Simone Salvatori tra The Lust Syndicate e gli Spiritual Front

Intervista a Simone Salvatori di Giancarlo Montoni per approfondire e conoscere meglio il progetto The Lust Syndicate e la storica band degli Spiritual Front

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The Lust Syndicate
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Simone Salvatori; Spiritual Front

Abbiamo incontrato Simone Salvatori e con lui abbiamo parlato del suo nuovo progetto, “The Lust Syndicate” con l’album d’esordio Capitalism is Cannibalism e della storica band, di cui è chitarra, voce e fondatore: gli Spiritual Front. Due progetti distinti che, come avrete modo di leggere hanno un filo conduttore comune. Un interdipendenza che Simone Salvatori definisce “genetica”. Non è così scontato che un artista decida di condividere e di approfondire tematiche legate ai messaggi contenuti nei suoi lavori, alle modalità compositive. Simone lo ha fatto dimostrando attenzione profonda verso il suo pubblico e verso chi proseguirà nella lettura della nostra intervista. Interessante anche l’apertura finale sul futuro della musica come forma di espressione, con un punto di vista non ordinario. Anche questa volta forniremo i riferimenti ai contenuti online per chi volesse approfondire e conoscere meglio The Lust Syndicate e gli Spiritual Front..

Partiamo dal tuo nuovo progetto “The Lust Syndicate”. Quella raccontata con gli Spiritual Front è una realtà personale, racconti te stesso. Con “The Lust Syndicate” il tuo è sguardo è rivolto verso il mondo. Indossi una maschera (metaforicamente e fisicamente) per osservare la realtà che ci circonda. Dal punto di vista creativo, dunque, è fondamentale che i due progetti restino separati, corretto?

“Pur partendo dalla stessa spinta creativa, i due progetti, come hai giustamente osservato, affrontano realtà distinte, seppur speculari. In ogni modo, credo che le due sfere s’ influenzino a vicenda: difficile restare ‘indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore’, diceva Battiato. Il nostro modo di parlare, di percepire, di sentire, di amare viene inevitabilmente influenzato dall’ambiente che ci circonda. Le nostre esperienze vengono metabolizzate e immagazzinate in base a come il nostro ambiente ci ha insegnato a percepirle ecc. Sono progetti distinti, ma mi piace pensarli come interdipendenti, se non altro per questioni ‘genetiche’”;

La maschera, oltre a rappresentare i temi del disco di cui parleremo a breve, è funzionale a segnare una distanza fisica, anche a livello di interpretazione delle due esperienze?

“La maschera, una volta indossata, ci dà la possibilità di raccontare la nostra verità, perché altrimenti mentiremmo. Come diceva Wilde, mentiremmo perché la società che ci sta formando in un modo forzato, ci costringe ad assumere una postura ben precisa di fronte ai nostri bisogni, ai nostri desideri, alla nostra storia. Ci impone un pattern da seguire senza alternative. Al contrario di quanto si possa pensare, la maschera è anche un simbolo di libertà. Il paradosso della Maschera è proprio questo: attraverso la mimesi, la rivivificazione della nostra natura, rigenerarsi, dare vita a qualcosa che è stato sepolto. Pensa, ad esempio, nel corso dei millenni, quanti eroi (e antieroi) hanno indossato la Maschera! Ma c’è anche un’ interpretazione opposta, a cui ci piace pensare, per contraddirsi e riflettere: quella della totale spersonalizzazione. Un volto vuoto, privato delle proprie emozioni, della propria storia, della propria identità. Non c’è espressione nel nostro caso, sono maschere scure, inquietanti nella loro fissità”;

Capitalism is Cannibalism è il racconto dell’ alienazione dell’uomo e della schiavitù del denaro. Una dittatura economica che incatena l’individuo abbassandone il livello culturale, annientando le conquiste sociali, creando disillusione e presentando questo mondo come unica alternativa possibile. E’ nato l’uomo consumatore. Senza capacità di discernimento, senza storia, senza cultura, obbediente. L’utilizzo dell’analogico, della distorsione rendono perfettamente il tipo di ambientazione, il senso di oppressione, la visione distopica. Il computer è uno degli strumenti con cui il nuovo capitalismo opera. Volendo estendere il confine delle tematiche di Capitalism is Cannibalism, possiamo dire che l’uso infausto del computer ha sterilizzato la sperimentazione, condannandola alla mera ripetizione di moduli sempre uguali?

