Più sicurezza costruendo reti sociali e solidali sul territorio

0
1038
casa_andrea
La Casa di Andrea
casa_andrea
La Casa di Andrea

Molti sono gli aspetti che definiscono il significato della parola sicurezza: il convegno promosso da Enrica Cammarano e Luca Andreassi del prossimo giovedì 9 ottobre, che si terrà presso il Museo Civico di Albano Laziale a partire dalle ore 17:30 vuole aprire uno squarcio sulle molteplicità del senso di sicurezza che le persone cercano e non sempre trovano. Tra i vari aspetti, che non esauriscono ne il tema ne i soggetti che ne sono protagonisti, che nel convegno sarà approfondito, c’è quello della sicurezza sociale, ossia di come la società di oggi concepisce e si approccia alla convivenza civile ed alla solidarietà all’interno delle comunità di persone. Lo psicoterapeuta Mario Tallarico, da anni impegnato nel volontariato e nel mondo dell’associazionismo, come relatore del convegno approfondirà proprio questo aspetto, proponendo una via d’uscita all’insicurezza attraverso un modello civico che recuperi il senso comunitario di solidarietà, affidando alle “reti sociali”, il compito di assistere ai bisogni delle persone, fornendo loro risposte collettive alle esigenze individuali. A guardare bene la ricetta non è nuova, ma è semplicemente stata abbandonata negli ultimi anni da una società dissennatamente alla ricerca dell’apparire piuttosto che dell’essere, preferendo il virtuale al reale. Forse si potrebbe riassumere dicendo che si avrebbe maggiore sicurezza se non si fosse o ci si sentisse soli: nella propria casa, nel proprio quartiere, nella propria città o nel mondo. Abbiamo chiesto al Dott. Tallarico di illustrarci meglio il suo punto di vista.

Tallarico lei è uno psicoterapeuta ed un cittadino impegnato da tempo nel mondo del volontariato e dell’associazionismo: dal suo punto di vista che significato da alla parola sicurezza?

“Per far crescere un bambino occorre un intero villaggio”: questo detto africano descrive esattamente il significato che do al termine Sicurezza. La sicurezza di non sentirsi persi mai, perché sai sempre a chi rivolgerti e dove appoggiare i tuoi bisogni”.

E oggi secondo lei questo senso della sicurezza è presente e percepito nella nostra società?

“Non sempre e comunque non del tutto. Il passaggio necessario è quello del recupero del senso di collettività, di famiglia allargata, di quartiere, di piazza, nella quale non si giudica ma si soccorre. Siamo oramai abituati a virtualizzare i nostri rapporti utilizzando schermi tecnologici per rappresentarci agli altri. Una rappresentazione di noi che spesso non corrisponde al vero, ci fa belli anzi bellissimi, ma finisce per non rispondere ai nostri bisogni reali, perché essi non sono mai rappresentati. Tutto questo sposta l’attenzione e le energie su uno sforzo individualistico teso a rispondere al falso bisogno virtuale di piacere e di ottenere l’approvazione sociale all’interno di una realtà esclusivamente virtuale”.

Come pensa di tradurre in sicurezza reale per i cittadini i cconcetti piuttosto sociologici che ha testè spiegato?

“Quello che immaginiamo è la nascita di un “villaggio reale” che si fa carico dei bisogni e produca un cambiamento, nelle cose e soprattutto nelle persone. gesti semplici come l’avvicinarsi, raccogliere una bottiglietta buttata a terra da un passante è un gesto adulto, genitoriale, solidale, la cui assenza avvertiamo sempre di più, mentre osserviamo il lento ed inesorabile sedimentarsi di una forma di rapporto che non ha nulla di reale, ne di rispondente al bisogno di regole che consentano di vivere bene tutti assieme. La nostra risposta all’insicurezza deve essere la costruzione di una rete sociale capace di prendersi cura dei bisogni”.

Questo suo modello è mai stato realmente sperimentato e come può dire che sia una risposta giusta all’esigenza di maggiore sicurezza?

“Certamente si, è stato sperimentato ed è realtà oggi, attraverso l’esperienza dell’Associazione “La Casa di Andrea”.

Di cosa si tratta?

“Quando si ammala un figlio un genitore vive il peggior picco di insicurezza. Si scopre di non essere onnipotenti e di aver bisogno degli altri per ogni cosa. Si ha paura di essere soli ad affrontare qualcosa di enorme, inaaccettabile ed incomprensibile. Quella che vorrei raccontare è un’esperienza nata in un momento di dolore come questo, che ha segnato profondamente la mia vita, quella della mia famiglia, quella di chi mi è stato vicino in questi anni, ma che ha prodotto un “villaggio che cura”, vale a dire una rete solidale che ad oggi è il supporto per migliaia di famiglie che vivono l’esperienza drammatica di un figlio che ha bisogno di cure per una grave patologia.

Questo è capitato ad una coppia di amici 27 anni fa, al cui figlio di 5 anni, venne diagnosticata una leucemia. Ovviamente questa cosa ha sconvolto la vita quotidiana della famiglia come ogni malattia che colpisce un figlio. Quindi ricoveri, visite, corse da specialisti ed in tutto questo poteva succedere di tutto, se se non vi fosse stato un episodio che ha cambiato il corso delle cose. Tutti noi amici e parenti sin da subito ci siamo stretti attorno ai genitori del bambino e cercando di essere presenti durante i lunghi periodi di ricovero al Bambin Gesù di Roma, offrendo tutto il conforto pratico e morale di cui eravamo capaci. Questa cosa è andata vanti per mesi e con il tempo ci siamo organizzati in veri e propri turni che potessero permettere ai genitori di allontanarsi per riposare. Anche noi eravamo centrati sul piccolo e sui nostri amici.

