Il Pd non è morto ma i killer sono ancora in libertà

L'Editoriale settimanale del fondatore di Meta Magazine Andrea Titti che fa il punto sul Pd dopo le elezioni politiche e regionali del 4 Marzo

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Il Partito Democratico ha perso le elezioni politiche molto peggio di come si aspettava di perderle. Non ha vinto le elezioni regionali del Lazio, e se non prende coscienza della necessità di un cambio di passo si appresta a subire altre rovinose sconfitte nelle amministrative dei prossimi anni. Il nostro ragionamento parte da questi tre assunti su cui avanzeremo un’analisi possibilmente costruttiva. La scissione subita che ha portato alla nascita di Liberi e Uguali ha dimostrato come non c’è nessun popolo di sinistra da recuperare a sinistra del Pd. Il partito di Grasso infatti si è fermato al 3,5%, praticamente le stesse cifre elettorali che da 10 anni raccolgono le formazioni politiche di sinistra sinistra. Rifondazione Comunista nel 2001, la Lista Arcobaleno nel 2006, Sinistra Ecologia e Libertà di Vendola nel 2013. I boschi di cui tanto parlava Bersani si sono dimostrati nella realtà un raccogliticcio di sterpaglie, piuttosto urticanti per chiunque ne venisse a contatto, vista la loro litigiosità interna e la sostanziale implosione dal 5 Marzo.

I voti persi dal Pd, passato dal 25 al 18,7% quindi sono da ricercarsi altrove, in particolar modo nelle fila del Movimento Cinque Stelle e nella Lega di Salvini, veri vincitori di questa tornata elettorale. Come recuperare la fiducia di questi elettori in libera uscita dunque? E’ il vero interrogativo che dovrebbe occupare la dirigenza del Nazzareno ad ogni livello. Si perchè il fenomeno esteso per cui elettori di centrosinistra, in genere definiti “moderati”, abbiano scelto una piattaforma programmatica di destra come quella di Salvini e Di Maio non può che interrogare. Certamente Lega e M5S si sono posti agli elettori con delle idee forti, reddito di cittadinanza e più sicurezza a partire dalle politiche migratorie, a differenza del Pd che ha fatto una campagna elettorale sbiadita, timida e vuota di quella innovazione riformista che aveva contraddistinto l’attacco del renzismo al sistema paludato dei caminetti piddini. Dire solo che si è governato bene, può essere vero, ma non serve per acquisire il consenso dei cittadini. Se i provvedimenti presi per essere capiti hanno bisogno di essere spiegati a chi ne dovrebbe essere il beneficiario significa che non hanno inciso sul vissuto reale della gente. Il difetto non sta nella comunicazione in questi casi, ma nel dare risposte giuste a domande sbagliate. Alle elezioni i programmi non contano nulla, contano le idee forti, le suggestioni che ingenerano sentimenti negli elettori, facendoli sentire protagonisti, conta la mobilitazione e non l’arruolamento.

La sconfitta del Pd e di Matteo Renzi, ad oggi l’unico che ha avuto il coraggio di assumersene la responsabilità, sta nell’aver perso la sua spinta riformatrice dopo il referendum del 4 Dicembre 2016. La retorica della personalizzazione ha fatto avvitare su se stesso il segretario che nei mesi fino al 4 Marzo 2018 si è trascinato in una eterna mediazione su tutto con tutti, espellendo dal suo vocabolario elettorale la parola riforme, quasi come fossero un tabù, non ricordandosi che gli elettori del Pd e delle primarie che lo hanno investito del suo ruolo lo hanno fatto per il suo progetto riformatore ed innovatore, non per il suo accento fiorentino. Scendendo sul terreno della politica politicante Renzi si è intrappolato in quei meccanismi che lui stesso avrebbe dovuto abbattere. Oltre a ciò esiste una responsabilità politica della segreteria nazionale nel non aver messo mani seriamente sui territori, laddove il partito languiva e languisce tra guerre intestine e misere rendite di posizione locali vieppiù in via di estinzione.

Parlando di territori, di Regione Lazio nello specifico, presto si dovrà dissipare l’illusione per cui la coalizione di Zingaretti, per quanto larga, abbia vinto le elezioni, perchè non è così. E’ vero che Nicola Zingaretti è stato eletto Presidente della Regione, ma solo in virtù di un sistema elettorale di stampo presidenzialista, perchè se si fosse votato con uno schema di legge elettorale proporzionale come alle nazionali avrebbe perso anche lui come Renzi. E’ vero che la lista del Pd Lazio ha recuperato in percentuale ed in termini assoluti elettorato rispetto alle politiche ma ciò è dovuto alla presenza del voto di preferenza che ha mobilitato persone e strutture che hanno arginato l’emorragia. In Consiglio Regionale infatti le due opposizioni del centrodestra e dei Cinque Stelle sono in maggioranza rispetto alle liste che sostenevano il governatore uscente, e non è un caso che per far partire la legislatura il Pd dovrà cedere molte presidenze di commissioni importanti alle apparenti minoranze, essendo lui stesso in molte delle stesse senza i numeri per imporre da solo il programma elettorale. I dirigenti laziali del Pd dovrebbero preoccuparsi di spiegare ai loro elettori che la legislatura che si aprirà ufficialmente nei prossimi giorni non sarà una passeggiata frutto di una vittoria in controtendenza ma un faticoso compromesso quotidiano. In più, quando l’identità di un partito è più debole rispetto alla forza delle sue correnti interne si preannunciano seri problemi per il partito stesso.

Oggi si decide il destino e la sopravvivenza del progetto “democratico”: chi pensa di recuperare i voti persi sostenendo sotto varie forme un governo con chi quei voti ha preso, non solo non recupererà quei consensi ma perderà anche quel 18% che oggi appare così misero.

La Lega ha occupato lo spazio politico del centrodestra che pareva conquistabile con il declino di Berlusconi. di conseguenza l’algoritmo che guida la Casaleggio Associati punterà sull’Opa ostile verso la fetta di elettorato del Pd che, cedendo a non meglio specificate lusinghe, verrebbe fagocitato in pochi mesi. La sfida sta nel recuperare la capacità di proporre una piattaforma riformista sui temi più stringenti nel vissuto delle persone, perchè quelle idee forti che hanno fatto vincere le elezioni, alla prova del governo non potranno che svanire nella loro irrealizzabilità. E visto che ci siamo si potrebbe e dovrebbe ripartire proprio da quelle riforme istituzionali senza le quali l’Italia non esce dal pantano.

Dalle urne è uscito sconfitto il “Patto del Nazzareno”, perchè percepito come patto di palazzo nato contro la natura dei rispettivi elettorati. Non è un caso che oltre al Pd la grande sconfitta è Forza Italia. Chi volesse riproporne lo schema, sostituendo Forza Italia con i Cinque Stelle non ha capito nulla dalla lezione delle urne e se il Pd non è ancora morto, costoro si distinguerebbero come i suoi più pericolosi killer.

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