San Raffaele di Rocca di Papa, i lavoratori si sentono abbandonati

Dopo la manifestazione di venerdì 7 agosto i lavoratori del San Raffaele di Rocca di Papa che hanno perso il lavoro rilanciano il loro grido di dolore

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Riceviamo e pubblichiamo integralmente una nota diramata dai lavoratori del San Raffaele di Rocca di Papa.

“In un periodo storico così importante e così delicato, in un periodo in cui Stato e Regioni aiutano burocraticamente ed economicamente le imprese affinché non chiudano posti di lavoro, noi siamo le pecore nere. Noi 160 dipendenti del San Raffaele di Rocca di Papa, dopo mesi, siamo ancora qui a raccontare la nostra verità, i nostri sacrifici e a chiedere il rispetto dei nostri diritti: venerdì 7 Agosto ci siamo (di nuovo) radunati in una manifestazione per richiedere di poter lavorare e il pagamento dei nostri stipendi (ancora 2 arretrati ad oggi), invocando quello che è uno dei diritti fondamentali della Costituzione. Proprio in occasione della manifestazione del 7 Agosto riceviamo l’ennesima doccia fredda, l’ennesima risposta inconcludente ed infondata, che come le precedenti sembra essere stata ideata solo per prenderci in giro ed allungare i tempi. Alla nostra insistenza affinché alla società vengano pagate le fatture dovute poiché, come se ne avessimo responsabilità, dal saldo di queste dipende il saldo dei nostri stipendi, la Asl Roma 6 ci risponde: “le fatture non vengono liquidate perché dobbiamo quantificare le spese sostenute dalla nostra ASL per le indagini svolte presso la vostra struttura, e per i trasferimenti dei pazienti positivi  presso le strutture covid dedicate”. Ad Agosto dunque, mentre l’Italia intera riparte, noi siamo ancora ad attendere una quantificazione di queste spese che a quanto pare necessita mesi? Ed ingenuamente ci chiediamo, oltre al tempo necessario, se queste quantificazione siano poi realmente necessarie: difatti, se i pazienti RSA sono a carico completo del SSR, noi siamo in attesa che loro scorporino dai loro oneri delle spese che sarebbero anch’esse a loro carico? Quando poi, ad aggiungere motivazioni alla nostra perplessità, al momento del trasferimento dei pazienti le Asl ci richiedevano l’invio di medicinali e farmaci in quanto loro ne erano sprovvisti. Non ci è ben chiaro, alla luce di queste considerazioni, cosa realmente devono stornare prima di procedere al pagamento? Dopo la “guerra” del Covid, ci troviamo quindi a combattere una guerra contro le istituzioni e contro chiunque ci abbia infangato per questioni di interesse o per ignoranza, e abbia contribuito a metterci in questa situazione. Ci troviamo a combattere a distanza di mesi perché ancora non vediamo riconosciuto ciò che è nostro di diritto, sia a livello economico sia a livello di dignità che sentiamo calpestata giorno dopo giorno. Ci sentiamo ignorati, sottostimati, arrabbiati e soprattutto stanchi di questi che a noi sembrano giochi sulle spalle di 160 lavoratori, e di conseguenza di 160 famiglie. Siamo stanchi di ripeterci in richieste, manifestazioni, dichiarazioni senza però ricevere mai e da nessuno risposte concludenti. Stanchi, ma ancora pronti a ripetere di nuovo, ancora, perché è l’unico mezzo che abbiamo per ottenere qualcosa che dovrebbe essere già nostro: salario, lavoro, giustizia. Nel raccontare la nostra, crediamo sia doveroso ricordare innanzitutto le numerose linee guida che si sono susseguite, spesso in contrasto tra loro, da inizio anno ad oggi da parte di OMS, Ministeri e comitati scientifici in merito alla prevenzione del Covid-19. Ricordiamo il caos sociale dovuto al continuo contrapporsi di consigli, norme e procedure che si annullavano a vicenda, creando confusione in ogni ambiente sociale, dal supermercato al sanitario. Portiamo ad esempio come fino a pochi giorni prima del lockdown, l’invito generale era di non abbandonare la normalità e di non sopravvalutare il fenomeno “Covid” per non alimentare terrore di massa. Ricordiamo poi di come questo caos è stato sostenuto ed amplificato in diversi casi nazionali e non, nei quali si è reso ancora più ingestibile l’emergenza, come ad esempio l’appalto flop con la Ecotech. Cambia tutto, di nuovo, dal giorno 8 Marzo. Cambia tutto perché il Sistema Sanitario Nazionale è al collasso ben prima di noi. Linee guida inefficaci, casi in aumento incontrollato, operatori