La mostra di Jim Dine al Palazzo delle Esposizioni

L’artista americano Jim Dine è stato accolto al Palazzo delle Esposizioni di Roma per una mostra tanto antologica quanto iconica.

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Mostra Jim Dine a Roma

Jim Dine, 85 anni di Storia dell’Arte

L’artista americano è stato accolto al Palazzo delle Esposizioni di Roma per una mostra tanto antologica quanto iconica. Con eventi e happening fino a giugno

Il Palazzo delle Esposizioni presenta a Roma e all’Italia un artista eccezionale, tra i maggiori protagonisti dell’arte americana e non solo, che ha avuto un grande impatto sulla cultura visiva contemporanea, in particolare su quella italiana degli anni Sessanta. Radicale e innovativo, Dine è molto popolare, ma resta un artista difficile perché non catalogabile e indipendente: un out of order fuori da schemi e categorie, di critica e di mercato.
Nell’ampia mostra antologica a lui dedicata, a cura di Daniela Lancioni, sono esposte oltre 60 opere, dal 1959 al 2016, provenienti da collezioni pubbliche e private, europee e americane. Un nucleo importante dal Centre George Pompidou di Parigi; dal Ca’ Pesaro di Venezia e dal MART di Trento e Rovereto, dal Louisiana Museum of Modern Art a Humlebaek in Danimarca al Kunstmuseum Liechtenstein a Vaduz; una selezione dagli Stati Uniti, e alcune di quelle presentate alla Biennale di Venezia del 1964. Insomma, un esaustivo apparato iconografico, realizzato in stretta collaborazione con l’artista, che restituisce la memoria visiva dei celebri happening (raccontati, per l’occasione, dalla voce dello stesso Jim Dine), e diverse video-interviste che conducono per mano lo spettatore lungo il percorso espositivo. Un apparato iconografico in cui autonomia e libertà sono esemplari, tenacemente aderenti alle esperienze vissute. Lavori raccontati nella biografia dell’artista stampata sul muro e corredata da una selezione di fotografie che precede, come di consueto, i percorsi delle mostre al Palazzo delle Esposizioni. Oggetti, sensualità, disegno e dimensione ambientale. Indumenti, strumenti di lavoro, la tavolozza, per quelli che vengono considerati i suoi “capolavori”, opere “ineducate” e “inquietanti”, che hanno il solo scopo di comprendere meglio il suo sé. E che (anche grazie a una selezione di video-interviste) vogliono far familiarizzare i visitatori con i temi noti del lavoro di Dine, oltre che con la figura dell’artista. “Tre anni per mettere insieme questa ‘storia’. Racconta cosa significhi essere me, come artista e come uomo. Come americano che vive in Europa perché è una fonte di ispirazione e perché qui mi sento a mio agio. Sono migliorato, sono davvero libero e posso fare quello che voglio. Perché? Perché sono cresciuto, sono anziano”. Jim Dine, da Cincinnati, Ohio, 85 anni portati egregiamente. L’esposizione al Palazzo romano segue un ordine prevalentemente cronologico. Dopo la biografia, piccoli dipinti su tela e acquarelli (del 1959) in cui campeggia una testa isolata dal corpo (“Head”, che riapparirà in conclusione, ingigantita in un dittico del 2016, “Two Large Voices Against Everything”); quindi, un focus sugli happening (fino al 1963), con gli scatti commentati in cuffia dall’artista. Poi, il 1964 e il 1965: sculture di alluminio e autoritratti affidati agli indumenti vuoti. Ai noti “Cuori” è dedicata una sala; ma tra quelli da menzionare c’è sicuramente il grande “Cuore di paglia e la mano verde” (1967). Nell’ultima delle sei sale intorno alla rotonda del Palazzo delle Esposizioni, poi, le Veneri (dal modello di quella di Milo) dalla fine degli anni Settanta, e altre opere diversamente riconducibili a modelli dell’arte del passato. E, via via, verso anni più recenti, terminando con una miriade di “Pinocchi” in legno (commentati da due poemi composti appositamente di suo pugno sul muro), realizzati a partire dal 2000: una presenza reiterata che disvela la predilezione di Jim Dine per il personaggio del nostro Collodi, creatura “mitica” che rappresenta proprio la metamorfosi dell’inanimato che prende vita; ergo, dell’opera d’arte che si trasforma, si attua. Dal 1960, Dine si è schiuso al mondo, assieme ad altri artisti sodali, divenendo una delle presenze più incisive e radicali della giovane arte americana. Subito dopo, s’impegna nel lavoro di pittore e scultore. Ai primi anni Sessanta, le opere con gli indumenti e gli utensili da lavoro, icone della cultura visiva del tempo: martelli, seghe, asce, ma anche tavolozze, pennelli, spatole e scalpelli da scultore, così come accappatoi, cravatte, scarpe. Un inventario di cose che costituiscono il suo lessico personale, autobiografico (dall’immaginario del nonno, soprattutto), che mostra un rapporto complesso con le immagini e che trova riscontro nell’evento appena inaugurato a Roma. Famoso al di qua e al di là dell’Oceano, nel 1964 è a quel Padiglione americano della Biennale di Venezia, che sancì l’affermazione della Pop Art. Nel 1970, al Whitney Museum di New York con la prima retrospettiva, a cui ne sono seguite numerose altre nel mondo. Il Palazzo delle Esposizioni gli dedica un calendario di eventi fino al 2 giugno. Dine in persona, infatti, interverrà, il 18 marzo, per il reading “House of Words”, con Fabrizio Ottaviucci (pianoforte) e Daniele Roccato (contrabasso). La mostra è promossa da Roma Capitale-Assessorato alla Crescita culturale; ed è ideata e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo.

Info: www.palazzoesposizioni.it

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