Roma, a Palazzo Barberini mostra dell’Arcimboldo

Roma Capitale, alle Gallerie nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini, l'Arcimboldo apre la porta della sua wunderkammer

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Palazzo Barberini

Con la certezza che tornerà a stupire, per la prima volta a Roma si potranno ammirare una ventina di capolavori autografi, disegni e dipinti, di Giuseppe Arcimboldi – l’Arcimboldo – provenienti da collezioni mondiali che, con difficoltà, se ne privano per così lungo tempo.
Una rarità, dunque, quest’esposizione di Palazzo Barberini, che si protrarrà fino all’11 febbraio 2018, e che ne mette assieme tante, tenuto conto che la produzione dell’Arcimboldo è piuttosto scarna. Un’occasione eccezionale che i curatori hanno articolato in sei sezioni, inserendola nel contesto storico dell’epoca, elemento non secondario per la comprensione dell’opera dell’artista meneghino, figlio d’arte. In apertura, una sala che mostra il celeberrimo “Autoritratto” cartaceo in cui Arcimboldo presenta se stesso come scienziato e pensatore (l’uomo rinascimentale per antonomasia) dentro l’ambiente degli umanisti milanesi. L’eclettico artista è espressione della cultura del suo tempo, che combinava osservazione scientifica, gioco e ironia per sovvertire il modo di guardare e concepire l’arte.  Eppure, le bizzarrie di Arcimboldo, dopo grande fortuna, vissero secoli di “polvere”. Furono riscoperte solo negli anni ’30 del Novecento, da quanti lo indicarono quale precursore del Dadaismo e del Surrealismo: le note “teste composte” di frutti e fiori l’hanno reso uno dei protagonisti della cultura manierista internazionale, ma pure esponente di una corrente artistica lontana da quella classicheggiante in voga all’epoca proprio a Roma. E, pertanto, proiettata verso il futuro… che arrivò con Oskar Kokoschka e gli altri. Artista che seppe far proprie le conoscenze più disparate, ricercò le espressioni umane e il mondo naturale osservando tutto nelle declinazioni più insolite. Le opere dipinte alla corte asburgica e sistemate, per l’occasione, nella seconda sezione della mostra parlano di un periodo in cui la sua abilità di disegnatore viene notato dai reali che si fanno ritrarre, con le accortezze compositive che ricordano i trascorsi sui cartoni per le vetrate del Duomo di Milano. A Vienna, Arcimboldo organizza tornei e cerimonie a cui dedica studi preparatori, ora oggetto di esposizione. Nascono le “teste composte”, personificazioni delle stagioni: “Primavera”, “Estate”, “Autunno”, “Inverno”, che, a Palazzo Barberini, sono sistemati in dialogo con i quattro elementi costitutivi dell’universo (“Acqua”, “Aria”, “Fuoco” e “Terra”, quest’ultima in visita all’esterno dopo venti anni). Nella prima sezione – l’ambiente milanese – l’“Estate” e l’“Inverno” si confrontano con una serie di opere religiose di artisti coevi (il leonardesco Cesare da Sesto) e altre, cosiddette, di arte applicata: manifatture di lusso (armature, arazzi) in cui Milano primeggiava in quegli anni. Il successo dell’artista italiano non è disgiunto dalla scoperta di nuove terre (in primis l’America) e dall’apertura di altre rotte commerciali verso l’Oriente: non è perciò incomprensibile l’interesse quasi morboso verso l’esotico, il mostruoso. Nella terza sezione – studi naturalistici – i pezzi da collezione per impreziosire le wunderkammer, “camere delle meraviglie”, sono tanti: zanne, coralli, dipinti degli “irsuti” (uomini affetti da rare malattie, divertissement di corte) e le illustrazioni dei volumi di catalogazione zoologica e botanica promossi dall’Aldovrandi e a cura dell’Arcimboldo. La quarta sezione – quella delle teste reversibili – racconta le nature morte con raffinata ambiguità visiva: ruotate di 180 gradi (con l’ausilio di specchi) assumono una conformazione umana. Costringono l’osservatore a studiarle da vicino, perchè da lontano se ne coglie solo la forma nel complesso. La resa accurata dei singoli oggetti che la compongono è chiara solo avvicinandosi: fiori, frutti, pesci, animali, ferri per caminetto, segnalibri, fasci di fogli contribuiscono al significato della rappresentazione, che si tratti della caricatura di un individuo o di un’allegoria. Ognuno di essi si intreccia e/o si sovrappone agli altri per sottolinearne l’impatto globale. Arcimboldo fu magister dell’ironia, proseguendo la tradizione leonardesca e lombarda della caricatura; la natura tutta, la flora e la fauna allora conosciute sono al servizio della burla, dell’artificio e del virtuosismo: nascono così capolavori come “L’Ortolano” (per via dell’enorme naso) o “Priapo” (per la malcelata allusione fallica). Quindi, la quinta sezione – il bel composto-, ovvero busti che appaiono del tutto naturali, ma che sono costruiti con il sapiente incastro di forme diverse, naturali o artificiali. E la sesta, l’ultima sezione – le pitture ridicole -: personificazioni dei mestieri. In mostra, “Il Giurista” e “Il Bibliotecario”, ovvero la deformazione grottesca che non è mai approssimazione. Dietro opere apparentemente ridicole e piene di simboli, c’è studio profondo dell’anatomia; dietro la parodia, la creazioni di codici che svelano un certo gusto per il mistero. In questa sala, menzione speciale per un busto dello stilista Roberto Capucci che, parafrasando l’Arcimboldo, ha creato con forbici, raso, bottoni e spille, una personale versione del “Sarto”.

Info: www.barberinicorsini.org

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