Lo sport argine contro la microcriminalità

0
1160
Fabrizio Trivelloni
Fabrizio Trivelloni dirigente responsabile area progetti dello Sporting Pavona
Fabrizio Trivelloni
Fabrizio Trivelloni dirigente responsabile area progetti dello Sporting Pavona

Continuano gli approfondimenti di Meta Magazine attorno al tema della sicurezza dei cittadini. Con l’occasione del convegno promosso da Enrica Cammarano e Luca Andreassi, patrocinato dalla Regione Lazio e dal Comune di Albano Laziale, che si terrà il prossimo giovedì 9 ottobre alle 17:30 presso il Museo Civico cittadino, abbiamo l’occasione di fare ascoltare voci ed ambiti che per la sicurezza operano, ma solitamente questo aspetto del loro lavoro ed impegno non viene opportunamente esaminato. Dopo aver parlato, attraverso la voce del dott. Mario Tallarico, di associazionismo, volontariato e reti sociali, diamo voce al mondo dello sport, attore che, soprattutto verso i giovani, svolge un ruolo fondamentale sul versante della prevenzione dei fenomeni di devianza. Lo facciamo ascoltando l’Ing,. Fabrizio Trivelloni, responsabile area progetti di Sporting Pavona che, in rappresentanza del mondo dello sport, sarà tra i relatori dell’appuntamento di giovedì 9 ottobre.

Trivelloni lei è stato chiamato dagli organizzatori a portare il contributo del mondo dello sport sul tema della sicurezza: non si è stupito di questo invito, visto che la sicurezza solitamente è un tema che concerne il lavoro delle Forze dell’Ordine, del la Magistratura e degli organi legislativi?

“Intanto mi permetta di ringraziare Enrica Cammarano e Luca Andreassi, i promotori di questa iniziativa, il Comune di Albano e la Regione Lazio in qualità di enti patrocinanti per avermi invitato, aggiungendo che, questo invito, è per me un onore ed allo stesso tempo un riconoscimento di grande valore. Essere chiamati a parlare, portando una voce del mondo dello sport, in un consesso istituzionale lo ritengo elemento di attenzione rispetto ad una concezione dello sport, inteso come valore sociale e di sviluppo, che credo sia importante che le istituzioni comprendano e facciano propria. Venendo alla sua domanda: no, non mi sono stupito perchè le società sportive che operano e si impegnano sul territorio rappresentano un momento di aggregazione per i giovani e l’aggregazione sociale è uno degli antidoti nei confronti delle devianze e di comportamenti che, se assunti e perseguiti da parte dei più giovani, sin dalla più tenera età, possono scaturire in veri e propri atti fuori dalla legalità e persino di delinquenza”.

Le società sportive come una forza deterrente verso la delinquenza: ma non le pare troppo?

“No, le spiego il perchè secondo il mio punto di vista e la mia esperienza sul campo. Perchè un ragazzo o una ragazza a volte applicano dei comportamenti che, se non proprio delinquenziali, sono quantomeno catalogabili come maleducati, dannosi per se e per gli altri, irrispettosi verso le cose e le persone che li circondano? Spesso si dice per noia, per mancanza di opportunità, per solitudine o perchè vivono un proprio disagio dovuto a momenti della loro crescita che richiedono attenzione mentre questa società pare disinteressarsene. Bene, lo sport non è forse un’opportunità per un giovane, un adolescente o un bambino, attraverso cui affermarsi, proporsi al mondo in positivo, attirare su di se attenzione? Se così è, come è, ecco che lo sport, la pratica sportiva e con essa chi ne permette lo svolgimento, possono essere potenti calamite capaci di coinvolgere i giovani, appassionarli valorizzandone talenti e sensibilità”.

Lei pensa che questo possa bastare?

“Se basta non so, però so che: se invece di imbrattare le mura del proprio quartiere, di assumere sostanze psicotrope o stupefacenti, di stare abbandonati appoggiati ad una fontana nell’angolo di una piazza o nella propria cameretta davanti ad un computer, si danno dei calci ad un pallone, si tira a canestro o schiaccia sotto rete, se ci si diverte giocando, meglio ancora se in compagnia di coetanei, sarà molto più difficile lasciarsi andare a comportamenti sbagliati”.

Lei ci sta parlando più da educatore che da responsabile tecnico di una società sportiva però:

“Perchè lo sport non è educazione? Io credo che lo sport svolga una importante funzione educativa verso i ragazzi, sia inerente un corretto rapporto con il proprio corpo, sia verso il giusto modo di rapportarsi con gli altri e con le regole sociali”.

Non crede che in questo modo l’opera dello sport va a confliggere con quella delle famiglie?

