Velletri Libris d’Agosto con Genovese e Dikele

Prima della pausa di agosto doppio appuntamento a Velletri Libris, la rassegna culturale veliterna, con Paolo Genovese ed Antonio Dikele

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Genovese e Tamilia

Nuovo pienone a ‘Velletri Libris’ con Paolo Genovese: “La verità a volte va oltre la fantasia”

Un altro pienone per “Velletri Libris”, che nel penultimo appuntamento di agosto registra il tutto esaurito al Chiostro della Casa delle Culture per l’incontro con il regista e scrittore Paolo Genovese. L’evento, nell’ambito della rassegna ideata e realizzata dalla Mondadori Bookstore Velletri, ha visto accorrere all’ex Convento del Carmine oltre trecento persone che non hanno visto tradite le loro aspettative. Genovese, infatti, spontaneo e ironico, ha saputo catturare l’attenzione del pubblico nel parlare del suo ultimo romanzo, Il primo giorno della mia vita, edito da Einaudi. “E’ una storia che vuole rimarcare la bellezza della vita partendo dalla morte”, ha esordito il noto regista cinematografico, spiegando la genesi della trama che vede in sette giorni di tempo un angelo riconsegnare ai quattro protagonisti una seconda possibilità per apprezzare la vita, facendo rinascere in loro la voglia di ripartire. “Si inizia dalla fine” – ha detto Genovese – “e come nei film indago la parte scura, quella che meno conosciamo di noi stessi. I miei personaggi, in questo caso, lanciano una sfida al mondo che sembra andare in fiamme. Il punto da cui sono partito è la ricerca di un antidoto contro le cose terribili, ma prima ho dovuto individuare le cose terribili, i mali da ribaltare. Così è nata la vicenda personale dei quattro protagonisti”. Il primo giorno della mia vita, infatti, è la storia di solitudini che si incontrano: una poliziotta che ha subito il lutto più atroce, quello della morte di una figlia, talmente innaturale e rifiutato da non riuscire a trovare una definizione nel vocabolario italiano; una ginnasta che finisce su una sedia a rotelle, atterrita da problemi psicologici e schiacciata dalle aspettative in una sindrome da eterna seconda; un bambino diabetico costretto, per motivi di marketing, ad assumere insulina e ingrassare per fare da testimonial in una pubblicità nonostante sia messo alla berlina dai bulli; un life-coach che dice a tutti quanto sia bella la vita ma è in realtà malato di quel malessere che colpisce il 65% degli italiani, la depressione. Quattro storie molto difficili, in cui subentrano dinamiche di competizione, di relazione interpersonale, di mali invisibili. “Il romanzo” – ha raccontato l’autore – “è un manuale di sopravvivenza, cerca strade per risalire la china, con un uomo/angelo che cerca di ribaltare la prospettiva e far vedere le cose da un altro punto di vista”.  Nel libro di Genovese emerge anche una forte spiritualità, diversa dalla connotazione religiosa, poiché il percorso originale immaginato dallo scrittore prevede una “giustificazione della vita con la vita stessa”. Particolare il motivo dell’ambientazione, ovvero New York: non la pretesa di un racconto internazionale, semplicemente l’intenzione di dare alla storia uno scenario dove tutto può succedere. “Il primo giorno della mia vita è una storia di assoluta speranza, rispetto ad altri miei film o romanzi qui indago le persone e cerco di farle riconoscere nelle sensazioni che provano i protagonisti. La verità” – ha aggiunto Genovese – “delle volte va oltre la fantasia”. La cosa peggiore che possa accadere ad un essere umano, infatti, è la perdita del dolore: quando ci si abitua al male, si perdono i timori, spesso non è un bene ma anzi un danno. Inevitabile, nel dibattito con Ezio Tamilia, non aprire – visto il successo e il blasone dell’ospite – un capitolo sul cinema. Prima di tutto le differenze con la scrittura, ben individuate da Genovese: “Scrivere è più difficile perché un film ti mette a disposizione attori, interpreti, scene incorniciate e amplificate dalla musica. Con la carta c’è solo una penna, bisogna fare in modo che il lettore immagini tutto. Inoltre il regista è un lavoro dove tutti chiedono, e oggi il pubblico è più ostico perché la crisi del cinema è anche nelle sale vuote: il successo bisogna meritarselo, rispetto ad un periodo dove si andava a vedere i film a prescindere”. Menzionando i “veliterni” Gassman e Tognazzi, con un pizzico di ironia Genovese ha risposto a chi gli fa notare che utilizza spesso gli stessi attori: “Gassman e Tognazzi facevano venticinque film l’anno… io non uso gli stessi attori per forza, mi trovo bene, sono bravi, è difficile oggi trovare un’intesa. C’è una paura generale delle idee originali, pensate che i film di successo degli ultimi anni, compresi i miei, non erano previsti dalle produzioni. Gli attori che ricorrono sono quelli migliori sulla piazza, anche se tanti talenti non emergono e questo è un male”. Rispetto alla letteratura, però, il cinema presuppone la costruzione di un personaggio che con la scrittura si autodefinisce. Paolo Genovese, interrotto spesso dagli applausi dei tantissimi presenti, ha concluso la sua presentazione ringraziando l’organizzazione e dedicandosi poi al firma-copie e alla foto di rito. Un’altra splendida serata per aprire al meglio agosto, prima dell’ultimo appuntamento prima della pausa venerdì 3 alle ore 21.00 con Antonio Dikele Distefano. Un appuntamento imperdibile per un libro importante ed un altro autore prestigioso che conclude, per adesso, il calendario ideato dalla Mondadori Bookstore Velletri in attesa della ricca mini-rassegna che si aprirà a settembre.

