Marino per un giorno capitale del Mediterraneo

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A Marino il convegno internazionale Pace Mediterraneo
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A Marino il convegno internazionale Pace Mediterraneo

Il primo Convegno internazionale sulla Pace nel Mediterraneo promosso dal Comune di Marino, tenutosi sabato 8 ottobre scorso a Palazzo Colonna, ha avuto un grande richiamo di pubblico, e ha suscitato vivo interesse presso studiosi, personalità della cultura, membri dell’associazionismo.

Mediterraneo: mare di pace, o mare di guai? Il convegno ha affrontato le cause passate e recenti dei conflitti che impediscono al Mediterraneo di divenire la comune casa di pace dei suoi popoli. Hanno partecipato studiosi della Turchia, Grecia, Spagna, Italia, Malta, del Vaticano e dei Paesi arabi.

Ha aperto i lavori il Sindaco Carlo Colizza, che ha sollecitato la necessità di risolvere le problematiche del Mediterraneo per procedere allo sviluppo di tutti i suoi Paesi. Il Comune di Marino, città di antichi saperi e tradizioni, ma portatrice di nuovi valori e idee, cercherà, dal canto suo, di contribuire a focalizzare l’attenzione sulla pace e lo sviluppo dei Paesi mediterranei.

Padre Daniel Farrugia, direttore spirituale del Pontificio Collegio Urbano “Propaganda Fide”, dell’Arcidiocesi di Malta, e Vicario Generale della diocesi di Tripoli per 17 anni, nel suo intervento intitolato “Mani tese ed alzate” ha riferito che la comunicazione tra le varie civiltà avviene proprio attraverso i rifugiati e i migranti. Il mondo che conosciamo si è sviluppato così. Non si è trattato soltanto di aggiungere culture a culture: è avvenuto un vero e proprio scambio. Anche le religioni si sono diffuse così. I migranti ci hanno dato il mondo, senza il quale saremmo chiusi dentro la nostra cultura, convivendo con i nostri pregiudizi e con i nostri limiti. Cresce sempre di più la cultura dell’indifferenza. Il mare che nel passato era uno spazio di incontro e commercio è diventato un cimitero. Vediamo tante vite spezzate, tante speranze seppellite, migliaia di persone, donne, uomini, giovani e bambini, con le mani alzate che sperano di trovare ed afferrare altre mani protese per salvarle. Dobbiamo diffondere la cultura dell’accoglienza e della solidarietà.

Onur Yildirim, professore dell’Università degli Studi del Medio Oriente di Ankara (Turchia), nella sua relazione, intitolata “Riconsiderando Lepanto, l’altra faccia della storia”, ha voluto sottolineare come i libri di storia raccontano delle gesta dei papi, re, ammiragli e sultani che ordinarono la battaglia, e che spingevano per farne altre. Solo loro vengono raffigurati nei dipinti celebrativi. Non si parla e non si raffigura la faccia della gente ordinaria, dei due lati, che morì, che fu presa prigioniera, o che pagò le tasse per pagare l’impresa navale. Ancora oggi i leader del Mediterraneo perseguono interessi e idee che soddisfano interessi conservatori, lontani da quelli reali dei popoli.

Victor Mallia Milanes, storico del Mediterraneo di fama mondiale, in una sua pubblicazione appositamente scritta per il Convegno, nota come la battaglia di Lepanto è stato il risultato di un periodo di acerrimo contrasto religioso tra potenze musulmane e cristiane, e a riguardo essa e’ è stata una crociata abortiva, che non ha avuto seguito, e che non ha modificato i rapporti di forza tra potenze cristiane e musulmane. L’impero spagnolo era più interessato a risolvere i suoi problemi finanziari, i suoi contrasti con la Francia, con l’Inghilterra, e a contrastare la rivolta in Olanda, e si ritirò dall’alleanza nel Mediterraneo. La Chiesa Cattolica era più preoccupata a contrastare l’eresia protestante ed anche l’egemonia della Spagna in Italia, ed altresì ad evangelizzare il Nuovo e Vecchio mondo.

