Un Paese ci vuole, anche alle Olimpiadi

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Al-Deehani
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«Un Paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

“La luna e i falò”, Cesare Pavese

Fehaid Al-Deehani è salito sul gradino più alto del podio nel double trap, una specialità del tiro al volo. Ha indossato la medaglia d’oro, si è posizionato sulla pedana, si è voltato verso le bandiere che venivano issate ma a sventolare non era quella del suo paese, il Kuwait, bensì quella del Comitato Olimpico. Così come non è stato quello kuwaitiano l’inno che ha risuonato all’interno della Fossa di Rio.

Il paese di Al-Deehani è infatti stato escluso dal CIO per interferenze del suo governo sul Comitato. Ma agli atleti è stato comunque concesso di gareggiare con la squadra degli atleti indipendenti. Al-Deehani lo ha fatto e anche molto bene.

È stato il primo atleta, infatti, ad aggiudicarsi una medaglia d’oro sotto l’egida del Comitato Olimpico. Prima di lui gli unici indipendenti a vincere medaglie erano stati alcuni atleti jugoslavi a Barcellona 1992. La Jugoslavia, infatti, era stata squalificata dal CIO in seguito all’inizio del conflitto nei Balcani. Quei pochi che parteciparono, però, riuscirono a vincere tre medaglie: una d’argento e due di bronzo.

Una bella storia, quindi. Una di quelle che dovrebbe farti riflettere sul valore dello sport che travalica le appartenenze. Eppure, per un bell’episodio che accade, ce n’è almeno un altro che rimette in discussione l’idea che ti eri fatto. È la storia del nuotatore Mohammed Madouh, anche lui kuwaitiano. Lui le Olimpiadi le ha viste da casa. Non ha voluto prendere parte ai Giochi come atleta indipendente: «Il punto è che sono andato alle Olimpiadi (quelle di Pechino, ndr) grazie al Kuwait e grazie alla federazione di nuoto, da cui sono arrivati tutti i finanziamenti. Sono molto riconoscente per questo». Le sue parole sono lì a rendere un po’ amaro anche l’oro di Al-Deehani che in fondo, ho scoperto leggendo più approfonditamente la sua storia, ha lottato fino alla fine e senza successo affinché l’inno che risuonasse fosse quello del suo paese.

Perché in fondo un Paese ci vuole. Qualcuno per cui lottare, qualcuno con cui condividere la tua gioia, qualcuno da cui tornare per festeggiare assieme. Non so chi ha fatto la scelta più “giusta” tra Al-Deehani e Madouh, e non voglio nemmeno mettere in discussione l’esistenza della squadra degli atleti indipendenti. Ma so che se ci immedesimiamo riusciamo a capire profondamente le sensazioni del nuotatore, incapace di raggiungere un obiettivo senza la forza del Kuwait a sostenerlo.

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