Meta presenta i Perturbazione

Il gruppo musicale dei Perturbazione dal 1988 rinnova il pop italiano senza andare alla ricerca forzata di una identità sempre identica a se stessa

0
74
perturbazione
Pertubazione

Riproponiamo l’intervista a Gigi Giancursi, chitarrista dei Perturbazione, realizzata da Giancarlo Montoni il 12 agosto 2011:

I Perturbazione nascono a Rivoli (TO) nel 1988. A nostro avviso, uno dei migliori gruppi del panorama indipendente italiano. Andiamo a conoscerli grazie a Gigi Giancursi, chitarrista del gruppo che accetta di rispondere alle nostre domande. Lo scopo della nostra rubrica è quello di raccontare la storia dei gruppi che andiamo ad intervistare ripercorrendone la carriera attraverso gli album. Con voi vorrei stravolgere l’ordine cronologico e partire dall’ultimo lavoro Del nostro tempo rubato, perchè mi pare si possa dire che all’interno ci sia tutto il mondo dei Perturbazione.

Cominciamo col dire che l’album è uscito nel 2010 e iniziamo a parlare del package. All’interno della confezione c’è anche un cd vergine. Perchè questa idea? Un po’ come dire “Noi abbiamo tenuto questo, del nostro tempo rubato, ora tocca a voi”. L’idea di fondo, il filo conduttore del disco è il tema del trasloco. Perchè proprio il trasloco? A mio avviso, si tratta di un album decisamente “politico”. E’ cosi?

“Nella tua domanda ci sono riassunte un pò tutte le risposte. L’idea di fondo di questo disco, nato dopo un periodo travagliato del gruppo e tre anni di silenzio creativo, era proprio quella di mettere insieme tutte le derive compositive sulle quali eravamo finiti. Avremmo potuto tagliare il disco, ridurlo a 12/13 pezzi. Qualcuno ci aveva spinto anche su questa strada, per la paura che un disco doppio si rivelasse un “suicidio commerciale”. Questa è stata la spinta più forte per farlo. Per una volta, abbiamo pensato, sarà il mercato che si adegua a noi e non viceversa. Se poi pensi che sono usciti i dischi di Jovanotti e dei Verdena nello stesso modo, viene lecito domandarsi se a volte gli artisti non sono schiavi di un’autocensura rispetto alla commercializzazione dei loro prodotti. Dobbiamo interrogarci sul contenuto e non sul contenitore. Ecco. Del nostro tempo rubato è una riflessione su questo tema. Il trasloco è la metafora di tutto questo. Quante sono le cose che abbiamo e quali sono quelle che ci servono davvero? Se estendi questa riflessione alla politica e al sociale, ecco che il disco si trasforma in un’operazione anche politica. Non dichiaratamente, non siamo mai stati autori di slogan politici. Ma viviamo nella ‘polis’ e certe riflessioni servono anche a capire chi siamo, come ci collochiamo, come rubiamo tempo agli altri e come ce lo facciamo rubare”;

Ventiquattro tracce, ventiquattro come le ore del giorno. La prima è “Istruzioni per l’uso”. Partiamo da Rivoli 1988. Come è iniziata? Vi siete dati delle istruzioni, delle linee guida da percorrere all’inizio della vostra carriera? Non so, qualcosa come:” vogliamo essere questo, non dobbiamo fare questo genere di musica ecc”?

“L’unica riflessione di questo tipo è partita su “In Circolo”, quando ci siamo detti: vogliamo provare a fare un disco in italiano. Troviamo che sia molto facile identificare un immaginario di una band cantando in inglese. E’ molto più semplice essere collocati nel grande schedario della critica musicale. Cantando in italiano, tutto cambia. Vi siete mai accorti di quanto i primi Bennato e De Gregori, di fatto, ‘copiassero’ Dylan? O come Renato Zero puntasse a Mark Bolan? Ma solo passando attraverso l’italiano sono diventati a loro volta dei punti di riferimento. Prendiamo Marlene Kuntz e Sonic Youth. Oggi sono i Marlene e basta. L’elemento linguistico ha creato un universo a se stante. Ci sarebbe piaciuto diventare un piccolo punto di riferimento per la rifondazione della canzone ‘pop’ italiana e, in un certo senso ci siamo riusciti. In verità, dietro l’ingenuità di “In Circolo”, si nascondevano anche tanti timori e senso di inadeguatezza. La spinta che derivò da quel disco alla fine ci maturò”;