“No, lo sport, gli allenatori, i dirigenti sportivi, lavorano, quando lo fanno bene, in stretta sinergia con le famiglie, soprattutto quando all’interno di esse vigono situazioni di disagio per i più svariati motivi. Spesso la figura del “mister”, può essere per un giovane un punto di riferimento fuori dalla cerchia parentale, a cui rivolgersi con fiducia, che va a colmare delle carenze o a risolvere problemi che esulano dalla semplice pratica fisica, così come per un genitore, confrontarsi con un tecnico può essere utile a comprendere aspetti della personalità e del carattere del proprio figlio altrimenti sconosciuti”.

Lei propone un modello convincente, però se fosse tutto come dice, visto che in Italia sul territorio ci sono innumerevoli società sportive e luoghi dove poter fare sport, nel nostro Paese la microcriminalità, il disagio giovanile dovrebbero essere stati debellati da decenni: come mai non è così?

“Io credo che l’ambiente dove un giovane vive e cresce possa, se non proprio indirizzare, quantomeno influenzarne i comportamenti e la crescita. Non sarà un caso se si parla di periferie urbane come luoghi di degrado ed insicurezza”.

E cosa c’entra con lo sport?

“C’entra perchè lo sport come tutte le cose ha bisogno di luoghi adatti ove essere praticato. Se gli spazi non ci sono o sono degradati, ecco che anche il lavoro in termini di prevenzione e recupero delle società va ad essere inficiato o reso più complicato. Le società sportive a volte sono vere e proprie sentinelle sul territorio, che vanno anche a supplire ad una serie di carenze in termini di servizi che oggi purtroppo sono una realtà”.

Si spieghi meglio:

“Le giornate di un adolescente hanno uno sviluppo semplice: dopo la scuola, dopo aver dedicato il giusto tempo allo studio, cercano uno svago o un punto di ritrovo. Spesso è proprio attorno alle palestre, ai luoghi di allenamento che i gruppi e le comitive si ritrovano”.

E certo che si ritrovano, si devono allenare!

“Non parlo degli allenamenti o dei giovani che sono iscritti alle società sportive. Parlo di ragazzi che, vedendo altri loro coetanei che giocano, si allenano, stanno insieme, pur non facendo parte di quella “squadra”, o di quella società, si avvicinano, fanno gruppo, si incontrano in quel punto preciso del loro quartiere. Prima in maniera timida e sospettosa, poi se gli dai un pallone per giocare saranno loro a fare tutto, ad impiegare quel tempo pomeridiano nel gioco invece che a sbattersi cercando di inventare qualcosa di diverso, di strano da fare ogni giorno”.

Ma non fanno danni così? Non sarebbe meglio farli iscrivere per tenerli sotto controllo?

“Il giovane cerca fiducia, capisce subito quando lo si sta cercando di circuire per ottenere da lui qualcosa e invece quando si sta cercando un modo comune di comunicare, un linguaggio comune di coinvolgimento reciproco. L’iscrizione ad una società, la pratica agonistica, è un fattore per questo secondario, caso mai l’ultimo stadio di un rapporto che si crea nel tempo, specialmente con alcune tipologie di ragazzi, apparentemente più emarginati dal contesto sociale. L’opera di prevenzione rispetto alla sicurezza dello sport sta proprio qui, nel trovare linguaggi comuni con i giovani che siano capaci di generare fiducia, autostima e motivazioni”.

Ma ci sono questi luoghi?

“Si potrebbero migliorare, anzi andrebbero certamente migliorati, però il crearsi spontaneo nei quartieri e nelle frazioni di luoghi di aggregazione, delle nuove centralità urbanistiche attorno ad interessi reali delle persone, credo debba essere un punto su cui le Istituzioni debbano porre sempre più attenzione per pianificare progetti di sviluppo urbano e sociale, perchè ogni percorso, ogni decisione non può che partire dalle esigenze, dai bisogni e quindi dai comportamenti reali delle persone”.

Sport come prevenzione alla microcriminalità quindi:

“Sport come prevenzione e cura verso la sana crescita dei giovani, direi meglio così. Nel convegno di giovedì 9 credo si voglia affrontare il problema sicurezza, in termini più ampi rispetto al solito. Anche in questo lo sport rappresenta un valore aggiunto. Sicurezza infatti significa anche salute, e la salute è cura del proprio corpo e della propria mente, sana alimentazione, e consapevole riguardo per gli stili di vita dei giovani. Le visite mediche sportive sono uno degli ultimi presidi di screening obbligatori per i ragazzi e le ragazze, scomparsa la leva militare obbligatoria ad esempio. Lo sport è un veicolo per accrescere il senso civico, quando si coinvolgono i propri iscritti in iniziative sociali sul territorio, di solidarietà o di protezione civile, quando si ripristinano i locali di una palestra dopo un nubifragio e tanto altro ancora”.

Print Friendly, PDF & Email