Clemente Di Leo, l’urlo del poeta

Sabrina Casani ci delinea il ritratto del giovane poeta abbruzzese Clemente Di Leo all'interno del nostro spazio dedicato allo scrivere

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Clemente Di Leo

L’urlo del poeta

“Venga avanti chi si dice poeta.

Qui lo voglio vedere

sui colli o sull’asfalto

nella sua maniera di fare o di dire.

Inganna la qualità della carta

e della china, l’impostazione tipografica.

Mi sarei impiccato da un pezzo

se la parola non mi scoppiasse

quando sto camminando, alla gola.”

Clemente Di Leo

Venga avanti dunque, non esiste (nell’animo del poeta) un senso di tempo o di spazio, non esiste materia. Chi scrive, scrive da sempre e la parola, prima di essere impressa in una stampa, prorompe irruente e ostruisce anche le corde vocali, non si riesce fino in fondo a plasmare forma materiale di un pensiero o emozione nata dal nulla… Il nulla, il caos, il magma primordiale da dove nasce immagine vacua.

“Non sono poeta-letterario ma poeta dell’essenza. Non appartengo alla poesia delle lettere ma a quella vissuta, sentita nella verità del mio Spirito. Voi non saprete mai Questa poesia. Questa Poesia sono io.”

Spavaldo, a tratti arrogante, pieno di ardore in una giovinezza prorompente, spesso aggressivo ma anche molto leggero nell’esprimere voli empirici che dalla mente librano oltre la concreta e cruda realtà… Nel suo caso molto cruda.

Lui è Clemente di Leo, anche detto Dino, nato nel 1946 in Abruzzo, alle pendici della Maiella, in un piccolo, minuscolo borgo di nome Colledimacine. Una storia straordinaria di furente tenacia, di resistenza e prova tangibile che dalle avversità può nascere risorsa, che nessun impedimento è in grado di frenare la voglia di vivere e di emergere. Resilienza pura.

Un urlo nel silenzio dei colli dormienti incita il mondo a voltarsi e a guardare questo ragazzo che fin da bambino scopre di avere una irreversibile malattia cardiaca, questa le renderà difficoltoso crescere e vivere come i suoi coetanei, quegli eccessi di gioventù gli erano proibiti, pena la morte. Difficile da accettare per un giovane, specialmente per lui, di animo così fiero e forte. Ma quella prigione lui la sgretolò con la Poesia più irruente.

Nonostante Di Leo abbia dovuto interrompere gli studi, continuò ad apprendere da autodidatta, era affamato di tutto e la conoscenza gli spalancava mondi entusiasmanti, così tra le montagne rocciose Abruzzesi creò un universo di colori e sfumature e l’eco del suo urlo rimbalza ancora in quei luoghi arrivando fino a noi… E oltre.

Ma come riesce a fare tutto ciò?

Ebbene, Clemente è pronto a tutto, è tenace, decide così di auto pubblicare le sue prime opere sotto falso nome, tale Massimo Rocòvic, spacciandosi a sua volta per l’editore che aveva raccolto i versi del malcapitato poeta suicidatosi qualche mese prima.

Diabolico tranello che trasse in inganno anche le più grandi riviste dell’epoca.

“Nell’ora più critica della letteratura italiana, adesso che la sfrontata pubblicità e premi spesso scandalosi accecano le masse, ecco sorgere la luce di Massimo Rocòvic, nato appena nel 1946, che tra il superficialismo dannunziano e l’inaridito e quasi estinto ermetismo resterà certamente una delle voci poetiche più autentiche e singolari del nostro Novecento”

Questa la sua nota introduttiva, un bizzarro e camuffato auto referenzialismo, astuto…

E chi non ci avrebbe creduto?

Di Leo, il poeta pronto a tutto, urlò a squarcia gola e quelle rocce le fece tremare… Tremarono e si inchinarono alla sua prorompente enorme mole poetica.

“Mi sono trovato

con un nome

tra pietre;

e senza risposte mi consumo con loro”

Si consuma Clemente tra quelle rocce, e la poesia diviene la sua vita, la sua amante, con la quale portare avanti lo spettacolo della propria storia

“Poesia, strega rimbambita

– meravigliosa quando non mi giro a guardarti –

forse amo te, la vita

come uno spettacolo:

sono tanti 22 anni di teatro”

Artefice della sua esistenza, sa plasmare il personaggio, è unico creatore di sé… Dio di sé stesso

“La vita è una creta che puoi modellare come vuoi

una mazza fresca su cui puoi intagliare

qualsiasi disegno”

La sua giovinezza lo rende un lupo, ” Il Primo Lupo rosso della Maiella“, ma la sua anima va oltre ogni concetto di spazio e tempo, si libra verso un mondo sospeso dove percezione ed emozione si fondono.

Sentire, Clemente sentiva… E non è cosa da poco… O così scontata…

Rimbaud, Kerouac, fino ad arrivare al nostro connazionale Rino Gaetano, e tanti… Tanti altri ancora…Cosa li accomuna? Giovani ispirati, genialità sconcertanti, è una valanga devastante che travolge il consueto e parla di dimensioni così lontane da ciò che gran parte dell’umanità percepisce come normale e indispensabile. Una fiamma di gioventù dove tutto appare possibile, dove i limiti non sussistono, nessun confine.

Un Clemente Di Leo sarebbe invecchiato, la vecchiaia gli avrebbe fatto dono di saccente e impeccabile tecnica, metodo, i versi sarebbero stati più precisi e la metrica indiscutibile… Forse però il fuoco più tenue.

Ma nessuno potrà mai saperlo, perché Di Leo morì a soli 24 anni a causa degli eccessi di una notte di festeggiamenti, proprio per la sua rivalsa, il suo riscatto, il premio ambito da parte di quel mondo che fino a quel momento sembrava così sordo, sembrava ignorare il grido incessante di chi ama… E per quell’amore sarebbe morto… Amore per l’arte, amore per la vita… E caso volle che Clemente morì proprio per aver amato troppo la vita.

Il mondo deve imparare a sentire ciò che è alieno ai sensi umani. Questo ragazzo l’ha sempre saputo, fin dalla nascita, perché l’alieno che sei lo capisci da subito, devi solo farci pace prima o poi ed accettarlo, come lui fece

” Sono un ragazzo e diecimila folletti.

Mi si rimprovera la pazienza del vetraio.

Mi escono bottiglie quando voglio damigiane.

Al timone ho messo un pagliaccio di fiori.

Il mare, il mare sotto galoppa.

Per me la vita è una scorpacciata di pesche.

Per i più la vita è consolazione.”

L’arte è un magnifico arcobaleno di sfumature, milioni di pixel variopinti e unici nel loro genere. L’arte è la capacità di viaggiare oltre la velocità della luce, percepire l’incognita ed esplorarla.

L’arte può abbracciare infiniti campi, come anche la scienza o la matematica, ai confini della razionalità, dove un estremo si congiunge con il suo opposto.

Detto questo, in onore di un grande scienziato da poco scomparso, nel prossimo articolo parleremo proprio di lui, Stephen Hawking, e di come la sua ricerca non sia altro che un’infinita odissea ai – e oltre – i confini dell’Universo.

Condividiamo e confrontiamoci.

Sabrina Casani

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