A Lanuvio i Due volti di Dante Alighieri

Evento in occasione dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri a Lanuvio per riflettere ed attualizzare il pensiero dantesco della Divina Commedia

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Evento su Dante Alighieri a Lanuvio

A Lanuvio l’evento “Due volti di Dante: tradizione e prospettiva” offre una lettura originale dei versi di Dante.

In occasione dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, il parco di Villa Sforza Cesarini accoglie Giuseppe Bevilacqua e Marta Elisa Bevilacqua per una discussione e una nuova interpretazione della Divina Commedia. Alla lettura dei versi e al loro commento si interpone la voce e la suggestiva chitarra di Irene Tempestini. Presto la lettura di Dante si trasforma in un’occasione per interrogarci sulla nostra società e il nostro ruolo di cittadini: siamo davvero lo Stato che dovremmo essere? O possiamo migliorare?

Quest’anno varie iniziative si sono prodigate a omaggiare i settecento anni dalla scomparsa del Sommo Poeta; e in cima tra tutte le sue opere la Divina Commedia è stata la più nominata e ricelebrata con non poco orgoglio nazionale. Quando l’assessore di Lanuvio Alessandro De Santis ha presentato i relatori dell’evento “Due volti di Dante: tradizione e prospettiva”, tutti i presenti a Villa Sforza il 14 settembre erano ansiosi di scoprire quale nuova visione per il futuro potesse nascondersi dentro un’opera datata ormai più di settecento anni. La scelta del termine “prospettiva” come titolo assumeva inizialmente un aspetto ambiguo. Non si riesce facilmente ad accostare il concetto di novità a un’opera tanto antica: cosa può essere sfuggito all’occhio cavilloso di tutta la sua lunga esegesi fino ad oggi? Eppure le riflessioni dell’investigatore storico Giuseppe Bevilacqua e della professoressa  Marta Elisa Bevilacqua, passando proprio attraverso due dei più famosi canti dell’opera -l’incontro con le tre fiere e la profezia di Cacciaguida – ci suggeriscono che forse di quei versi non abbiamo colto proprio tutto: non abbiamo saputo afferrare la profondità della loro riflessione sull’avidità e sulle sue origini nel cuore umano, nè la loro invocazione a combatterla e a coinvolgersi nella vita politica. Che abbiamo ancora molto da imparare da Dante dopo settecento anni, a dimostrarcelo è proprio  il nostro Stato e la società di oggi.

Giuseppe Bevilacqua non è uno storico, ci tiene a precisare: è un investigatore storico; e davvero la sua dettagliata e acuta disezione delle terzine dantesche ci restituisce l’immagine di una lente di ingrandimento passata sulla scena del crimine. Giuseppe si lancia in una rilettura del primo canto dell’Inferno, la famosa ascesa di Dante sul colle dove incontrerà le tre fiere: leone, lonza e lupa; le incarnazioni rispettivamente di superbia, lussuria e avarizia. Ma le riflessioni di Giuseppe Bevilacqua non si accontentano di un’interpretazione superficiale: cosa significa veramente la lupa?, qual è la reale natura dell’avarizia?, e perché ad oggi, dopo settecento anni dalla morte di Dante, la sua voce apre ancora a interrogativi su di noi e il nostro Stato? Con una disgressione ad un tempo erudita e divertente che tocca varie tematiche –  Giuseppe ci rinfresca il Monarchia di Dante, le opinioni del poeta sul potere temporale e spirituale, riporta Lorenzo Valla e un reperto storico di valore inestimabile conservato al Duomo di Albano, e ci accompagna lungo una ricapitolazione storica che passa per simonismo, nepotismo e mogli manipolatrici “bollite come galline” – l’investigatore storico ci apre gli occhi sul testo di Dante e contemporaneamente sulla realtà moderna, che a secoli di distanza ancora soffre l’ingordigia di quella lupa in cui il poeta si imbattè secoli fa. Forte delle sue investigazione e dei suoi studi, L’investigatore storico offre nuove prospettive sui versi danteschi, e mentre ci parla di prevaricazione, di usura, di governi guidati dai malvagi e dai pavidi, è come se quella lupa smagrita e famelica si aggirasse tra di noi, tra le sedie radunate nell’ameno parco di Villa Sforza Cesarini. Perché grazie a Giuseppe scopriamo una nuova identità di quella lupa: non la piatta e scialba immagine dell’avarizia tradizionalmente attribuitale, ma una complessa forza animata di sete di dominio e smania di potere, una volontà che si regge sull’invidia e la prevaricazione che ben riflette la società attuale, con i suoi tarli e la sua corruzione, col suo circolo vizioso di ingiustizia che crea un governo di oppressione che porta all’ascesa dei meno meritevoli e schiaccia gli ultimi. Ahi serva Italia, di dolore ostello. La prospettiva è sconsolante: a cosa ci giova sapere che già Dante individuava i problemi dello Stato di oggi, se dopo settecento anni ancora non abbiamo trovato una soluzione? Eppure Dante non aveva mai disperato di poter lottare contro la corruzione dello Stato: è Marta Elisa Bevilacqua, professoressa di storia e filosofia, a ricordarci del famoso dialogo tra Dante e il suo antenato Cacciaguida, nella cantica del Paradiso. Se infatti il mondo e l’Italia ha conosciuto fin dai tempi di Dante e ancora prima ingiustizia e disugualità, ha anche conosciuto uomini e intellettuali pronti a combatterle, a prospettare e avere il coraggio di incoraggiare una realtà diversa. Quando il sogno politico di Dante si risolve nel suo esilio, quando ormai il Governo che sognava per la sua Firenze sembra destinato a rimanere una chimera, ecco che nella finzione letteraria Cacciaguida gli restituisce la speranza: perché il dono e il talento di Dante lui deve fare un’arma, sbattuto alle porte della città deve rendere la sua scrittura l’unica voce rimasta all’intellettuale esiliato; scrivi, lo sprona Cacciaguida, scrivi di ciò che hai visto, della degenerazione di Firenze e dello Stato, scrivi della corruzione del Pontificio, dell’Impero naufragato tra i suoi stessi vizi, racconta a tutti quanto è stato dell’Italia, e quanto ne sarà. Al letterato e all’uomo di cultura viene giunge quindi una chiamata politica; ma l’invito si estende a tutti noi cittadini, di vivere non fuori dallo Stato con la cecità delle bestie o fingendoci avulsi a tutto come déi, superiori alle vicende del governo e degli affari pubblici, voltando altrove lo sguardo alla corruzione e lasciandoci le mani pulite, ma vivere dentro allo Stato, non arrendendoci quando ci mettono alla porta e tentano di schiacciarci sotto al tallone, ma ritrovare la voce anche nell’esilio, anche quando saremo gli unici a combattere in una società che pare cieca e sorda alle sue insufficienze.

