Sergio Rubini alla Festa del Cinema di Roma

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Sergio Rubini
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Sergio Rubini

Il regista e attore Sergio Rubini presenta il suo ultimo film Dobbiamo parlare alla Festa del Cinema di Roma. “Dobbiamo parlare”: è questo l’incipit più temuto nei discorsi di ogni coppia. Siamo in un attico borghese nel pieno centro di Roma e abitato da una coppia di intellettuali: Vanni (Rubini), cinquantenne scrittore di successo, e Linda (Isabella Ragonese), più giovane di lui di vent’anni. Irrompono i loro cari amici Costanza (Maria Pia Calzone) e Alfredo (Fabrizio Bentivoglio), sposati e abituati a gestire la loro vita matrimoniale come un’azienda familiare, ma in crisi per una relazione extraconiugale venuta allo scoperto. Chi meglio di Vanni e Linda, che non hanno mai avuto bisogno di sovrastrutture per stare insieme, può aiutarli? Nel corso della serata il comodo salotto si trasforma in uno scenario di guerra. Rubini ha dichiarato: “Questo è un film anomalo e ne siamo fieri. È un film che ci ha ringiovaniti, va oltre gli stereotipi a cui è abituato il cinema italiano”. Un film sull’incomunicabilità nei rapporti interpersonali, sulla pericolosità della parola e sul coraggio di parlarsi.

Oltre al regista e agli attori, in conferenza stampa abbiamo incontrato anche gli sceneggiatori Carla Cavalluzzi e Diego De Silva, e i produttori Carlo degli Esposti e Paolo Del Brocco:

al regista: è un film che riattualizza due elementi che hanno contribuito al successo del cinema italiano degli anni ’90. Da una parte la teatralità, dall’altra la commedia all’italiana. Era consapevole di mettere insieme questi due ingredienti?

Rubini: “Lo spunto di partenza era quello di una coppia in crisi che una notte piomba in casa di un’altra coppia per farsi aiutare. Alla fine la coppia che chiede aiuto resta in piedi, mentre l’altra esplode. Fin da subito mi era chiaro che si sarebbe trattato di un film di parola, quindi ho cercato lo sceneggiatore nel mondo dei libri: così siamo felicemente approdati a Diego (De Silva, scrittore e sceneggiatore). Avevo già in mente i personaggi, che si sono arricchiti nel corso della scrittura. Certamente il mio riferimento era la commedia all’italiana: volevo un racconto brillante e non claustrofobico, che fosse anche cinematografico. Scritto il copione con gli sceneggiatori, l’ho letto a Carlo degli Esposti. Non avevo in mente il teatro ma gli ho proposto di rendere il testo una recita. Sulla stessa sceneggiatura, quindi, abbiamo fatto delle prove con gli attori e siamo andati in scena: il pubblico sapeva che stava assistendo a prove aperte per la sceneggiatura di un film. È un progetto fondato sul criterio di ricerca, seguito anche per assegnarci i ruoli: qui l’intellettuale lo interpreto io e Fabrizio è il carattere, qualche anno fa sarebbe stato il contrario. Ci siamo messi in difficoltà per smarcarci da stereotipi e scorciatoie. Torneremo con il film a teatro: ai prodotti preferiamo le opere di ingegno”.

agli sceneggiatori: come avete lavorato sulla sceneggiatura?

De Silva: “Abbiamo cominciato a scrivere la sceneggiatura senza costruire una scaletta, è stato un lavoro immediato, diretto, artigianale. Volevamo un film che fosse una commedia brillante e d’autore: un testo che facesse ridere nella consapevolezza che non c’è niente da ridere. Alla fine ridiamo di drammi che non possiamo risolvere, questo è il tema. Con la coppia Costanza – Alfredo vediamo una concezione “aziendale” dell’amore, invece con Vanni e Linda l’amore è l’ unica ragione essenziale per rimanere insieme, nella direzione della felicità”.

Cavalluzzi: “Scrivendo questo film ci siamo divertiti, ma abbiamo anche affrontato tematiche difficili. Il film fa riflettere sul paradosso del parlare: comunicare significa mettere in comune, superare la dimensione dell’io per costruire un noi. Allo stesso tempo, il parlare è frutto di una selezione, di un mascheramento: le parole spesso nascondono la verità, ci allontanano dall’altro. Abbiamo scritto un film sulle crisi di coppia e sull’impossibilità di comunicare”.

ai produttori: cosa vi ha spinto a produrre il film?

Degli Esposti: “Per lo più scelgo di produrre film tratti da opere letterarie, la scrittura per me è il cuore della cinematografia. Aggiungo che di solito non produco commedie, ma quando Sergio mi ha letto il testo, ho pensato che non potevo non produrlo”.

agli attori: nel film vediamo i personaggi cambiare, le prove teatrali sono servite per il cambiamento?

Rubini: “Un attore deve avere il talento di non imparare mai nulla, di essere sempre al primo giorno di scuola. Questo è lo spirito che abbiamo messo nel film”.

Calzone: “Il periodo di prove ci ha permesso di verificare l’idea che ognuno si era fatto del proprio personaggio”.

Bentivoglio: per me è stata importantissima la genesi del personaggio a teatro, mi ha consentito di costruirlo per gradi. Al cinema di solito si prova poco e ci si ritrova direttamente davanti alla macchina da presa. Qui, invece, abbiamo avuto la possibilità di provare prima davanti a un pubblico, per poi girare il film con una maggiore consapevolezza”.

Ragonese: “Quello di poter provare prima un film è un privilegio, un lusso, che ci ha dato la possibilità di creare un gruppo accordato. Il ritmo di solito arriva alla fine, al montaggio, noi invece eravamo fin da subito intonati. Con Sergio abbiamo costruito una grammatica comune, per dare l’idea di una coppia che stesse insieme da dieci anni. Linda è sicuramente il personaggio che cambia di più”.

al regista e alla Ragonese: Linda è anche il personaggio più coraggioso dei quattro.

Rubini: “Linda è il personaggio che conduce il quartetto musicale. Questo è un film al femminile: sono le donne ad avere il coraggio di dire “dobbiamo parlare”, o ad avere il coraggio di non parlare”.

Ragonese: “Linda è un personaggio straordinario perché in lei è riflessa la mia generazione, quella dei trentenni di oggi. La mia è stata una generazione che aspettava il suo turno, che aveva un futuro disegnato da altri, che doveva ricalcare un passato glorioso. In lei vive la paura di proporre la nostra idea di mondo, di costruirci una nostra scena. Ma è proprio lei a passare dalle parole ai fatti: è una figura di speranza”.

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