Psicanalisi del voto, più vince la Lega più perde il centrodestra

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salvini
Matteo Salvini
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Matteo Salvini

Gli assenti hanno sempre torto, perciò in merito all’importante astensionismo emerso dalle urne di Emilia Romagna soprattutto, ed in subordine dalla Calabria, non spenderò molte parole, se non per dire che in termini assoluti l’astensione ha fatto diminuire i voti per tutti i partiti, inclusa la Lega Nord di Salvini che, pur vincendo il derby nel centrodestra, perde in Emilia Romagna circa 50mila voti rispetto alle ultime regionali.

I freddi numeri dicono che le due Regioni venivano da amministrazioni di centrosinistra (l’Emilia) e di centrodestra (la Calabria), mentre le urne hanno consegnato entrambi gli enti locali nelle mani del Partito Democratico. Ambedue le Regioni sono state costrette al voto autunnale perchè i due governatori dimissionari (Errani in Emilia e Scopelliti in Calabria), erano stati investiti a vario titolo da inchieste giudiziarie. Questo teoricamente doveva rappresentare un vantaggio elettorale per le opposizioni di quelle giunte, ma nei fatti solo il centrosinistra calabrese ha saputo approfittare delle favorevoli circostanze ribaltando l’esito delle elezioni del 2010, concedendo il bis, con le stesse percentuali, delle recenti comunali di Reggio Calabria. Diversamente è andata per il centrodestra emiliano romagnolo che, non ostante solo il 37% di affluenza ai seggi, il minimo storico per una delle realtà più assiduamente frequentanti le urne, non ha saputo fare altro che mettere in scena un derby interno tra le liste di Forza Italia e Lega Nord, che ha visto uscire il partito di Berlusconi con le ossa rotte dalla macchina elettorale di Matteo Salvini che con il 19% dei consensi ha praticamente doppiato gli azzurri fermi ad un drammatico 8% regionale. Tutto ciò senza mai veramente insidiare la vittoria del renziano Stefano Bonaccini, il quale, non ostante evidenti difficoltà nel portare a votare gli elettori di centrosinistra, non ha mai rischiato di perdere le elezioni.

Netto ridimensionamento in entrambe le regioni per il Movimento Cinque Stelle che, fermo al 13% in Emilia Romagna, prima regione a regalare un eletto ai grillini nel 2010, quel Favia poi uscito dal movimento di Beppe Grillo, in Calabria non è andato oltre uno striminzito 4%.

Per il Governo e per Matteo Renzi il lascito della domenica elettorale ha un sapore agrodolce: dolce nei risultati finali perchè il suo Pd continua a vincere e strappare enti al centrodestra ogni volta che si da la parola agli elettori, amaro perchè l’astensionismo record è il segno che la luna di miele è finita e d’ora in avanti il Premier dovrà stare molto più attento, non tanto agli strepiti della sub-minoranza del suo partito, ma alla voce del disagio delle persone che sale forte dalle città.

Grillo si è tenuto lontano dai comizi e da questa campagna elettorale; d’altra parte traversare a nuoto il po’ o ancora una volta lo stretto, magari in senso inverso rispetto all’ultima volta in cui volgeva lo sguardo alla Sicilia, d’inverno e con questo tempaccio non è consigliabile. Certo è che la luna di miele si è chiusa anche per i pentastellati che, pare non abbiano ben investito il credito ottenuto negli ultimi anni in classe dirigente, abbandonandosi di fatto ad una presenza mediatica improduttiva agli occhi degli elettori.

Il centrodestra, o ciò che ne resta, merita un discorso, o meglio un’orazione funebre, a parte. Si perchè se l’altro Matteo, Salvini, può gioire per il sorpasso a Forza Italia in Romagna ed una munifica campagna acquisti tra eletti ed amministratori dalla Toscana in giù fino alla punta dello stivale, i numeri dicono che la crescita della sua Lega, sia nella variante nordista che sudista, pare essere direttamente proporzionale alle sconfitte della coalizione. Più la Lega cresce più il centrodestra perde infatti. Certo in Emilia Romagna il 19% totale è un risultato ragguardevole, ancor più se si guardano le cifre in alcune province ampiamente sopra il 20%, ma nel complesso, la coalizione guidata dal Sindaco “padano” di Bondeno Alan Fabbri, raccoglie il minimo storico del centrodestra in regione dal 2000, quando si elegge direttamente il Presidente della Regione. La risposta a ciò è facile, e sta nel fatto che una linea politica lepenista raccoglie consensi e può aver cittadinanza in uno schieramento di centrodestra, a patto che non ne sia la guida, il traino e l’immagine: esattamente ciò che oggi è Salvini con il suo partito.