“C’è un processo di regressione culturale sistematica. Cultura significa formarsi ed elevarsi dalla forma basica a un livello superiore, cosciente, illuminato. Il mostro capitalista vuole l’ appiattimento totale. Teme la conoscenza perché per esso, vuol dire risveglio, consapevolezza dell’ ambiente che ci circonda, del prossimo, di se stessi. Significa anche conoscere i propri limiti, il giusto metro, cosa che non è gradita a chi ci vuole consumatori senza cervello. per consumare hai bisogno di avere nozioni di tempo e spazio, non puoi essere troppo lontano dalla tua natura più brutale, che istintivamente tende a soddisfare le primarie e basiche voglie. La società odierna è orientata verso un nuovo orizzonte di tecnoprimitivismo senza uguali, tanto più aumentano le conoscenze tecnologiche, tanto più diventiamo disumanizzati”;

Tempo fa mi è capitato di leggere “How Music Works” di David Byrne. Byrne fa parte del gruppo di coloro i quali sono in grado di utilizzare in modo virtuoso il computer nella fase creativa. Nel libro racconta tra le altre cose, come sono nati alcuni suoi brani e quelli dei Talking Heads. Nel vostro caso, nella fase compositiva, nasce prima la musica o prima il testo?

“Chiaramente non bisogna avere paura della tecnologia. Non dobbiamo tornare al medioevo, questo è ovvio, ma nemmeno essere schiavi di essa. Dovrebbe essere uno strumento per migliorare le nostre condizioni di vita e non cappio con cui suicidarsi. Per quanto mi riguarda, non do una particolare importanza all ordine di scrittura. A volte sento l’ esigenza di scrivere il testo, a volte scrivo la musica. Sono entrambi importanti per me e voglio che dialoghino senza gareggiare l’uno contro l’altro”;

La scelta dell’inglese è dettata solo dalla volontà di adottare un codice universale, oppure ritieni la lingua inglese funzionale a veicolare in maniera più efficace i tuoi messaggi e le tue emozioni?

“Semplicemente come codice. Nessuna velleità di sembrare inglesi o americani che è quanto di più distante dai miei intenti”;

In Capitalism is Cannibalism ci sono brani che in qualche modo segnano la continuità con gli Spiritual Front. L’arte, comunica ed evoca e deve raggiungere l’altro. Meglio ancora: è arte perché raggiunge l’altro e lo pone in uno stato di trasformazione più o meno transitorio e più o meno estatico. I moduli classici in questo sono decisamente efficaci. Tu sei legato alla forma strofa/ritornello. Credi che questa struttura permetta di avvicinarti maggiormente al tuo pubblico?

“Credo nella forza delle ‘Canzoni’, nell’ efficacia della semplicità. Mi piace pensare a un messaggio, forte o spensierato che sia, attraverso la formula strofa/ritornello. Mi piace l’idea di un coinvolgimento istantaneo. Continuo a pensare che sia importante l’immediatezza. Probabilmente dieci anni fa t’ avrei detto il contrario, ma ora credo ci sia necessità di non perdere più tempo. Un po’ come il mercato ci impone dopo tutto. Essere rapidi nel cambiare gusto e adattarci ai desiderata delle grandi aziende. Paradossalmente, stavolta, sono d’accordo con loro. Ci sono dei brani che effettivamente si avvicinano a certe tracce degli Spiritual Front del passato. La mia voce funge da collante in quel senso”;

Da questo punto di vista secondo te è rischioso sperimentare? Si corre il rischio di non essere capiti, di non entrare in contatto con le potenzialità percettive del destinatario del messaggio?

“Credo che lo sperimentare vada bene quando raggiungi un punto di profonda conoscenza della materia trattata. Da lì in poi puoi permetterti di stravolgere e cambiare le carte in tavola, ritrovando il punto di partenza in pochi istanti. Troverai quindi affascinante quell’ invertire i canoni, confondere le idee per poi ritrovarle. Purtroppo, invece, oggi trovi centinaia di band che partono dalla sperimentazione senza avere nessuna reale ed approfondita conoscenza della strada intrapresa. Dietro a sterili manierismi finto ribelli si producono altrettanti sterili prodotti senza vita, destinati ad ascoltatori senza cuore e senza orecchi;

Abbiamo parlato delle atmosfere claustrofobiche, del senso di oppressione che si respira in Capitalism is Cannibalism. Nei testi degli Spiritual Front, in qualche modo, troviamo un senso di appartenenza generale alla vita. Ti ritrovi in questa considerazione?

