Noirêve racconta Pitonatio

Intervista con Noirêve (Janet Dappiano), producer e musicista trentina: con lei abbiamo parlato di Pitonatio, album d’esordio, uscito lo scorso anno

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Noirêve (foto Luca Guadagnini)

ll nostro ciclo di interviste prosegue con Noirêve (Janet Dappiano), producer e musicista trentina, laureata in Popular Music (Goldsmiths, University of London) e in Nuove Tecnologie e Multimedialità (Conservatorio Bonporti, Trento). Con lei abbiamo parlato di Pitonatio, album d’esordio, uscito lo scorso anno per l’etichetta torinese INRI.
Disco di sette tracce concepite per l’ascolto sul vinile. Capirete meglio il perché direttamente dalle parole dell’artista. Noirêve non ricerca compromessi. Il suo approccio compositivo, libero e privo di condizionamenti, è perfettamente riconoscibile nella struttura dell’ album, nelle atmosfere e nella scelta del titolo dei brani. Buona lettura e buon ascolto di Pitonatio.

Partiamo dal titolo dell’album, “Pitonatio”. Lo stato di inattività rilassatezza, dove gli organi hanno meglio sulla nostra volontà. La digestione è qualcosa che non possiamo e non vogliamo impedire. E’ la celebrazione dell’istinto. Mi pare che ci sia molto di istintivo nel tuo lavoro.

“Non mi capita mai di comporre brani che sento già in testa: quando comincio non so dove andrò a parare. Inizio da qualche elemento che mi ispira, magari un sample vocale o una registrazione d’ambiente, e che mano a mano richiama altre cellule che alla fine si costituiscono in un brano. Non riesco a scrivere una canzone “a tavolino”, seguendo percorsi già tracciati o regole armoniche precise…mi lascio guidare da ciò che il primo nucleo attrae;

Il disco è concepito per il vinile. Credo sia il modo migliore per rispettare e valorizzare un prodotto. L’ascolto delle tracce deve procedere secondo l’ordine che ha voluto dare l’autore. Le piattaforme di streaming hanno favorito una modalità di fruizione nella quale è il brano a prendersi il centro della scena, non l’album nella sua interezza e coerenza. Sono questi gli aspetti che ti hanno spinto verso questa soluzione?

“Sì, esatto. Mi rendo conto che per i mezzi attraverso cui si ascolta la musica oggi non è una soluzione ideale: ad esempio i brani inseriti in playlist, trovandosi spesso mixati nel disco uno con l’altro, non hanno un inizio e una fine convenzionale e quindi molte volte cominciano e si interrompono bruscamente, se ascoltati singolarmente. Ma volevo che l’album avesse senso come percorso, e che venisse effettivamente ascoltato in un certo modo. Sicuramente non è una raccolta di hit pop, anche il pubblico che lo apprezza è per forza di cose più ristretto, ma ho voluto creare un’opera che non fosse condizionata da logiche extramusicali, e che fosse coerente in tutte le sue parti”;

Hai scelto tu la copertina?

“Ho un ciondolo che raffigura una faccia a cui per ragioni a me oscure mi sono sempre sentita molto legata. Sapevo che lo avrei voluto nella copertina, ma non sapevo bene in che forma. Poi ho visto alcuni lavori di Elisa Simoncelli in cui usava delle foto ritratto e le integrava con un paesaggio naturale. Boom. Le ho chiesto di fare un lavoro simile a partire dalla foto del mio ciondolo, e quando mi ha inviato alcune prove ho scelto subito quella che poi è diventata la copertina. Richiama perfettamente le sfumature ancestrali e vagamente dark che percorrono il disco”;

L’album è diviso musicalmente in due parti: la prima, il lato A, con struttura ritmica importante, l’altra, il lato B, che vira verso l’ambient e scorre come un flusso che trova significato nella sua continuità. Io ho ci ho visto il racconto del passaggio da uno stato di veglia, alla trance e infine l’accesso alla dimensione onirica. Ti ritrovi in questa ricostruzione?

“In realtà non l’avevo pensata così, ma mi piace molto la tua interpretazione. Non ho perseguito un concetto preciso rispetto allo sviluppo dell’album, l’ho plasmato seguendo un filo che per me avesse senso a livello musicale…l’interpretazione poi è lasciata al singolo ascoltatore”;

Già dai primi ascolti si avverte la tua attenzione verso la fase creativa e compositiva. Tornando al tema dell’istinto, di cui parlavamo qualche riga fa, possiamo dire che creazione è per te anche libertà, investigazione ed espressione della propria individualità, senza vincoli dettati dalle mode o dalla volontà di emulazione? Non credo sia un caso l’utilizzo di un titolo come “Musica per grattini” per un brano.