Forza Italia si conferma essere nient’altro che la trasposizione dell’immagine del suo leader e fondatore, niente di più, niente di meno. Nulla oltre Berlusconi: quando l’ex Cavaliere era saldo in sella si volava, ora che gli anni si fanno sentire anche per lui, il partito segna il passo, viaggiando al ritmo di requiem. Curiosa circostanza sta nel fatto che, nelle liste e soprattutto nella maggioranza degli eletti in questa tornata, sono quasi estinti gli esponenti puramente forzisti, a vantaggio degli ex An che, rimasti in Fi anche dopo la scissione di Fdi, soprattutto in Emilia Romagna, affermano la loro supremazia nella battaglia interna a colpi di preferenze. E’ il caso di Galeazzo Bignami a Bologna, o di Enrico Aimi a Modena, unici due eletti azzurri in Regione, entrambi ex dirigenti di Alleanza Nazionale. Lo stesso vale per Luca Cimarelli a Ferrara e Luca Bartolini a Forlì. In Calabria poi non mancano i casi di “migranti” della politica che ora in An, ora in Udc, stavolta in Forza Italia, trovano il modo per rientrare sempre in ballo per qualche seggio, come Mimmo Tallini ad esempio.

Se per Forza Italia suonano campane a morto, per Fratelli d’Italia siamo alla sepoltura politica. Non citiamo ad emblema l’1,9% emiliano, perchè laddove la Lega Nord dilaga, era normale attendersi un restringimento del bacino elettorale per il partito della Meloni, ma il 2,4% calabrese è il vero de profundis per gli ex “gabbiani” aennini. Si perchè in Calabria per chi come Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale, si è fatto portavoce di una politica antieuropa, antiimmigrazione, antirenzi, e quant’altro che qui semplifichiamo, non vi era alcuna concorrenza nel centrodestra, anzi, con Forza Italia in crisi d’identità doveva essere la presenzialista Meloni a raccoglierne i dividendi elettorali, invece nulla di nulla, neppure un voto in uscita da Fi è giunto dalle parti di Fdi, anzi, numerose sono state le perdite verso l’astenzione.

In mezzo al guado è rimasto il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, con la poco benaugurante compagnia dell’Udc di Cesa e Casini. Per loro non si preannunciano tempi facili, anzi, in vista delle prossime regionali di primavera, la suggestione di andar da soli tra i due poli, ne col centrodestra di Salvini, perchè non voluti, ne col Pd renziano, perchè impauriti, somiglia sempre più ad un incubo visti i risultati di questo fine settimana. Non dia illusioni il 6% di lista ottenuto in terra calabrese, che aggiunto al 2,9% dell’Udc si aggira attorno all’8% (come farà poi l’Udc, partito sostanzialmente estinto dalle carte della geografia politica ad ottenere ancora certi numeri è un mistero democristiano), perchè se in una roccaforte come la Calabria Ncd non va oltre queste cifre, il 4% nazionale è una chimera. In Emilia Romagna infatti il responso dice 2,9% per gli alfaniani, molto più in linea con l’attuale percentuale nazionale. Se i numeri sono questi, e questi sono, Alfano farebbe bene a riflettere e prendere una decisione chiara, ossia riproporre per le prossime regionali l’alleanza con Renzi che oggi vede il suo partito, l’Udc ed il Pd governare assieme, solo così potrà avere una prospettiva politica. L’altra ipotesi sarebbe quella di convincere Berlusconi e pezzi del centrodestra a rompere con Salvini per costruire una coalizione popolare senza la destra leghista, ma con l’aria che tira non sembra che Alfano ne abbia la forza.

Morale della storia, Matteo Renzi ad oggi non ha alternative credibili ed all’Italia non resta che sperare in un suo successo riformatore, altrimenti i tempi potrebbero incupirsi ancor di più per gli italiani.

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