L’impero ottomano stesso era impegnato a contrastare la crescita dell’Impero persiano, e comunque in breve tempo riuscì a ricostruire la flotta andata persa a Lepanto, riconquistando Tunisi, Fez e razziando le coste dell’Europa meridionale. La Repubblica Veneta, stremata finanziariamente dal conflitto e sospettosa della Spagna, firmò infine un trattato di pace con l’Impero ottomano, accettando di cedere Cipro, la cui contesa era stata all’origine della battaglia di Lepanto. Non esiste comunque un parallelismo tra fanatismo religioso di allora e l’integralismo islamico di oggi. Le apparenze nella storia sono ingannevoli, poiché la storia è in continua trasformazione, quale espressione di fenomeni viventi. Il fanatismo di oggi è correlato a fenomeni di cambiamenti globali e non alla religione, perché nessuna religione contempla l’uccisione di altri esseri umani. L’estremismo, il fondamentalismo, e le credenze radicalmente conservatrici devono essere combattute con lo studio permanente e con il dialogo.

Isabella Oztasciyan Bernardini, nata ad Istanbul da padre armeno e madre greca, e professoressa di lingua greca presso l’Università del Salento, ha sottolineato come durante la storia dell’impero ottomano vi è stata una convivenza delle diverse comunità religiose al suo interno, che è invece minacciata da quando sono giunti al potere i cosiddetti Giovani Turchi all’inizio del secolo scorso. Tuttora in Turchia si riscontrano diverse gravi misure discriminatorie nei confronti delle comunità non musulmane, accanto ad esempi di tolleranza e collaborazione.

Per Mauro Abate, dell’Università La Sapienza di Roma, studioso di fenomeni migratori, di famiglia mista mediterranea, nativo dei paesi arabi e membro dell’Associazione “Il Trialogo” per il dialogo tra le tre religioni monoteiste, la pace non è la fine di un conflitto, ma coesistenza, e deriva dall’accettazione degli altri popoli e della loro cultura. La storia del Mediterraneo è sempre stata caratterizzata da diversità etniche, linguistiche, religiose e politiche, in vorticoso cambiamento, come tutti i fenomeni umani. Numerosi sono gli ostacoli che si frappongono alla pace, in primo luogo politici, per le interferenze di superpotenze esterne e di potenze regionali.  Esistono anche problemi culturali irrisolti, per le scorie delle avversioni storiche reciproche delle grandi religioni del Mediterraneo, in particolare all’interno dell’Islam, che a riguardo non ha rielaborato i dogmi, ma solo provveduto ad un loro uso più tollerante, nella misura in cui i popoli islamici procedono verso un’evoluzione laica. La demografia sarà determinante nel futuro assetto del bacino. Le popolazioni del Nord Africa e del Medio Oriente sono passate nell’ultimo secolo da 37 a 275 milioni, e nel versante settentrionale del Mediterraneo da 100 a 200 milioni. Quindi le prime da minoranza sono divenute maggioranza, e continuano ad aumentare a velocità 4 volte superiore rispetto alle seconde. Il Mediterraneo diventerà in 30 anni un’area di circa 700 milioni di abitanti, a grande maggioranza dei Paesi musulmani, con forti fenomeni migratori. Gli immigrati devono essere parti attive sia nella società di accoglienza che in quella originaria, secondo il concetto di “co-sviluppo”, che tuttavia deve essere multidirezionale, cioè tale da realizzare un forte intreccio delle popolazioni in ogni direzione, e non solo in senso Sud-Nord. Il Mediterraneo potrà divenire così un’area di scambio, una forma particolare di sub-continente che potrà agire da cerniera di diversi continenti, e i cui popoli lavoreranno in sinergia nei saperi, nelle culture, tecnologie, idee, risorse, attività produttive, secondo un progetto condiviso, concordato e sviluppato dai governi regionali.

Per Ugo Onorati, studioso delle popolazioni italiche, il Mediterraneo è invece un mare che sia unisce sia divide, o meglio, è un mare che unisce ciò che separa. I popoli mediterranei, molto eterogenei, non sono quindi uniti in senso pacifista, internazionalista o ecumenico, ma seguono degli interessi propri secondo la logica della “Ragione di Stato”, ulteriormente complicata dal fatto che il mare “tra le terre” unisce tre continenti (Europa, Asia ed Africa) e subisce l’egemonia sia delle superpotenze, sia delle nazioni tecnologicamente avanzate del Nord Europa e del Nuovo Mondo, a sua volta messa in discussione dalle nazioni dell’area del Pacifico. Il mondo islamico del resto, non avendo aggiornato modelli culturali propri, ha paura di perdere la propria identità culturale, e anche se accoglie le tecnologie più avanzate, resiste ad accettare forme di modernizzazione della società e di liberalizzazione della conoscenza dei popoli che hanno consentito la produzione di tali tecnologie. Per tentare di risolvere le situazioni più calde occorrono diverse iniziative: un intervento dell’Unione Europea di seri programmi di investimento e sviluppo d’accordo con i governi degli stati interessati, regolando con essi i flussi migratori e sottraendoli alla criminalità organizzata. Altresì l’UE dovrebbe farsi promotrice di una Conferenza per la Pace nel Mediterraneo con tutti i governi interessati ed anche con le superpotenze. Lo stesso potrebbe fare la Turchia con tutti i Paesi islamici e della penisola arabica.

