Quando la narrazione supera e oscura la realtà il rischio è quello di perdere di vista i fatti. E’ questo il caso delle polemiche attorno alla caduta dell’amministrazione comunale di Albano. Da circa dieci giorni infatti il dibattito è tutto rivolto all’interno dell’ex maggioranza di centrosinistra, tra le accuse di tradimento mosse agli sfiducianti e le epurazioni nel Partito Democratico. Nessuno o quasi si è soffermato sull’unica vera e rilevante novità nel panorama politico cittadino: la compattezza e la leadership ritrovate dal centrodestra, condizioni indispensabili affinchè una operazione come quella delle dimissioni contestuali dei consiglieri e la conseguente fine anticipata della consiliatura, possa andare in porto.
E’ impensabile infatti che non ci sia una regia politica dietro ciò che è accaduto lo scorso 14 ottobre, così come è improbabile che l’atto politico guardi solo al passato e non lanci parallelamente un messaggio forte per il futuro.
Il centrodestra si candida ufficialmente a governare la città, lo fa con il più fragoroso dei gesti, e lo fa in quanto area politica, ancor prima di avere ufficializzato il nome di chi lo guiderà nell’agone elettorale. Una prova di forza che ha sbaragliato il campo delle sinistre, che anche durante questi lunghi mesi di crisi, a chiunque chiedesse lo stato delle cose nel palazzo, rispondeva con una certa sicumera, che “tanto a destra sono divisi”, “non si metteranno mai d’accordo”.
A cose fatte si può dire che nella “war room” di Borelli hanno sbagliato i calcoli, non solo non sapendo gestire politicamente i rapporti interni al loro schieramento, ma soprattutto sottovalutando l’opposizione e le sue capacità di mettere in campo uomini e proposte politiche capaci di compattare il centrodestra ed aggregare soggetti anche oltre i partiti nazionali.
In un certo senso le reazioni scomposte rivolte ai dissidenti che hanno invaso i social ed hanno tenuto banco nei bar cittadini, sono state un alibi per nascondere il vero sconcerto tra i dem: quello nel vedere, forse per la prima volta in quindici anni, un avversario realmente competitivo, che gioca all’attacco, prende l’iniziativa e detta i tempi.
Certo gli strateghi del Pd devono essere un po’ arrugginiti, e l’abitudine nello stare al governo deve avere appannato i riflessi anche dei più pronti. Perché era difficile non comprendere che non c’è solo Giorgia Meloni, che pure è “tanta roba”, ma è cresciuto sul territorio un partito come Fratelli d’Italia, che nel frattempo ha vinto le regionali, si è affermato alle europee, promuove classe dirigente sui territori, e sa fare la politica delle alleanze, in virtù di una storia e di una pratica consolidate.
Tutto ciò avrebbe dovuto far capire ai grandi timonieri del Pd che non era il tempo giusto per regolare vecchi conti interni e trattare gli alleati più o meno come fastidiose appendici, perché la presunzione in politica può essere peccato mortale.
La destra ha preso in mano il pallino, a lei ora l’onere di dettare l’agenda. La rabbia ed i rancori presto si dissolveranno così come il martirologio, ed ai cittadini resteranno le domande ai bisogni a cui in questi anni nessuno ha dato risposte.
Non si ricordano a memoria sindaci e coalizioni che hanno vinto dopo una sfiducia, per questo il centrosinistra ai nastri di partenza della sfida elettorale appare quasi spacciato, ma guai a cadere nel medesimo errore di questa sindacatura dando per scontato un risultato finale che è ancora tutto da conquistare.
Al centrodestra serve un Sindaco con leadership e visione, ma più di ogni altra cosa un programma serio e concreto da proporre ai cittadini. Con la ritrovata unità di intenti, e le macerie nell’altro campo, si apre uno spazio che potrebbe segnare linizio di una vera e propria rivoluzione politica lungo tutto l’asse dell’Appia.




