Nella traccia 2, “Mondo tempesta”, c’è lo sguardo maturo al ” me stesso da ragazzo”. Nel vostro quarto album ” Canzoni allo specchio”, pubblicato nel 2005, c’è già questo concetto del riconoscersi del cercare la propria identità, guardandosi appunto allo specchio. Un album che come avete dichiarato più volte, non è, sicuramente, da primo ascolto, ma a me pare un disco molto equilibrato ed omogeneo. Ricordiamo anche la partecipazione di Jukka Reverberi e la produzione di Paolo Benvegnù.

“Il tempo e lo specchio sono un po’ i ‘topoi’ narrativi della nostra musica. Ce ne siamo resi conto dopo avere scritto un po’ di canzoni. Il verbo ‘riflettere’ ha un sacco di possibilità interpretative. “Mi guardo nello specchio e rifletto”, se ci pensi è una frase incredibile. Parti da te stesso per cercare di venire a capo di un mistero inestricabile. Se poi pensi che il tempo è l’altro di questi misteri (prendi Heidegger e il suo “Essere e tempo”, capisci che non potevamo rinunciare all’altro). Ma non pretendiamo che le nostre canzoni siano un trattato di filosofia, semmai ne siano la declinazione ‘popolare’. Canzoni allo specchio ci venne come titolo perchè nel disco era contenuta una forte dualità. L’io e il tu. Gli amori finiti male, il ritornare sui propri passi, i primi cellulari e l’esplosione dell’epoca degli sms, in cui ognuno identifica una parte di se stessi senza vedere negli occhi l’altro, il tentare di conoscersi partendo dalla dualità dei propri genitori e scoprire che ‘la somma di due non è uno come me'”;

Veniamo ora a Mao Zeitung, “Competere per chi non se lo merita, competere con chi non sa nemmeno cos’è domenica” e poi “l’ottica globale mi fa sentire male persino quando penetra nei bar”. Una critica, sempre con ironia, al sistema in generale e anche, nello specifico per esempio, alle major, alla loro mancanza di pazienza, al ricercare la quantità, più che la qualità? Ci raccontate l’esperienza di “Pianissimo fortissimo”, quinto album del 2007 e il vostro rapporto con la EMI? Vi ritenete soddisfatti del disco che vede anche la collaborazione di Manuel Agnelli?

“Pensiamo che Pianissimo Fortissimo contenga delle canzoni che, se adeguatamente trasmesse, potevano diventare parte di un patrimonio musicale più condiviso in Italia. “Battiti per minuto”, Un anno in più, Nel mio scrigno e anche Qualcuno si dimentica. Tutto questo non è successo per una strategia commerciale, ma per il passaparola, l’unica formula che è sempre funzionata nel caso di un gruppo come il nostro. Ma le nostre intenzioni di allora non erano quello di approdare in una major per essere conosciuti tramite il passaparola. Così il rapporto si incrinò. Oggi, a distanza di tempo, riusciamo a vedere quell’esperienza attraverso la fase storica della crisi del mercato discografico e riusciamo a vedere delle ragioni del perchè non successe nulla di così eclatante. Allora non eravamo dello stesso avviso”;

Siamo ora alle otto di mattina con Buongiorno buona fortuna. Un po’ un ritornare al concetto di “Città viste dal basso”. La città non vista in quanto tale, ma per quello che accade al suo interno. 999 copie in vinile e molte, moltissime collaborazioni. Come nasce l’idea di questo album? Come avete selezionato i pezzi da inserire nel disco? Il mio amore per De Andrè mi porta a ringraziarvi per avere inserito Rimini…. “Torniamo Buongiorno buonafortuna. Una cosa, a mio avviso, molto azzeccata è stata far entrare nell’ultima parte del brano Dente. Funziona molto. Credo sia perfetto per cantare quel tipo di testo che assomiglia molto ai testi delle sue canzoni. Siete d’accordo? Anche Dente è un incontro fatto con “Città viste dal basso”‘? Ci parlate, invece, della collaborazione con Remo Remotti?