 

Nel parco di Villa Sforza Cesarini, le parole di Dante si accompagnano alla musica di Irene Tempestini; l’evento organizzato dalla Bibilioteca di Lanuvio e il Sistema Castelli Romani si risolve in un’occasione per riascoltare le parole del sommo poeta, nostro orgoglio nazionale ma pure  il primo tra tutti a segnalare le falle della nostra serva Italia. Dopo tanti secoli, Dante ha davvero qualcosa di nuovo da proporci tuttoggi, perché come diceva Calvino (parole rinfrescateci da Marta Elisa) un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.  Mentre grazie a Giuseppe Bevilacqua ci troviamo a riscoprire ancora una volta la visionarietà di Dante, lo sguardo acuto che aveva sul mondo e la lucidità nel riconoscerne i veri peccati, Marta Elisa ci incita a coglierne la sfida, l’incitamento a fare della propria voce un’arma politica e della cultura la prima linea per il cambiamento.  A settecento anni dalla sua scomparsa, forse è questa invocazionequesto il lascito più importante di Dante: abbiate coraggio di denunciare l’ingiusitizia, di parlare come oppressi, di gridare la verità; di riportare gli orrori di cui siete stati testimoni, l’ingiustizia e il dolore che avete attraversato; parlate perché solo la parola potrà spezzare il circolo vizioso che da oppressione porta ad altra oppressione. Ciò che Dante ha visto allora e che tutti noi vediamo ogni giorno (abusi di potere, prevaricazione usura, frodi, sperequazioni…) non è un tabù da tacere o un bavaglio con cui lasciare che ci frenino la bocca: ma tutti noi, come intellettuali poi ma prima di tutto come cittadini, dobbiamo denunciare. Perché per defatalizzare il cammino di uno Stato che pare inevitavilmente corrotto, il primo passo è riconoscerne gli errori. E se a qualcuno con la coscienza sporca si risentirà per ciò che dici, dice a Dante il suo avo Cacciaguida, tu non te ne curare e continua a riportare il vero, gioverà a chi saprà ascoltare: Questo tuo grido farà come vento,/che le più alte cime più percuote;/e ciò non fa d’onor poco argomento.

Cosa direbbe oggi Dante, gettando uno sguardo per l’Italia? Troverebbe lo Stato ritto e morale che si augurava, gli intellettuali impegnati e gli uomini giusti che voleva spronarci a diventare attraverso le sue cantiche? A settecento anni dalla sua scomparsa, cerchiamo di trasformare la denuncia di Dante in una riflessione quotidiana personale, e le sue speranze in un impegno concreto da perseguire ogni giorno. Solo riconoscendo la Divina Commedia per ciò che voleva essere veramente – una denuncia ma anche un invito concreto a cambiare – e seguendo i suoi consigli gli renderemo veramente omaggio.

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