#MetaUsa2016 Trump è il nuovo Presidente

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Donald Trump
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Donald Trump

Donald Trump da qualche ora è il nuovo presidente degli Stati Uniti. Il risultato assolutamente stupefacente si è concretizzato alle prime ore dell’alba italiana di mercoledì 9 novembre. Dopo un inizio di nottata elettorale secondo le previsioni con la rimonta del Tycoon in Florida e il successivo sorpasso ad Hillary Clinton la valanga repubblicana è continuata negli stati del mid-west (Pennsylvania, Wisconsin, Michigan, Ohio ecc.). Gli stati manifatturieri hanno voltato le spalle ai democratici con uno schema consolidato mutuato dalla Florida in Ohio e Pennsylvania: nelle grandi città la Clinton accumulava punti di vantaggio per poi disperderli nel corso dello spoglio con l’arrivo dei dati più periferici. Qui il segreto della vittoria di “The Donald” la capacità di parlare un linguaggio universale, di arrivare alle fasce ricche come a quelle povere, ai bianchi, ma anche alle minoranze. Le statistiche che popolano i network online e non americani non traggano in inganno. Gli oltre 300 grandi elettori conquistati dal nuovo presidente non si spiegano semplificando l’analisi con una penetrazione tra gli uomini bianchi e di scarsa istruzione. Trump ha conquistato molto elettorato femminile che ha rifiutato Hillary Clinton, ha conquistato gli immigrati storici americani i cosiddetti latinos di vecchia generazione che considerano i nuovi immigrati una minaccia al loro status quo. Si possono discutere propaganda e linguaggi di Donald Trump, ma liquidare tutto come un voto di pura e semplice protesta è una semplificazione sterile. Trump parla il linguaggio della Brexit, è un imprenditore, l’inventore e protagonista di “The Apprentice” incarna il non politico che piace in questo periodo storico post-ideologico. Se Obama era il politico di colore credibile per le minoranze, Hillary Clinton è stata ancora una volta rifiutata dagli elettori: se 8 anni fa questo avvenne alle Primarie, ora è avvenuto dopo aver superato non senza fatica Bernie Sanders. Queste presidenziali 2016 vengono archiviate con la grande sconfitta dei due grandi partiti americani: se i repubblicani sono stati “scalati” da Trump, i democratici dopo Obama sono all’anno zero. In otto anni non hanno proposto un ricambio generazionale credibile che desse linfa agli otto anni di presidenza di Potus. Il ritorno “indietro” con Hillary Clinton segna la fine di un altra grande famiglia politica americana dopo aver archiviato i Bush con la sconfitta di Jeb agli albori delle primarie repubblicane. Gli elettori americani e non solo vogliono altro, rifiutano l’establishment e non leggono i giornali. Piaccia o no il 2016 dice questo, anche se i segnali si susseguono nel mondo da oltre un quinquennio, guarda caso dall’inizio della crisi economica.  Negare questa realtà dei fatti vuol dire andare incontro a delle sorprese, non sta a noi giudicare se sono buone o cattive: è successo con la Brexit ed è successo con Trump. Abbiamo scritto mesi fa che la politica tradizionale deve recuperare un immagine credibile nei confronti dell’elettorato, continua a rifiutare la realtà che la circonda. Come diceva un politico qualche anno fa “il Paese non c’ha capito” e a furia di dirlo chi si sintonizza con il Paese reale vince le elezioni presentabile o impresentabile che sia.

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