnesse.

Contraddizione della didattica a distanza, è dunque quella di voler essere meritocratica, partendo da posizioni di partenza diverse.

Livellare senza tener conto delle differenze individuali, significa mortificare. E il non tener conto di queste disparità, non fa che aumentare il divario tra studenti provenienti da situazioni sociali ed economiche differenti.

Come se in una gara a ostacoli, facessimo saltare gli ostacoli più alti a chi ha gambe più corte, facendoli partire 200 metri dietro. Per poi premiare quelli che hanno fatto un tempo migliore.

E restando in tema, una ripartenza senza scuola è una falsa partenza. Tutto da rifare.

 

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