C’era una volta una splendida città chiamata Frascati, madre di vigne, patria del vino bianco più celebrato del Lazio, orgogliosa del suo DOC datato 1966, tra i più antichi d’Italia.
Una città che parlava la lingua del vino, della terra e della bellezza. E che oggi, invece, sembra aver perso la voce.
Nel regno dei Castelli Romani, tutti si preparavano con entusiasmo alla grande avventura del Vinitaly, la fiera delle eccellenze. Si celebrava la proclamazione a “Città italiana del Vino 2025”, con Marino come capofila e addirittura Nemi come coordinatore (Nemi, sì, quello delle fragole).
I sindaci accorrevano fieri, portando il volto dei loro comuni, pronti a raccontarne storia e sapori.
Tutti… tranne uno.
A Frascati regnava infatti una “sindaca” dalle forbici d’oro, abilissima nel tagliare nastri, scoprire targhe, srotolare tappeti rossi, e posare per foto ricordo.
Una sindaca molto attiva nelle cerimonie, sì.
Molto meno, purtroppo, nella promozione reale delle ricchezze di Frascati, che restano ogni giorno più dimenticate.
Così, mentre il nome di Frascati avrebbe dovuto risuonare forte tra gli stand, i calici e le
telecamere del Vinitaly, la sua guida non c’era.
Al suo posto, l’assessore-filosofo, delegato di corte, educato ma invisibile, perso tra sindaci in fascia e strette di mano d’istituzione.
Una presenza che non rappresenta.
Una assenza che pesa.
E tutto questo mentre comuni senza alcuna tradizione vinicola paragonabile (o addirittura con zero DOC) prendevano la scena con orgoglio, strategia e – sia detto – dignità istituzionale.
E Frascati?
Frascati restava lì.
Bella come sempre, ma zitta.
Ricca come sempre, ma trascurata.
E con una “sindaca” più intenta a immortalare sé stessa che a valorizzare ciò che la circonda.
Morale: “Qui coronas secat, sed titulos negligit, gloriam suam in silentio disperdit.”
Chi taglia nastri ma trascura i titoli, disperde nel silenzio la propria gloria”. Lo dichiarano in una nota Forza Italia, Lega, Udc e Io Amo Frascati.




