“Ma sai che il titolo di Musica per grattini è stato l’elemento più criticato dell’album? Un recensore l’ha persino definito come una “parodia di Eno” (che ha scritto il celebre album Music for Airports). A dire il vero non ho voluto ispirarmi precisamente a nessuno. Come ho sempre fatto, ho scelto liberamente ogni aspetto del disco, senza farmi influenzare consciamente da una parte, e dall’ altra senza pormi problemi sull’ essere accostata a qualcuno. Molti degli artisti a cui mi hanno paragonato non li conoscevo prima che me li nominassero: non ho voluto fare molta ricerca proprio per evitare di venire direttamente influenzata, o al contrario accorgermi che qualcuno avesse fatto determinate scelte molto prima di me. Insisto molto sull’ autenticità dell’arte, sul non farsi condizionare direttamente e in maniera razionale da altri artisti o tendenze. È possibile che questo abbia tolto del valore o una componente di innovazione al mio lavoro? Certamente. A me quello che preme non è fare un prodotto innovativo o controcorrente, ma semplicemente un lavoro che mi rappresenti davvero”;

Ascoltando i brani si riconosce anche una volontà di coerenza, la ricerca di un filo conduttore. Come riescono a convivere secondo te istinto e coerenza?

“Nel mio caso, li ho fatti convivere organizzando i brani su release diverse. Ad esempio, un anno prima di Pitonatio è uscito Hesminè, un mio EP in cui la forma canzone è più tradizionale e il cantato occupa un posto centrale. Alcuni brani di Pitonatio li ho composti prima dell’uscita di Hesminè, ma ho deciso di organizzarli in un lavoro successivo perché non li sentivo coerenti con il resto del repertorio. È una scelta di gusto, ma anche di testa: per me come ascoltatore è molto importante la coerenza all’ interno di un album, perché se ho voglia di ascoltare del repertorio in un determinato mood, non voglio dovermi ritrovare a tirare avanti alcuni brani perché evocano sensazioni troppo distanti. I miei album preferiti, ora che mi ci fai pensare, sono molto coerenti in questo senso;

Quando hai capito che “Pitonatio” era completo, definito?

“Già in fase compositiva sapevo di voler stampare su vinile, quindi sarebbe stato inutile continuare a scrivere sapendo che non ci sarebbe stato più spazio per nuovi brani, e che per inserirne di nuovi avrei dovuto sacrificarne qualcuno che per me aveva già senso nello sviluppo dell’album”;

Veniamo alle performance live. A tuo avviso un artista deve avere un’interazione diretta con il pubblico, oppure è la costruzione dello spettacolo, delle atmosfere che devono creare la connessione tra l’artista e chi lo ascolta?

“Dipende anche dal tipo di musica che proponi, ma per quanto mi riguarda cerco di rendere lo spettacolo il più fluido e immersivo possibile, affinché lo spettatore possa trascendere l’hic et nunc e trovarsi in un mondo effimero creato dall’ interazione tra la sua soggettività e gli impulsi visivi e musicali veicolati dalla performance”;

La tua formazione è avvenuta all’estero, hai partecipato a festival internazionali importanti. Alcuni degli artisti che abbiamo intervistato hanno trovato nel pubblico all’estero maggiore predisposizione al nuovo e alla sperimentazione. E’ cosi anche per te?

“Direi che il pubblico italiano con me è sempre stato aperto e ricettivo, non ho trovato differenze con il pubblico straniero. Per la mia esperienza questo discorso si applica maggiormente agli organizzatori dei concerti…mentre in Italia spesso si punta sul “già conosciuto”, sul sicuro, all’ estero la novità tende ad essere apprezzata maggiormente”;

Non amo i ragionamenti intorno ai generi musicali. Siamo arrivati al punto che, alla voce “genere musicale” nelle pagine degli artisti”, si trovano elenchi che somigliano molto a liste della spesa. Credo invece nella forma come mezzo collettivo e individuale per comunicare. Detto questo hai mai pensato a veicolare i tuoi messaggi in una forma musicale diversa?

“Ci ho pensato, ma non ci sono riuscita. C’è stato un momento in cui, per ampliare il mio “bacino d’utenza”, in molti mi hanno consigliato di creare un repertorio più ballabile, da club. Alla fine i brani tornavano sempre a una dimensione più downtempo. Quindi, sempre tornando al discorso dell’autenticità, ho preferito assecondare la mia natura che provare a fare un prodotto che non mi appartenesse completamente”.

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