e medici malati e di conseguenza in sotto numero nelle strutture, disordini, paura, disorientamento. Tamponi insufficienti, tamponi in ritardo, persone che muoiono nell’attesa di esami clinici e test, colleghi che hanno rischiato la loro vita e quella dei loro cari per fronteggiare tutto questo e colleghi che l’hanno persa, tutto senza indicazioni precise, spesso senza mezzi idonei: una sanità abbandonata a sé stessa. Questa era la situazione sanitaria italiana agli inizi di marzo, situazione che ha degenerato poi per settimane e situazione che è lo specchio di come ci saremmo trovati anche noi dopo qualche settimana. La Asl Roma 6, che tanto ci mortifica e ci demonizza, si trovò anch’essa sopraffatta dagli eventi. Sbagliò ad esempio indirizzo di casa di ben 2 colleghi, a chissà a chi saranno andati a fare i tamponi a loro destinati! Tamponi che, per chi invece non ha subito questi “piccoli disguidi”, sono stati comunque frutto di lunghe attese e numerose insistenze da parte nostra. Tamponi svolti dagli operatori dell’Asl Roma 6 che si presentavano ai domicili sprovvisti di dispositivi di sicurezza individuale. La Asl Roma 6, sempre la stessa che ci mortifica e che ci demonizza, che in uno dei numerosi controlli positivi svolti in struttura sui pazienti positivi, confondeva gli stessi durante la visita. Comprensivo d’altronde visto l’orario: i controllo venivano svolti infatti tra le 21 e le 23:30, senza nessun rispetto della routine e l’orario di riposo di soggetti anziani e malati. Senza nessun rispetto dei valori di empatia ed umanizzazione si cui si basa il nostro lavoro e la nostra struttura. Ma forse, era più importante presentarsi ai nostri cancelli in orari in cui non sarebbero stati presenti responsabili e dirigenti anziché avere il rispetto delle persone. Per quel che riguarda gli operatori che si sono ammalati in servizio, si sono purtroppo positivizzati come nel resto d’Italia, e non per loro negligenza! L’art.7 del Decreto Legge del 9 marzo 2020, n. 14 dispone che i sanitari esposti a pazienti Covid-19 non siano posti in quarantena, ma continuino a lavorare anche se potenzialmente infetti. La sospensione dal lavoro è prevista solo se sintomatici o positivi, quindi se un operatore è asintomatico e non fa il tampone, poiché tampone da linea guida si faceva solo se presenti sintomi covid, lo stesso operatore rimane in servizio rischiando così però di infettare. Questo è successo nella nostra struttura, avendo la maggior parte dei positivi asintomatici, sia tra i pazienti che tra gli operatori, ed è successo in tutta Italia. Di fatto, mentre molti di noi facevano il terzo tampone, molti colleghi dipendenti pubblici della Asl Roma 6 non riuscivano ancora a fare il primo, pur essendo stati a contatto on pazienti Covid.

Un ordinanza della Regione Lazio del 18 aprile 2020 ribadiva i principi dettati dai vari DPCM che si sono susseguiti dall’8 marzo in poi sottolineando che:
• le asl devono proseguire con il monitoraggio e sopralluoghi delle strutture territoriali residenziali e semiresidenziali sanitarie di competenza del proprio territorio; in merito a ciò, al San Raffaele di Rocca di Papa non si è visto mai nessuno se non dopo la rilevazione dei primi casi. Sul verbale scrivono di un sopralluogo il giorno 6 Aprile 2020, (al 5 di Aprile avevamo un caso accertato trasferito nella stessa giornata), ma non sono nemmeno entrati, si sono fermati sul cortile, all’esterno della struttura, non hanno dato informative e indicazioni, non hanno dato procedure utili per la limitazione del contagio ai responsabili di struttura come dichiarano, hanno solo raccolto informative, senza effettuare alcun sopralluogo, né tantomeno effettuare tamponi. Il primo vero sopralluogo degno di tale appellativo risale al giorno 15 Aprile, quando ormai i casi erano in aumento;
• Compilare check-list per ciascuna struttura per la valutazione delle situazioni ambientali e degli ospiti;
• Rilevare il fabbisogno di DIP che devono essere si garantiti da ogni singola struttura, ma li dove ci sia impossibilità di dotarsi dei suddetti è la Regione tramite Asl che provvede al fabbisogno giornaliero, imputando poi il costo alla struttura secondo il valore medio di acquisto regionale e decurtato poi in occasione del saldo annuale; non è un segreto che dispositivi scarseggiavano in tutta Italia, gli ospedali facevano fatica a reperire i DIP.

