È un punto di riferimento importante per tutto il suo quartiere nella storica farmacia di famiglia, nella zona Villa Bonelli di Roma. Attento alle richieste, professionale, gentile ma soprattutto empatico. Leonardo Anitori ogni giorno è un farmacista scrupoloso, ma possiede anche un grande talento musicale. Nel 2019, dopo anni di studio ha pubblicato il suo primo CD, Strano mestiere. Un lavoro che lo rappresenta, coinvolgente, capace di raccontare l’intimo e il dolore in maniera lieve eppure intensa e profonda, senza prenderlo troppo sul serio ma senza sminuirlo. Dal lirismo de “Il risveglio della sentinella” alla leggerezza di “Senza impegno”, un album orecchiabile, che si ascolta con piacere.

Sei un farmacista ma anche un musicista, come si coniugano queste due esperienze, l’una scientifica, l’altra creativa?
Questa è una domanda che mi è stata rivolta spesso, c’era curiosità sul come si relazionassero le due cose. Mi verrebbe di dirti che forse il segreto agli inizi fu di essere nato, musicalmente parlando, come batterista/ percussionista…Figura questa che si relaziona allo strumento con un approccio squisitamente matematico e fisico…La vena creativa e compositiva venne molto dopo quando già la convivenza tra il farmacista ed il musicista era in essere da tempo.
Dove ti sei formato? Parlaci del tuo percorso.
Nasco come batterista autodidatta per un paio d’anni per poi rendermi conto che chi studiava con l’aiuto della figura di un insegnante otteneva molto e meglio in minor tempo. Decisi quindi di iniziare a prendere lezioni da un giovane e talentuoso batterista che mi fu presentato all’epoca e che mi affiancò per molti anni e mi formò fino al conseguimento del diploma in accademia preso nel 2003. Ora è uno dei miei più cari amici e mio punto di riferimento quando mi serve un’opinione autorevole in materia. Circa a metà di questo percorso si manifestò anche il desiderio di divenire cantautore e di non limitarmi ad essere esecutore di brani altrui…Questo richiese lo studio dei fondamenti di base di uno strumento melodico che mi aiutasse in questo: la chitarra.
Quando nasce il tuo amore per la musica?
Quando mi viene chiesto, esordisco dicendo che non fui io a sceglierlo ma fu la musica a scegliere me. Nel fine settimana dei periodi primaverili ed estivi ero solito in gioventù andare in una località di mare a circa 60km da Roma con i miei. Seduto nel posto di passeggero guardavo la strada ed ascoltavo la musica in cuffia con lo storico walkman…Beh…Un giorno accadde. Quel giorno fu inspiegabilmente tutto diverso…La musica mi entrò nelle orecchie ma mi pervase il corpo…Non venne più sentita ma ascoltata, percepita, seguita, capita. Ora la cosa mi incuriosiva ed iniziavo a percepire la potenza espressiva del ritmo e della melodia come mai prima…Dovevo assolutamente vivere quell’esperienza con ogni fibra del mio fisico…Dovevo viverla in prima persona, eseguirla. Ricordo distintamente che quella mattina giunsi alla casa al mare come ogni altra volta ma non corsi in giardino nè mi venne il desiderio di bagnarmi al mare…Mi sedetti sul dondolo che avevamo in casa e rimasi ad ascoltare quella musicassetta ininterrottamente fino ad esaurire le batterie del walkman…Era successo qualcosa che avrebbe per sempre cambiato le cose.

Suoni la batteria, uno strumento adrenalinico, cosa rappresenta per te?
La batteria fu per me da subito la traduzione fisica del mio sentire la musica. Ero colpito dalle frequenze basse, dalle figure ritmiche, un brano mi rimaneva impresso per la sua connotazione ritmica. Mi affascinava e mi affascina ancora il vivere fisicamente, nel senso reale del termine, la musica…Di crearla e trasmetterla con l’intero corpo. Mi appassionai da subito al concetto di strumento composto da più parti, all’approccio fisico e matematico nel viverlo e nel dominarlo, alla scoperta dell’indipendenza dei quattro arti, al calore del legno e delle sue sonorità. Quando giunsi ad un livello di esperienza che mi consentì di vedermi dall’esterno durante l’esecuzione di un brano, percepii per la prima volta che il mio movimento ritmico muoveva il corpo degli ascoltatori come se sulle bacchette avessi decine di fili invisibili assimilabili a quelli con cui dai vita ad un burattino…Si creava una connessione ritmica con ognuno di loro…Ci si muoveva all’unisono…
Strano mestiere è il titolo del tuo Cd uscito nel 2019. Strano mestiere quello di vivere. E invece quello del musicista?
Beh, di sicuro non lo è di meno…Nel nostro paese poi spesso è una vera avventura quotidiana. Questa domanda dovresti però rivolgerla a chi quel mestiere lo vive in concreto ogni giorno e può parlartene nel dettaglio. Io lo vivo solo come esigenza espressiva, esigenza di esternare, di condividere e di partecipare col mio piccolo contributo…Ma una professione ce l’ho…Poi chissà…

In “Senza impegno” canti l’amore senza impegni, appunto. Com’è l’amore oggi? Davvero non abbiamo più voglia di costruire un progetto lungo?
In “Senza Impegno” io mi diverto a raccontare un rapporto tra i due sessi che vuole dedicarsi solo al piacere dell’incontro, alla leggerezza di viverlo senza sovrastrutture nè promesse a lungo termine…Come i Depeche Mode dissero: “No string attached, just free love“. Sono dell’idea che se ci si vuole divertire e le cose vengono dette con chiarezza e sincerità fin dall’inizio allora che ci si diverta…Ma sono fermamente convinto che i nostri tempi siano di maggiore egoismo e scarsa voglia di sacrificarsi per il compagno, per la sopravvivenza di un rapporto…Ma altresì che l’amore, quello vero, esista anche oggi e fortunati sono quelli che ci si incontrano…Io stesso lo sto ancora cercando.
Anche se spesso canti di abbandoni e delusioni, lo fai in maniera comunque non struggente, pacificata. E’ un sentimento reale o un espediente artistico? Se è un sentimento reale, qual è il tuo segreto?
Credo ti serva di sapere un dato fondamentale per la corretta lettura e comprensione di questo mio primo, sofferto, lavoro cantautoriale: l’idea con cui iniziammo a realizzarlo con il produttore/arrangiatore fu quella di raccogliere brani di molti anni addietro e metterli assieme come si fa con un album di foto. Brani con cui iniziò tutto, con cui scoprii che una penna tra le dita ed una chitarra a tracolla erano i miei mezzi a me congeniali per parlare nel migliore dei modi di ciò che mi lacerava dentro. In sostanza: all’epoca in cui furono scritti il sentimento era forte, reale come più non poteva essere…Al punto che mi spinse fino al mettermi in gioco con una forma d’arte espressiva che mai avevo utilizzato prima! Se ora ci senti una pacificazione, una sedimentazione del vissuto ed un racconto più equilibrato è solo perché ci si sono aggiunti degli anni ed un espediente artistico dato dalla maggiore esperienza. Qual è il mio segreto? Forse aver lasciato che un po’ di tempo ci scorresse sopra ed il bagaglio di esperienze accumulate mi aiutasse nel giocare con le parole.



