C’è una allegro disincanto, una gioia corrotta ma viva. L’ insoddisfazione è comunque un buon punto di partenza per trovare nuovi stimoli. Senza insoddisfazione non potremmo creare, non potremmo fare dei passi oltre l’ omologato. Spiritual Front nasce da questo, dalla voglia di riconsiderare la verità, i sentimenti, la vita. In Capitalism is Cannibalism potremmo trovare lo stesso punto di fusione, ma in chiave socio politica”;

Ti confesso che i discorsi sui generi musicali mi annoiano e credo che ingabbiarsi in un particolare genere, possa limitare la creatività. Esistono dei modi di raccontare le cose che sono assolutamente personali che non dipendono dei generi. Possiamo dire, comunque, che gli Spiritual Front hanno subito una evoluzione dagli esordi fino all’ultimo album. Quanto ritieni importante l’attitudine a cambiare all’interno di un percorso artistico?

“Assolutamente si, considero Spritual Front un gruppo diviso tra due sezioni: il pre Armageddon gigolò e il post, fino ad ora. A dirti il vero non amo per niente i primi lavori, li trovo molto acerbi, erano semplici esperimenti, prodotti in un clima di forte instabilità emotiva. Era tutto molto confuso, sia il modo di vivere che il modo di lavorare. Non c’era una vera line up, nemmeno una reale direzione. Era anarchia dentro e fuori. Ora credo di aver raggiunto una maggiore tranquillità sotto l’ aspetto tecnico e sotto l’aspetto line up, o forse ci siamo solamente invecchiati”;

Gli Spiritual Front sono un gruppo internazionale con un seguito importante anche all’estero. Hai avuto dal pubblico all’estero l’impressione di una maggiore predisposizione verso il nuovo e la sperimentazione? Suonare davanti a un pubblico con storia e cultura diverse influenza la performance?

“Viaggiare e conoscere delle realtà differenti hanno fatto di me una persona nuova. E’ stato fondamentale per la mia crescita venire a contatto con luoghi e persone nuove. Il continuo mettersi alla prova, il continuo incontro scontro con un pubblico nuovo, soprattutto, ti fa conoscere degli aspetti della tua persona che non avresti mai conosciuto. Un nuovo modo di relazionarti con gli altri, ma soprattutto con te stesso. Affrontare un grande pubblico e affrontare i flop, sono cose che vanno vissute ad ogni costo. Occorre saperle affrontare con lo stesso sangue freddo e con la stessa determinazione. Mi è capitato di suonare di fronte a ventimila persone e magari la settimana dopo di fronte a trenta. Devi essere capace di mantenere i nervi saldi in entrambi le situazioni”;

Proiettandoti in un futuro prossimo, pensi che la musica avrà ancora la forza di parlare alle persone, o ritieni che si stia andando incontro a qualcosa di diverso a nuove forme, nuovi strumenti?

“Non vorrei essere pessimista, ma la situazione mi sembra abbastanza negativa. Il mercato mainstream impone artisti di bassa caratura, prodotti usa e getta per ascoltatori con scarsa attenzione. La maggior parte di loro cresciuti nel credo della visibilità e della non sostanza. Reality, i vari x factor, o le finte scuole di talenti, sono create ad hoc per instillare nei cuori dei giovani la credenza del successo facile, della visibilità ad ogni costo, del re per una notte. E’ il credo che serve ai mercati per giustificare la loro oscena esistenza, rendere anche la persona più comune priva di capacita’ alla stregua dei big, accettati dal mondo dello star system, anche se solo per un paio d’ ore. Un mondo che tutto sommato è equo, positivo, unico scenario possibile. Giorno dopo giorno questa mentalità cresce e rende tutto privo d’anima, di essenza, di continuità. Cosi come gli abiti, i cibi, i divertimenti, anche l’arte deve obbedire al capriccio temporaneo, alla facile e rapida gratificazione. Nulla che duri, nulla che implichi sacrificio ed impegno”;

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