Quando abbiamo contattato sia l’ASL RM6 che la protezione civile per denunciare la scarsità dei nostri dispositivi la risposta è stata la stessa “ dobbiamo occuparci prima degli ospedali perché la disponibilità di dispositivi è poca”. Nonostante ciò, specifichiamo che nessun operatore ha mai lavorato senza mascherine, guanti, disinfettanti e tutto ciò cje è stato possibile reperire. Al contrario di quanto è stato riferito da alcuni parenti alla vicesindaco Cimino, e al contrario di quanto è stato riportato dalla ASL RM6, il 3 aprile si evidenzia il primo caso sospetto e da subito si è provveduto all’isolamento dello stesso in stanza singola e all’assistenza dello stesso con personale dedicato su ogni turno, sempre da subito si è richiesto il tampone con le norme di isolamento già in atto. Il risultato arriverà solo il 5 Aprile da parte del Campus Biomedico di Roma. Nel frattempo, durante l’attesa del referto, i pazienti che erano in stanza con il primo caso sospetto sono stati trattati tutti e tre come casi sospetti con utilizzo di dip e la porta della stanza chiusa, non per abbandonare i pazienti come dichiarato dai parenti, ma per evitare l’eventuale diffusione, come indicato da molti virologi che affermano che qual’ora non sia possibile strutturalmente contenere l’isolamento le porte delle stanze vadano chiuse per creare una seppur labile barriera, l’accesso viene indicato solo quando necessario, e per l’esecuzione della routine( terapia, cure igieniche rilevazione parametri). Noi in quella stanza entravamo 6/7 volte nelle 24 ore, rilevando ad ogni ingresso i saturazione e temperatura. Il giorno in cui è arrivato il referto che confermerà la positività al covid-19 del primo caso era il 5 aprile di domenica alle 13 circa. Al paziente viene eseguito il secondo tampone e trasferito nell’immediato. Il giorno seguente non è venuta l’asl come da prassi ad effettuare i tamponi agli operatori del reparto e al resto dei pazienti della lungodegenza medica B. Li ha effettuati dopo l’insistenza della struttura, con ritardi nell’attuazione e nella refertazione. I risultati sono arrivati dopo 4/5 giorni dal test. Nel frattempo come da decreto gli operatori continuavano a lavorare perché in attesa delle risposte e assolutamente asintomatici. E ancora eravamo soli. La cosa sorprendente è che continuavano ad inviare ricoveri dalle strutture ospedaliere con un semplice link epidemiologico con domande alquanto ridicole per pazienti anziani e per la maggior parte affetti da demenza: “ è mai stato in Cina?” o anche “ ha avuto contatti con Covid positivi”. Alcuni pazienti invece arrivavano con tamponi negativi, datati però anche una settimana o addirittura di 15 giorni prima del ricovero. Emblematico il caso di un paziente arrivato in hospice dopo il 6 aprile, quindi dopo il primo caso accertato (il blocco dei ricoveri in hospice risale all’8 di Aprile e  per la lungodegenza al 5 di Aprile) e sottolineo hospice perché il sistema immunitario di questi pazienti è talmente compromesso che ci vuole una minima scintilla per far esplodere una bomba. Questo paziente è arrivato con un quadro respiratorio compromesso in ossigeno terapia, con una polmonite interstiziale in diagnosi, un tampone vecchio di 15 giorni e temperatura corporea alterata, ovviamente il paziente è stato rimandato indietro e, il giorno dopo la direzione sanitaria dell’ospedale di provenienza del paziente rimandato indietro pretendeva pure delle spiegazioni. Caso simile è avvenuto anche per la lungodegenza, paziente arrivato i primi di Aprile con 37.7 di febbre, in ossigeno terapia polmonite bilaterale “risolta”, rimandato indietro e, anche qui il giorno seguente il presidio ospedaliero di provenienza chiedeva spiegazione sulla non accettazione del paziente. Molti