“Partiamo dal fondo, dal basso. Di Remotti ci capitò in furgone il suo primo disco e ne fummo folgorati. Così lo contattammo e, con qualche difficoltà, riuscimmo a metterci d’accordo per girare il video di Battiti per Minuto e inserirlo come ospite ne Le Città Viste dal Basso. Il giorno del suo 82 compleanno si presentò a Cremona dopo aver preso un treno da Roma dopo una sorta di ‘aftershow’ che aveva fatto la sera prima. E’ una potenza della natura. Un’energia sessuale da fare invidia al premier. Solo che la sua viene piegata artisticamente e sarcasticamente come solo i grandi sanno fare. Dente lo incontrammo per la prima volta a Salerno per un concerto acustico. Dividemmo il palco con lui, da solo, e Denise. Fu una bellissima serata per le chiacchiere che riuscimmo a fare sul lungomare. Da lì è nata un’amicizia che ci ha portato a chiedergli di partecipare al nostro disco. le frasi da lui cantate, ci sono uscite di getto un minuto prima che registrasse. Le Città Viste dal Basso è un disco, se si pensa bene, piuttosto unico per la musica italiana. Da Max Pezzali ai Max Volume, si potrebbe riassumere”;

Passiamo ad “Esemplare”: le persone cercano sempre degli esempi, dei punti di riferimento, ma ci sono sempre meno persone disposte ad essere punto di riferimento per gli altri. Il messaggio mi pare sia questo. Sbaglio? In questo senso, voi siete stati di esempio: vi siete messi in gioco, avete scommesso su di voi abbandonando la lingua inglese e passando all’italiano. Dopo Waiting to happen , vostro primo album del 1998, ci sono voluto del tempo per trovare la “vostra lingua”, credo. Alla luce dei risultati ottenuti, penso possiate essere orgogliosi di aver compiuto una scelta così difficile e rischiosa.

“Riguardo alla questione della lingua, in qualche modo, si può trovare già la risposta rispetto alle cose che abbiamo detto in precedenza. Esemplare, testo di Tommaso, vuole anche fare riflettere sul fatto che ci si sente sminuiti nel momento in cui si scopre di essere soltanto un segmento di una fascia sociologica, salvo poi utilizzare questi criteri di valutazione quando si tratta di ‘inquadrare’ gli altri”;

Eccoci alla Traccia 20: ” Cimiterotica”. Confesso che il ” vi prego consolatevi dei pianti, la vita la stringete in mezzo ai fianchi ” lo trovo geniale. Sesso e morte è davvero un’accoppiata forte, il godimento e poi il desiderio di fermare il tempo. Traslocare, in qualche modo, significa proprio cristallizzare un momento della propria esistenza attraverso un oggetto che rimanda a un istante preciso. Il passo successo è decidere se salvare o meno quel momento mettendolo nello “scatolone” metaforico. Può essere questa una chiave di lettura? In questo brano torna il tema della morte, ma vista con ironia, quella del ” sarebbe bello ridere di noi….”, tema che si ritrova anche in “In circolo”, terzo disco del 2002. Mi riferisco, per esempio, a “Per te che non ho conosciuto”. Che album è In circolo? Sicuramente ci sono dentro alcune delle canzoni più amate dai vostri fan. Penso ad Agosto e a Il senso della vite.

“Riflettere sul tempo non può che portarci a considerazioni sulla morte. E’ il limite naturale all’interno del quale si svolgono tutte le nostre passioni, le nostre frustrazioni, il nostro attaccamento al quotidiano, i nostri tic, le nostre fissazioni. Se non ci fosse la morte, l’ironia non esisterebbe. Solo guardando la vita da lontano, dal suo non-limite, si scopre quanto tutto in fondo sia così banalmente importantissimo”;

Veniamo all’ultima traccia “Titoli di coda”, c’è una segreteria telefonica e la segreteria telefonica c’era anche in “Ti voglio laureato, raffinato, anticonformista quanto basta, con un forte senso dell’umorismo, del nord, dolcissimo, molto dolce” contenuta in 36 uscito nel 1998. A chi è venuta l’idea della segreteria telefonica? Ha un significato in particolare?