Antonio Dikele a “Velletri Libris”: “La diversità è un vantaggio che non ci viene insegnato”

4 Agosto h.17:20 – Diretto, altamente comunicativo, spontaneo e genuino: così Antonio Dikele si è presentato al pubblico di “Velletri Libris”, rassegna ideata e realizzata dalla Mondadori Bookstore Velletri, per l’ultimo appuntamento di agosto. Non ho mai avuto la mia età, edito da Mondadori, ha richiamato oltre cento persone che hanno riempito in ogni angolo il meraviglioso Auditorium della Casa delle Culture, location illustre e obbligatoria visti i rovesci temporaleschi del pomeriggio. Il libro di cui l’autore ha parlato con Ezio Tamilia è la storia di Zero, un personaggio difficile da raccontare, nato in un periodo in cui Dikele non sapeva precisamente cosa scrivere. Alle prese con idee all’apparenza poco interessanti, già sentite e non originali, il giovane scrittore classe 1992 ha iniziato a lavorare su un romanzo che potesse essere attuale sempre e che sollevasse dubbi e domande tra i lettori. Girovagando a Ravenna, nei suoi luoghi d’infanzia, e parlando con gli amici di sempre, ha trovato il trate-de-union di tutte le storie giovanili ascoltate: un vissuto “in sottrazione”. Da lì il passaggio a Zero, un ragazzo timido, cresciuto in un quartiere difficile e costretto sempre a ripartire da capo. Non un’autobiografia, però, come specificato dallo stesso Dikele citando Murakami: uno scrittore come lui, che si ritiene apprendista, cerca di esternare il suo pensiero in quello che pubblica non necessariamente rifacendosi a fatti personali. “Oggi” – ha detto lo scrittore, italiano e di origini angolane – “sento di avere una sorta di potere, poiché vengo letto da tante persone. Non voglio usare questa possibilità per trasmettere messaggi forzati ma per sollevare dubbi. La cosa più bella che mi hanno detto, in merito a questo libro, è arrivata da una giornalista: mi ha detto che dopo la lettura si è sentita in colpa di tutte le volte che ha discriminato una persona di colore anche solo guardandola in un certo modo”. Nonostante alcune espressione gergali, tipiche delle generazioni dei primi anni Novanta e dei nativi digitali, Dikele ha espresso concetti molto articolati, come quello del pregiudizio, che lo tocca suo malgrado da vicino: “Io penso che il pregiudizio sia giusto se poi fa nascere la curiosità. Un po’ come i bambini quando hanno paura. Nascevo e venivo considerato, pubblicamente, come uno youtuber o un fortunato che scrive. Il primo che mi ha trattato senza pregiudizi e mi ha dato consigli da pari a pari è stato Roberto Saviano. Sicuramente la scrittura è libertà di espressione, mi fa spiegare concetti anche elaborati pur non avendo titoli di studio”. Proprio sulle nuove generazioni, il giudizio di Dikele è stato netto e non tassativo: la tendenza a mostrare più che a vivere, fomentata dai social, può