La Festa del Cinema investita da un uragano

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Ouragan Odisse d'un vent
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Ouragan Odisse d’un vent

Una tempesta in 3D il film che i registi francesi Cyril Barbançon e Andy Byatt hanno presentato nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma. Non si tratta di un film catastrofico ma di un documentario sull’odissea di un vento: il viaggio di 15mila chilometri dell’uragano atlantico dall’Africa ai Caraibi. Distruttivo e sconvolgente, al tempo stesso fondamentale per la vita sulla terra, comincia che è solo una brezza. Quando si diffonde rapidamente sul Sahel africano diventa un monsone carico di vita, prima di spostarsi lungo l’Atlantico con una potenza sempre crescente. L’uragano è il protagonista, mentre gli altri personaggi del film sono gli uomini, le donne, le piante e gli animali che incontra nel suo viaggio, sconvolgendoli nel bene o nel male. La tempesta vista dallo spazio è uno spettacolo placido e bellissimo; dalla terra, invece, insieme alle urla del vento, è assolutamente spaventosa. Di fronte a fenomeni come questo, I. Kant avrebbe parlato di sublime dinamico, espressione della potenza annientatrice della natura, grazie alla quale l’uomo prende coscienza del limite. G. Leopardi avrebbe accusato una natura matrigna e crudele, che tormenta gli esseri viventi. Qui, invece, i registi assumono la prospettiva dell’uragano: lo spettatore è letteralmente trascinato dalla forza delle immagini in 3D. Anche la NASA e il compositore Yann Tiersen hanno collaborato alla realizzazione di Ouragan.

In conferenza stampa, i registi e la produttrice Jacqueline Farmer hanno risposto alle domande dei giornalisti:

Come nasce il progetto delle immagini? Avete fatto una caccia all’uragano?

Produttrice: “Abbiamo ripreso diciotto tempeste in più anni, tra Messico, Cuba, Asia. Quando sapevamo che un uragano era in arrivo, avevamo pochi giorni per decidere di seguirlo o meno. Erano decisioni stressanti, da prendere con urgenza, prima di spostare una troupe dalla Francia. A volte ci siamo spostati inutilmente, perché l’uragano è rimasto in mare o ha seguito un’altra rotta. Dovevamo tenere in considerazione più fattori: il meteo, l’organizzazione, il fatto che andavamo in paesi sconosciuti. Andando avanti col progetto, siamo riusciti a valutare se spostarci o meno”.

Nel film si scopre la bellezza della paura. Come avete lavorato intorno a questo concetto?

Registi: “Negli uragani si presentano due occasioni di imbattersi nella paura: l’uragano stesso e la fase che segue, quando si visitano i luoghi che ha distrutto. È un’impressione bizzarra, è qualcosa che disturba la vista. C’è poi anche la percezione intima dell’uragano, da cui la bellezza dell’immagine: con la giusta macchina da presa, si possono ottenere immagini quasi poetiche. Gli uragani sono terrificanti e bellissimi allo stesso tempo, la gente del luogo era più abituata di noi a questo dualismo”.

Produttrice: “Noi Europei non conosciamo bene il fenomeno dell’uragano, ci è estraneo. Da parte nostra c’era la volontà di conservare l’uragano con le immagini. Visitando le rovine delle case, eravamo scissi tra la disperazione condivisa con i proprietari, che avevano perso tutto, e la bellezza del fenomeno”.

Vediamo immagini di grande effetto come quelle delle mareggiate riprese in subacquea, con rumori di esplosioni in sottofondo. Sono rumori reali?

Registi: “Ci occupiamo di documentari sulla natura da venti anni. Per riprodurre i suoni ci affidiamo ai tecnici del suono e ai montatori: questi ultimi lavorano sulla base delle emozioni che un’immagine ci suscita, associandole un determinato suono. Le esplosioni sono dovute alla rottura delle masse di corallo in profondità e alle onde che sbattono sulle rocce, provocando un terremoto. Il più grande pericolo è il mare che arriva sulla terra, da cui è difficile fuggire. Questi sono solo alcuni degli effetti della forza incredibile di un uragano”.

Molti film di Hollywood prendono spunto da catastrofi naturali come gli uragani. Vi siete posti il problema di risultare più veri dei film hollywoodiani?

Registi: “Nei film di Hollywood il punto di vista è umano: l’uomo che con il suo ego tenta di imporsi sulla natura. Il nostro film, invece, è antihollywoodiano: la prospettiva è quella della natura, degli effetti sulla natura. È un film che mostra la verità”.

Produttrice: “Spesso le informazioni che riceviamo durante una catastrofe naturale non mostrano un punto di vista ampio: i telegiornali non ci dicono cosa è una tempesta e cosa apporta all’essere umano. Abbiamo guardato alla cose inanimate, come foreste e coralli, e ai lati positivi dell’arrivo di un uragano, come il fatto che riduce la quantità di calore sulla fascia equatoriale. Negli anni ‘60 gli USA hanno provato a bloccare gli uragani, con danni agli ecosistemi, ma gli uragani non si possono bloccare”.

Il 3D è stata una scelta obbligata?

Produttrice: “All’inizio non pensavamo al 3D, per i vincoli a livello creativo, finanziario e tecnico. Poi siamo stati alla NASA, dove ci hanno mostrato le loro immagini in 3D, e ne siamo stati colpiti. Dal punto di vista artistico, quindi, abbiamo pensato che avesse realizzare questo film

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