“La segreteria telefonica, o meglio il call center è, se ci pensi, la più grande metafora del tempo rubato. Nei romanzi di Philip Dick si trovano persone in enormi difficoltà, in punti nodali del romanzo, che si trovano a dover parlare con una porta automatica da cui dipende la loro vita o la loro morte. La porta, nella sua cibernetica stupidità, ha solo bisogno di 10 cent per essere aperta e ripete questa sua questua all’infinito, utilizzando forme verbali anche evolute. Il call center è la metafora di un dio che non ascolta i suoi figli. Siamo alle prese con delle grandi multinazionali che rendono migliori e inquinano le nostre vite con la stessa dirompente potenza. Ma non le vediamo, sono disumanizzate, come gli dei. Ripetono ritornelli ossessivi che ci inchiodano per mezze ore al telefono e non veniamo a capo di niente”;

Parlando più in generale, come nascono le vostre canzoni? Nasce prima la musica o il testo?

“Proviamo a sperimentare qualsiasi possibilità che ci venga in mente. Solo così crediamo di riuscire in qualche modo a non essere ripetitivi o ad utilizzare una formuletta per comporre”;

Veniamo al rapporto con il vostro pubblico? Vi emoziona ancora salire sul palco? Vi spaventa?

“Ogni concerto è una storia a sé. Il luogo, la stanchezza accumulata dai chilometri, la capienza della sala, le facce delle persone in prima e seconda fila. Tutto si dissolve nel momento in cui cominci a sentire cantare le canzoni. E’ incredibile pensare a quello che stai facendo. E’ davvero un momento magico in cui il tempo si sospende e pensi che, nonostante la morte di cui prima, sei riuscito a creare qualcosa di maledettamente temporaneo, ma quanto banalmente importante per te e per qualcun altro”;

I Perturbazione sono cresciuti molto nel corso degli anni. “Del nostro tempo rubato ne è la prova”. Un lavoro, a mio parere, molto riuscito. All’interno si trovano diversi generi musicali, ce n’è qualcuno, tra quelli da voi non sperimentati, in cui vorreste cimentarvi?

“Non ci siamo posti limiti. Io, personalmente, adoro i Beatles perchè non c’è una risposta alla domanda: “Che genere facevano i Beatles”? E’ incredibile pensare che sono stati l’esempio per eccellenza, e da loro in poi i gruppi si sono cristallizzati in quel tipo di formazione, ma che loro non ne avevano una. Chi era il cantante? Chi era il chitarrista? In un loro disco si trova dall’heavy metal a echi di musica barocca, al pop più killer che ti inchioda sotto la doccia. Oggi il mercato richiede che un gruppo venga inquadrato. Quindi o si è perennemente incazzati o si fa musica per la casalinga di Voghera (mi rendo conto di essere stato un po’ tranchant, tipo ‘esemplare’, ma è per una veloce disamina sull’argomento e chiedo scusa). Si formano così dei perenni giovani da Vasco a Ligabue che creano dei precedenti secondo me assurdi. E’ l’equivalente della bella modella che si troverà in difficoltà ai primi sintomi di invecchiamento perchè non sarà più apprezzata se non continuerà ad essere uguale a se stessa. L’essere umano è mutevole e invece le band devono essere sempre fedeli a se stesse. Non è un controsenso colossale?”.

Ringraziamo Gigi, ringraziamo i Perturbazione e… al prossimo concerto a Roma.

Perturbazione

Componenti:

Tommaso Cerasuolo (voce)
Gigi Giancursi (chitarra)
Elena Diana (violoncello)
Cristiano Lo Mele (chitarra)
Rossano Antonio Lo Mele (batteria)
Alex Baracco (basso)

Discografia:

Album

1998 – Waiting to Happen
1998 – 36
2002 – In circolo
2002 – Waiting to Happen / 36
2005 – Canzoni allo specchio
2007 – Pianissimo fortissimo
2009 – Le città viste dal basso
2010 – Del nostro tempo rubato

Compilation

2006 – Portami via di qua sto male in A Century of Covers
2008 – The Beat Goes on (The All Seeing I) in Post-Remixes vol.1

Sito ufficiale:

www.perturbazione.com

Print Friendly, PDF & Email