La solitudine dell’Ucraina abbandonata dal mondo

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L'Ucraina
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L’Ucraina

Da più di otto mesi la crisi Ucraina è al centro delle cronache dei media mondiali, il 22 febbraio scorso il presidente filo-russo Victor Janukovyč è stato deposto dal parlamento ucraino. I rapporti tra Russia e Ucraina sono tesi da sempre, dall’indipendenza proclamata il 24 agosto 1991, frutto di un processo di distacco dall’Urss iniziato con la dichiarazione di sovranità del 16 luglio 1990. Al di là dei cenni storici, c’è la storia una inimicizia cementata dagli irrisolti problemi legati agli armamenti nucleari russi in territorio ucraino e dal controllo della flotta russa ancorata a Sebastopoli sul Mar Nero, che si trascinano da inizio anni novanta. E’ chiara la difficoltà di risoluzione di un conflitto in cui tutti hanno da perdere e poco da guadagnare. La Russia ha forzato la mano foraggiando i ribelli filo-russi con l’obbiettivo di riavere l’agognata Crimea con il suo sbocco al mare ed ora difficilmente può tornare sui suoi passi in caso di un insuccesso, che è meno improbabile in quanto non dicano gli squilibri di mezzi e forze in campo. L’Ucraina non può e non vuole arrendersi, se non vuole farsi annettere completamente alla Russia, pur vivendo una guerra civile che è sempre più fuori controllo e subendo delle ritorsioni economiche dalla ex madre patria. La Russia, con l’aumento del costo del Petrolio e dell’energia nucleare, vitale per un paese che consuma per la grandezza della sua conformazione geografica (è il secondo paese più grande d’Europa) più della Germania pur avendo la metà del suo prodotto interno lordo, sta impoverendo e fiaccando il sistema economico ucraino. L’Occidente tace, per non scatenare un conflitto che si avvicinerebbe ad una potenziale terza guerra mondiale. Un silenzio inaccettabile che costringe una nazione membro della NATO e dell’ONU in una condizione di disagio e pericolo che sta infiammando una regione ad alto rischio. La storia è ciclica e proprio l’escalation mediorientale con l’affermazione del Califfato e di ISIS dovrebbe suggerire a Stati Uniti, Cina, Giappone ed alle grandi nazioni europee che il non decidere presenta sempre un conto salato nel giro di qualche anno. Come dimenticare la gestione mediorientale delle crisi sospesa tra la paura di inasprire i focolai sempre accesi in Libano, Siria, tra israeliani e palestinesi e la gestione di un fenomeno come la Primavera Araba. In Libia, come in Egitto, il fenomeno è stato liquidato con benevolenza da un Occidente troppo preoccupato di archiviare dittatori sanguinari, foraggiati per anni a fasi alterne, e di evitare di dover gestire il passaggio tra il potere assoluto e la democrazia. In questi spazi di indecisione si è infilato l’ISIS che altro non è che l’Islam più intollerante e fanatico del nuovo califfato con le conseguenze che tutti ben conosciamo dalle immagini dei TG e dai reportage sui giornali e su internet. Lo stesso errore non va fatto in un territorio che confina con praticamente tutte le nazioni che fino a qualche anno fa hanno fatto parte del Patto di Varsavia. Ciò che è accaduto in Afganistan e poi in Iran ed Iraq non deve ripetersi, il cocktail di fanatismo non religioso, ma politico che le malversazioni russe stanno rigettando sull’Ucraina avrà delle sicure conseguenze. La storia insegna che le conseguenze di un popolo umiliato e ferito sono il fanatismo e la lotta sanguinaria per riaffermare la propria identità. Tutto ciò non è giustificabile ed è da esecrare, ma il rischio che la crisi Ucraina diventi la caldera per una serie di eruzioni che portano terrore e disordine in Occidente è tutt’altro da escludere. Vale da monito quanto detto a Strasburgo al Parlamento Europeo Ahmad Shah Massoud, il mitico eroe del Panshir che ha combattuto i russi e i talebani prima di essere ucciso il 9 settembre 2001, due giorni prima della strage delle Torri Gemelle, quando era venuto per l’ultima volta a chiedere aiuto nel 2000: “Come fate a non capire che se io lotto per fermare l’ integralismo dei talebani, lotto anche per voi? E per l’avvenire di tutti?”. Ettore Mo sul Corriere della Sera il 15 settembre di tredici anni ricordava come a quel grido di aiuto “l’atmosfera era quasi d’ indifferenza”. Sono passati tredici anni, ma la sensazione è che tutto sia così tragicamente uguale.

 

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