La scrittura non è né realtà né irrealtà

Sabrina Casani delinea un percorso di conoscenza profonda di noi e del mondo che ci circonda attraverso la scrittura all'interno del nostro spazio dedicato

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ritratto
Ritratto

Né realtà né irrealtà”

È un percorso verso la conoscenza profonda di noi e del mondo che ci circonda quello che abbiamo intrapreso, la meta è la consapevolezza e per raggiungerla è necessario usufruire di ogni mezzo a disposizione.

Abbiamo parlato di poesia, di scienza, di passionale ispirazione e molti altri strumenti sono a noi concessi per poter scrutare attentamente l’umano, il disumano e forse un giorno perfino il divino (utopia).

È certo che uno sguardo attento non vede solo l’immagine impressa nella camera oscura di un occhio, uno sguardo attento elabora, associa, fino a percepire sfumature nascoste che delineano i contorni di anima.

Kafka scrive:

La nostra arte è un essere abbagliati dalla verità:

vera è la luce sul volto che arretra con una smorfia,

nient’altro”

Franz Kafka

Saper carpire dettagli che in un millesimo di secondo dispiegano tutto l’essere.

Ciò che si cela dietro l’immagine del reale è il “Vero”, e il vero è l’unica spiegazione del perchè esistiamo.

La penna con cui scrivo è reale, la vedo, la impugno, ma essa non sa di esistere, non ha cognizione di sé, non possiede il “vero”. L’essere umano invece ha la possibilità di trasformarsi per poi esibirsi al mondo secondo le proprie scelte derivate da chi in realtà vuole essere.

L’umano costruisce sé stesso e questa è una prerogativa unica al mondo.

Due compiti per iniziare la vita:

restringere il cerchio sempre più

e controllare continuamente se tu stesso non ti trovi nascosto

da qualche parte

al di fuori del cerchio”

Franz Kafka

Restringendo dunque il cerchio, troviamo il nucleo, ciò che è invisibile agli occhi se non tramite la trasposizione che ne facciamo al di fuori, come appunto la “smorfia del volto che arretra”.

Come percepire tutto ciò?

L’arte è un mezzo potente che può traghettarci verso quel nucleo.

Della poesia ascoltiamo le pause, della musica i silenzi, del dipinto il vuoto.

quello che cerco non è né realtà né irrealtà

ma l’inconscio,

il mistero dell’istinto nella razza umana”

Amedeo Modigliani

Chi più di lui può descrivere l’anima, il “pittore dell’anima”, eccolo

Amedeo Modigliani

che modella, dipinge, scolpisce la forma fino a tratteggiarne l’essenza, stilizzata, primitiva.

Modigliani ritrae l’essere umano singolo e nella sinuosità delle linee restringe il cerchio fino ad arrivare alle due fessure sul volto, occhi privi di pupilla, spioncini da cui si può vedere lo spirito misterioso dell’inconscio.

Occhi come pozzi d’anima.

Ogni sua creazione artistica è una “matriosca”: a primo sguardo scorgi eleganza e bellezza, al secondo noti il movimento delle linee e la figura comincia a muoversi, si allunga verso l’alto, il collo segue un’unica retta che dal basso propende all’apice… E a quel punto sei dentro, esplori i sentimenti più profondi e l’emozione crea turbamento.

Non è né realtà né irrealtà, è il “vero”. Solo in quel momento ti accorgi del fine.

A mio avviso Modigliani è riuscito, nella sua unicità artistica, a dare forma all’impulso primitivo invisibile e informe, e lo ha fatto con una naturalezza sconvolgente.

La sua vita è di per sé un romanzo, ma come nelle opere, è necessario rilevare ciò che in realtà era il motore che muoveva le sue mani, trasgredendo alle regole del concreto, infrangendo schemi pur mantenendo una forbita perfezione e senza mai conformarsi alle mode che incalzavano tutte intorno, nel gran chiasso artistico di una Parigi covo di estetica esibita in ogni angolo.

Questo artista, famosissimo in tutto il mondo, nacque a Livorno il 12 luglio del 1884 e morì a Parigi il 24 gennaio 1920.

Nonostante la sua breve vita ci lascia opere uniche, porte spalancate alla volta del “vero”, con le sue sculture ancestrali e i suoi quadri dove ritrae figure dai lunghi colli e occhi profondi, vuoti solo a chi non vuole percepirne pienezza.

Modigliani entrò presto a far parte delle avanguardie parigine e nonostante il quasi totale stato di povertà in cui viveva riuscì a sostentarsi con la propria arte, qualche soldo per un disegno gli permetteva di concedersi anche il lusso del vizio, quei “Dessins à boire” utili mezzi di scambio.

La sua salute era cagionevole, la sua vita sentimentale travagliata, ma la passione e l’ardore sfociavano in tutti gli aspetti della sua esistenza, perciò si consumò velocemente e inevitabilmente sopraggiunse la precoce morte a soli 35 anni e in procinto dell’immediato successo.

La sua fama di artista maledetto lo perseguita ancora, le sue donne e le relative tragedie amorose, l’abuso di alcol, stupefacenti e assenzio, il carattere irruente, la sua oggettiva fascinosa bellezza , tutto questo crea la leggenda di Modì, colui che non scese a nessun compromesso neanche quello dettato dalla malattia.

Lasciamo anche romanzare la sua immagine, ciò che resta certezza però è che Amedeo Modigliani fu lui, e solo lui, a creare sé stesso e la sua storia.

Ciò che resta è che Amedeo Modigliani è la smorfia catturata dalla luce, un pigmento abbagliante dentro il nero profondo degli occhi.

Non so ancora di cosa parleremo la settimana prossima, molto probabilmente di una scrittrice, una donna caparbia e fiera, una donna che sfidò le convenzioni sociali della sua epoca.

Sì, molto probabilmente parleremo di lei. Ma non c’è mai certezza e in una settimana si possono cambiare tante idee.

Staremo a vedere.

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