Metin Atac, ex comandante supremo della marina militare turca, ed oggi pacifista e presidente dello IAMS (Associazione Internazionale di Studi Marittimi), ha ricordato che i militari amano la pace più degli altri, e che sono solo al servizio dei loro governi. Ha svelato aspetti storici inediti successivi alla battaglia di Lepanto. Per riprendersi dalle perdite della battaglia, il Sultano Selim II ordinò la costruzione delle navi perdute. L’Impero inglese, d’accordo con il sultano, lo spingeva a costruire le navi in modo da obbligare la Spagna a destinare parte delle proprie navi al Mediterraneo, evitando che si unissero alla flotta che avrebbe affrontato quella inglese nell’Atlantico. Atac ha inoltre ricordato che fu un ammiraglio turco, Piri Reis, a produrre la prima mappa del globo terrestre. Ha concluso sottolineando che la pace si ottiene tramite il dialogo e la negoziazione tra Paesi, ed un ottimo esempio attuale è la divisione equa dei giacimenti di gas naturale nelle acque del Mediterraneo orientale.

Javier Fernandez Arribas, vicepresidente dell’Associazione dei giornalisti europei e direttore della rivista spagnola “Atalayar entre los dos orillas” (Osservare tra le due sponde), unica ad essere redatta ed edita sia in Spagna che nei Paesi del Magreb, ha spiegato come sia divenuta un punto di riferimento per immigrati, studiosi, imprenditori, accademici e politici delle due sponde del Mediterraneo. La rivista è edita sia mensilmente su carta, sia sul sito web dove viene continuamente aggiornata, sia su Facebook, ed ha una grande diffusione. Ė autofinanziata per garantire l’indipendenza, e vi collaborano giornalisti di grande valore come Guillermo Gayà e Paco Soto, che hanno grande esperienza del mondo islamico e dei Paesi in via di sviluppo, ed anche intellettuali come tra i tanti il professore franco-algerino Sami Naïr. Ha suscitato impressione che nel corso del Convegno il direttore Arribas ha pubblicato direttamente un articolo sul sito web della rivista.

Paul Pisani, dell’Università di Malta, ha infine ricordato il ruolo centrale nella storia dell’arcipelago e dell’Europa del respingimento prima dell’assedio ottomano nel 1565, e poi di quello nazi-fascista. Mentre la prima vittoria ha dato luogo ad una chiusura nei confronti dell’Impero Ottomano, stante l’obbligo della Santa Sede ai Cavalieri di Malta di evitare il “Turpe Commercio” con i Paesi musulmani fino al 1800 circa, la seconda ha aperto la porta all’indipendenza e ad una nuova era di prospere relazioni con le nazioni arabae, nonostante le deportazioni e le confische da loro perpetrate a danno degli immigrati maltesi nel secolo scorso. Le prospettive sono buone essendo i Maltesi e la loro lingua di origini semite, anche se viene scritta con caratteri latini.

Nel “Question Time” il tema saliente chiesto dal pubblico, in particolare ai rappresentanti turchi, è stato circa la soluzione della questione curda. Hanno risposto sulle difficoltà di giungere ad una soluzione, stanti i divergenti interessi nell’area da parte del governo turco da un lato e dei curdi dall’altro. Aggiungiamo che l’area infatti è ricca di risorse energetiche idroelettriche, che portano il governo di Ankara a costruire 22 impianti per l’imbrigliamento delle acque del Tigri e dell’Eufrate, ciò che contrasta a monte con l’economia dei curdi, basata sull’agricoltura, e con gli interessi di Iraq e Siria a valle.

In questa prima edizione del Convegno sono stati trattati i temi incentrati sui conflitti nel Mediterraneo e le loro dinamiche storiche. Molti altri potranno essere i temi correlati da affrontare e dibattere in merito.

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