dei pazienti risultati positivi erano entrati in struttura da poco, ciò a dimostrare che forse erano positivi già dalle strutture di provenienza. Oltretutto dopo il primo caso positivo del 5 aprile, dalla data del 15 aprile non si sono più rilevanti casi positivi, questo a dimostrazione del buon lavoro che è stato svolto, anzi molti pazienti si sono negativizzati. Comunque, a differenza di quanto riportato nel decreto, una volta evidenziato il primo caso nella lungodegenza il reparto si è totalmente blindato. Ci siamo praticamente improvvisati struttura covid pur non avendo, strutturalmente parlando, i mezzi per farlo poiché la nostra struttura non nasce per la gestione di malattie infettive e , sempre strutturalmente non è adeguata per il contenimento delle infezioni come più volte ribadito ai vertici della Asl. Nonostante ciò, i pazienti positivi sono stati abbandonati dalla Asl, e con loro gli operatori che li hanno accuditi a loro rischio, e lasciati da noi quasi 30 giorni. Ogni volta che l’Asl veniva, invece di dare concretamente una mano nell’interesse dei pazienti e dei dipendenti, si limitava a fare interrogatori ed inquisizioni al personale già stremato dalla situazione, senza mai realmente intervenire. Da noi nessun paziente è stato mai abbandonato e lasciato senza assistenza ma per il nostro impegno solamente, nonostante fossimo sotto organico a causa della positività di alcuni operatori. La famosa notte del 20 Aprile che è stata tanto contestata, perché dai verbali risulta essere una notte senza operatori, non era assolutamente sprovvista degli stessi, come poi verrà verificato dalle timbrature. Nel decreto di revoca dell’accreditamento sono riportate anche gravissime violazioni della privacy, visto e considerato che sono stati riportati nomi cognomi, mansioni e stato di salute di alcuni. Le tante lettere di encomio, le tante lettere di sostegno e disapprovazione riguardo la scelta ingiusta di revoca dell’accreditamento della regione, non sono state affatto prese in considerazione dagli organi competenti come testimonianze, nonostante a noi abbiano riempito il cuore di gioia. Tra le altre citiamo la lettera di un paziente malato terminale in carico domiciliare con il nostro hospice, che a Marzo dopo una brutta ricaduta ha visto negato il ricovero da parte dell’ASL Roma 6 perché aveva febbre (febbre equivale ormai a covid). Dopo numerosi solleciti è riuscito ad essere sottoposto a tampone, attendendo una settimana per avere le risposte da parte di un presidio ospedaliero della zona, e pazienti del genere con patologie terminali non possono permettersi tempi di attesa cosi’ lunghi. Nella puntata di Report del 18 maggio viene mostrato un avviso della Regione Lazio che chiedeva la disponibilità delle RSA e case di riposo di ospitare pazienti Covid positivi, e molte hanno risposto a questo avviso, senza fare nomi, non comunicando ciò né a parenti, né agli operatori impiegati in queste strutture. Nel servizio l’assessore alla sanità della Regione Lazio ha ovviamente “smentito scappando”. Si è notato un vero e proprio accanimento contro il San Raffaele di Rocca di Papa, in molte altre strutture della Regione Lazio si è verificato lo stesso problema, con percentuali di covid positivi davvero alte, ma nessuna è stata chiusa, a nessuna è stato revocato l’accreditamento, anzi queste strutture sono diventate strutture covid. La decisione presa dalla regione Lazio è palesemente di lotta politica, e a rimetterci sono solo gli operatori che hanno lottato, pianto sotto quelle visiere, gli operatori che sono stati umiliati e descritti come infermieri di serie b ed ora non vedono tutelati i loro diritti”. Lo dichiarano i lavoratori del San Raffaele Rocca di Papa.

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