Il Bambino era ricoverato in un reparto oncologico in isolamento e quindi l’ingresso era consentito solo ad un genitore. la stanza con 4 piccoli pazienti e con 4 genitori, ma su 4, tre venivano da posti molto lontani del paese, se non da altre nazioni in cui era impossibile curare quelle patologie. Immaginate come mesi di cura possano ridurre il bilancio familiare e quanto dopo pochi giorni i genitori facessero fatica ad affrontare le spese alberghiere, finendo magari per passare le notti su una scomoda sedia a sdraio al fianco del lettino del figlio o magari dormendo in auto nel parcheggio antistante l’ospedale, come spesso facevano i padri che non potevano stare assieme alla moglie in stanza. In un luogo in cui la paura per la vita del proprio figlio è sicuramente un accettabile e giustificato motivo per non vedere i bisogni altrui, perché il tuo è percepito come il più impellente.

Ma un bambino no! Per un bambino la percezione è diversa. Cosi dopo un po di settimane il piccolo disse alla mamma che la madre del suo amichetto non poteva lavarsi bene nel bagnetto dell’ospedale e quindi gli chiese di portarla a casa per farle fare una doccia. Questa semplice richiesta di un bimbo di 5 anni, ascolta e capita fino in fondo dalla sua mamma, non solo ha consentito all’altra mamma di avere un momento per se, ma ha cambiato il destino di migliaia di persone. Da quel momento tutto il gruppo degli amici della coppia decise di “adottare” un genitore di un piccolo ricoverato, mettendo a disposizione le proprie case, come avrebbero fatto per un qualsiasi amico venuto a Roma per quel motivo, facendo cosi nascere inconsapevolmente, una rete solidale capace di aiutare molti genitori e bambini ad affrontare quel difficile momento del ricovero. Per gli anni seguenti questa cosa divenne un modo di vivere, tutti adottavamo una famiglia ogni volta che serviva, occupandosi dei genitori, sostituendoli in ospedale o semplicemente andando a trovare i bimbi per giocare con loro. Purtroppo a 10 anni quel bambino se ne andò via in una notte di agosto, ma oramai aveva piantato un seme nel cuore di tante persone, era nato un villaggio fatto di persone che   sapeva di poter far crescere molti bambini”.

Da li poi cosa è successo?

“Negli anni seguenti nacque un comitato e poi un’associazione ed oggi una fondazione, che porta il nome di quel bimbo. Un posto nel quale si sono fatte cose che tanti ritenevano impossibili. Andrea non c’era più ma ci stava la rete di amici e volontari, e quindi si è andati avanti. Prima una casa in affitto, poi una seconda, poi una terza, tutte pensate per continuare ad offrire ospitalità ai genitori ed ai bambini con gravi patologie. Ma anche un’idea nuova, tentare un accordo con le diverse strutture ospedaliere per abbreviare i tempi di ricovero dei bimbi, utilizzando maggiormente il day hospital. Poi 17 anni fa il Comune di Roma ha affidato un RUDERE di 550 mq all’Associazione, che nel giro di 18 mesi e con soli Fondi privati, fa nascere La Casa Di Andrea. Oggi le case sono tre e nel tempo i numeri ed i servizi si sono moltiplicati esponenzialmente, il tutto senza fondi pubblici ma solo con fondi privati e soprattutto grazie all’impegno di tanti volontari. Un vero “villaggio che cura”, una rete sociale che offre sicurezza a chi vive un disagio grave”.

 

Quando c’è di mezzo la salute dei bambini si sa che siamo tutti più sensibili, ma una rete solidale sarebbe possibile anche per altri ambiti e campi del vivere la propria cittadinanza?

“Certamente si, chiaro che serve incontrare persone con il tuo stesso atteggiamento positivo e costruttivo. L’esempio sta proprio qui ad Albano ed è portato dall’azione dell’Associazione “QUADRA”. Anche qui si è passati da una piazza virtuale alla nascita di un’associazione”.

Ci spieghi:

“Siamo passati da un gruppo su Facebook che parlava di problemi della città, ad un gruppo di volontari piuttosto agguerrito che i problemi li risolve con tutte le risorse disponibili. “Quadra” nasce nel 2013 con questo spirito e non perde tempo a parlare o criticare, ma fa. Il tema ambientale è solo la base sulla quale è nata un’associazione di volontariato che ha scelto di aggregare le persone in base alla capacità di essere accoglienti e solidali. “Quadra” ha sempre puntato sulla rete sociale, cercando di raccordarsi con le tante realtà associative della città al fine di costruire una nuova rete di supporto alle idee ed ai progetti per Albano, rispettando e valorizzando le differenze di ciascuna organizzazione e puntando esclusivamente sulla forza della rete sociale. Cosi sono nate le iniziative di sensibilizzazione sul territorio sui temi del riuso, nelle scuole e tra la gente con il progetto RIUSIAMO IL NATALE, cosi come il programma DECORARBANO che trasforma i secchi della vernice usati, in nuovi raccoglitori stradali, cosi come nel recupero delle piazze e dei piccoli angoli della nostra città.

L’idea di coinvolgere le tante realtà aggregative presenti sul territorio e le associazioni di ogni tipo,   nel rispetto della specificità e diversità di ciascuno, permetterà di avere prima o poi una vera rete sociale che rappresenti concretamente quel villaggio che fa crescere il bambino, nella totale sicurezza sociale che solo la solidarietà sa e potrà dare”.

Print Friendly, PDF & Email