essere invertita con l’insegnamento della diversità. “La diversità è un vantaggio, siamo circondati da diversità” – ha dichiarato l’autore – “e anche il confronto è un vantaggio. Quando vado in discoteca e mi chiedono il nome, rispondo ‘Antonio’ e molti rimangono allibiti. Poi mi chiedono che lavoro faccio e rispondo ‘lo scrittore’, e restano ancora più allibiti. Magari però il giorno dopo incontrando un ragazzo di colore non pensano che sia per forza un immigrato o un delinquente, ma potrebbe anche fare lo scrittore e chiamarsi Antonio. Credo non si possa essere razzisti se non si è viaggiato…”. Il discorso sull’attualità è passato alla politica: secondo Dikele non c’è una nuova ondata di razzismo, poiché gli italiani giudicano più la posizione che la razza. C’è un classismo diffuso, “perché se sei Obama non sei un negro di m…”, e Zero è un emarginato perché vive più livelli di diversità. Ciò che può salvarlo è il coraggio, la forza di non cadere nello spaccio ma di continuare a studiare, di intraprendere la strada più difficile. Anche sull’identità Dikele ha spiazzato con una delle sue risposte semplici ed efficaci: “Se mi sento italiano? Non so cosa significhi. I miei genitori per esempio, ben radicati in Italia, hanno una mentalità pragmatica e per loro faccio lo scrittore ma non seguono assolutamente la mia attività con attenzione. Anzi i parenti quando gli rispondo che per mestiere scrivo, ribattono: ‘Ok, ma di lavoro cosa fai?’. Questo per dire che non è una questione di nazionalità, il mondo è troppo vasto per pensare troppo alle proprie radici: se si insegnasse, ripeto, la diversità si abbatterebbero molti confini. E sui social non si leggerebbero più quelle stupidate, si tornerebbe ad usarlo come strumento e non come un fine o come un filtro per mostrare la propria fama”. Applausi scroscianti per Antonio Dikele, che parlando della sua opera e delle sue idee ha regalato al pubblico di Velletri, ringraziato per l’accoglienza e per la cortesia, una serata di intensa riflessione. Per la Mondadori Bookstore Velletri una breve pausa agostana, prima della finalissima di settembre. Un ringraziamento, come sempre, ai partner Casale della Regina, Banca Popolare del Lazio, Albagiemme, Happybroker, Le Camelie del Generale, CREA, Bubu7te, PubliR, Associazione Culturale Click! per le foto e naturalmente alla Fondazione di Partecipazione Arte e Cultura Città di Velletri diretta dal Maestro Micheli. Il calendario della prima settimana di settembre è ricchissimo: si comincia con Adriano Sofri (1 settembre), poi Maurizio De Giovanni e Massimo De Cataldo (3 settembre) e grande maratona finale il 9 settembre con Manlio Castagna, Fortunato Cerlino (Pasquale Savastano), Marco Giallini e Giovanni Allevi per coronare un “Velletri Libris 2018” da incorniciare.

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