Quando l’attesa sazia o distrugge

Leggere la cronaca con le parole della letteratura è l'esperimento che inauguriamo partendo dall'attesa tra Beckett e Velletri

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Quando l’attesa sazia o distrugge

Samuel Beckett, mentre ideava Aspettando Godot, sicuramente sapeva che sensazioni come quella di smarrimento, di isolamento, del sentirsi sospesi in una dimensione atemporale e di attesa di qualcosa o qualcuno, oltre ad illustrare le condizioni in cui si trovano i suoi due protagonisti, in qualche modo, avrebbero potuto rappresentare anche la condizione dell’uomo reale.

La protagonista per eccellenza all’interno dell’opera beckettiana è l’attesa. Ma attesa di cosa? Di chi? Di Godot, certo. Ma chi è Godot?

In una realtà scenica di degrado e di disagio, in cui i protagonisti non sanno quasi più chi sono, cosa vogliono o perché si trovano in attesa di qualcosa o qualcuno che nemmeno conoscono, si giunge all’estraniazione e all’isolamento. Il tempo diventa indefinibile tant’è che, all’interno dell’opera, tutto sembra accadere a distanza di poco tempo, mentre poi ci rendiamo conto che alcuni personaggi dell’opera cambiano, invecchiano, gli alberi da spogli diventano verdi e folti, mentre gli unici a rimanere uguali sembrano essere proprio i due protagonisti. La condizione umana sembra, allora, essere immersa in un “non-tempo” che passa senza che noi ce ne rendiamo conto. Godot potrebbe essere un giudice, un Dio oppure una rivoluzione, ma non sapremo mai la verità, tantomeno i protagonisti. Allora non ci rimane che chiederci cosa sia realmente l’attesa e cosa essa produce. Probabilmente ciò che ne fuoriesce è un’ulteriore, ed eterna, attesa oppure il disperato desiderio di morte. Uno dei protagonisti dell’opera, ignaro di chi e quanto avrebbe dovuto ancora aspettare, propone l’impiccagione e, sebbene le sapienti abilità di Beckett fanno si che questo momento non venga caricato di ulteriore pathos tragico assumendo, piuttosto, un sapore pressoché grottesco, l’estrema soluzione che il personaggio suggerisce fa riflettere.

Spesso dimentichiamo quanto il potere della parola letteraria abbia una valenza tale da poter essere specchio della realtà che ci circonda. Le condizioni di attesa, di disagio, di sospensione e di morte non rimangono chiuse dei libri ma avvolgono la nostra vita e se pensiamo a quella di coloro che oggi sono detenuti nelle carceri, le condizioni in cui essi si trovano non sono così diverse da quelle di quei due tipi che aspettano Godot. A riaprire la questione sono state le due morti avvenute nel carcere di Velletri la notte tra il 3 e 4 Novembre. Un uomo deceduto a causa di un malore ed un giovane, invece, morto suicida. Non conoscendo le motivazioni del malore del primo, ciò che terribilmente colpisce è il suicidio del giovane. Tutto ciò, non solo conduce a soffermarsi sulle tante altre morti all’interno delle carceri, ma porta ad interrogarci circa le motivazioni che possono aver spinto un detenuto ad aver optato per la scelta estrema. Inevitabilmente questi fenomeni, che non sono per nulla rari ed inusuali, aprono ancora una volta la questione sulle condizioni di vita all’interno delle carceri. Molti sono gli aspetti che dominano quella realtà e che forse somigliano un po’ a quelli che abbiamo incontrato pocanzi con i due protagonisti dell’opera beckettiana: isolamento dal mondo esterno, condizioni di degrado (in questo caso a livello di spazi e sanità), trovarsi in un luogo quasi fuori dal tempo, la mancanza di contatti esterni e la carenza di attività formative e lavorative, la noia. Anche qui l’attesa assume un ruolo protagonista come per i due personaggi di Beckett. Essa, infatti, può esistere in funzione della speranza di un possibile cambiamento della propria condizione, può essere l’unico elemento a cui appellarsi quando l’isolamento dalla realtà porta allo sfinimento e alla disperazione, oppure potrebbe essere causa di esaurimento, autolesionismo e morte per coloro che, per differenti motivazioni, non riescono a sostenere quelle condizioni. La Polizia Penitenziaria si trova costretta a dover far fronte a questioni psichiatriche e mediche senza averne le competenze, ragion per cui le istituzioni hanno approvato di riformare se non tutto, almeno parte del sistema penitenziario con lo scopo di migliorare o quantomeno modificare le condizioni delle carceri. Ma scegliere di morire in un contesto di limiti e restrizioni, rimane qualcosa di ben radicato se non addirittura di “culturale”.

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