Lettera a Marco Pantani

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Marco Pantani
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Marco Pantani

Caro Marco, con il passare degli anni la verità su quella mattina, quella maledetta mattina a Madonna di Campiglio, in cui un comitato d’affari per mano di una corte di servi ha emesso e recapitato il tuo certificato di morte umana e sportiva, sta venendo a galla. Una magra, magrissima soddisfazione per chi quella verità ha sempre saputo e con difficoltà in questi anni sempre sostenuto e cercato di fare emergere.

Uno dei rarissimi ciclisti della tua generazione che non è mai risultato positivo a nessun controllo antidoping, l’unico cittadino a cui si è applicato una legge in senso retroattivo, l’unico essere umano a cui si è cercato di applicare nei tribunali una legge fatta per gli animali e non per gli uomini. Certo, perchè pur di issarti sul patibolo e assolvere un sistema, quello si, drogato, si è provato a condannarti sulla base della legge contro il doping per i cavalli.

Oggi a poco serve e poco ci consola sapere ciò che sapevamo già: ossia che quel controllo per l’ematocrito a Madonna di Campiglio fu irregolare, non solo perchè ci fu lo zampino della camorra e delle scommesse clandestine, ma perchè non furono rispettati dagli esecutori materiali e dai loro mandanti i protocolli base stabiliti dalla Federazione Ciclistica Italiana ed Internazionale sia per il prelievo che per la sua conservazione in provetta, che sarebbe bastato un semplice ricorso per invalidare tutto e farti partire verso Aprica.

Non ci interessa fare la lista di proscrizione di tutti coloro che hanno in quei mesi voltato le spalle alla verità, vendendosi le coscienze. Non ci interessa mettere all’indice chi negli anni successivi ti ha perseguitato con una violenza inaudita, perseguendo pervicacemente l’obiettivo di cancellare dalla storia dello sport il tuo nome, come se questo fosse il lavacro per le loro anime, dopate dalla corruzione. Non ci interessa ricordare chi si è dimenticato di te, perchè tutti costoro agli occhi della storia ed ai cuori degli sportivi saranno, sono già, spazzati via.

Non è dai tribunali o dalle carte che avrai giustizia, perchè ne i Tribunali ne le sentenze potranno mai ridarti ciò che ti è stato tolto. L’unica tua vittoria, la più grande, l’hai già ottenuta, ed è il tuo ricordo indelebile nei cuori e nelle menti di milioni di persone, di intere generazioni, che per qualche giorno hanno legato la loro vita al ricordo di una tua impresa sportiva.

Io ricordo quando mi feci capire che nessuno è invincibile, nello sport e nella vita, quella domenica in cui scalasti il Santa Cristina nel Giro ’94.

Io ricordo le mattinate sottratte alla scuola per seguire da casa le dirette televisive delle tappe montane del Giro d’Italia, perchè ero certo che se me ne fossi perso solo un pezzo mi sarei perso sicuramente almeno un pezzo di emozione.

Io ricordo la mia radiocronaca registrata sul mio mangiacassette un po’ rudimentale, di quel 27 Luglio ’98.

Io ricordo di non aver mai capito se Adriano De Zan ridesse o piangesse mentre ti raccontava.

Io ricordo quel gatto sulla discesa del Chiunzi al Giro ’97.

Io ricordo quella Jeep contromano alla Milano-Torino.

Io ricordo quella catena all’attacco della salita verso Oropa.

Io ricordo che ogni volta che si cade non è solo sfortuna, ma un motivo per crescere e rialzarsi, sempre.

Io ricordo quel 28 Agosto ’98 a Cesenatico, quella festa di popolo, in cui pure Romano Prodi mi pareva simpatico.

Io ricordo, si lo ricordo bene, le mie lacrime davanti alla tv su quell’ultima tua salita verso Churchevel.

Io ricordo che tornando a casa da scuola, non potevo mancare quel giorno perchè avevo l’interrogazione di fine anno di inglese, quel sabato di Madonna di Campiglio, accendendo la televisione, ebbi subito una sensazione strana allo stomaco.

Io ricordo che dal 2004 il 14 Febbraio per me è un giorno più triste degli altri. E sono convinto che il mio ricordo, è allo stesso tempo uguale e diverso rispetto a quello di tanti altri che non ti dimenticheranno mai, perchè hai fatto ciò che un uomo prima ed uno sportivo poi, di più bello può fare per gli altri: regalare emozioni pulite. Lo sappiamo noi e lo sanno tutti, anche chi non può dirlo e non lo dirà mai.

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