Critica ai luoghi comuni, al perbenismo e alle ipocrisie: al Teatro Anfitrione è andato in scena “Se dovessi tornare”

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Da sinistra: Morena Mancinelli, Tommaso Arnaldi, Maria Sofia Palmieri. Foto Sabrina Ciferri

Recensione a cura di Federico Maria Monti*

“L’enfer, c’est les autres” faceva dire Sartre a Garcin nella pièce Huis clos nel lontano 1944. Forse oggi dovremmo dire che l’inferno sartriano, quello della nausea e dell’incomunicabilità tra gli esseri umani, s’è adeguato ai tempi divenendo più subdolo, mimetizzato: preferendo trasferirsi nelle vigili, odiose censure e nel catechismo ipocrita del politicamente corretto che oramai – lo vediamo – s’è insinuato nel tessuto sociale condizionando a tutti i livelli la comunicazione, e che crea buoni e cattivi sulla base dell’adeguamento a un codice culturale manicheo e moralista. Su questo mood decisamente satirico è andata in scena dal 2 al 4 maggio, al Teatro Anfitrione, la commedia “Se dovessi tornare” per la regia di Andrea De Rosa (Notte prima degli esami; Amore, bugie e calcetto).

Scorretta, esilarante, spietata, ipocrita, surreale. Tre personaggi male assortiti incarnano tre prospettive sociali incompatibili. Tre maschere sociali si scoprono prigioniere in un seminterrato senza avere la possibilità di uscire e senza conoscere il motivo di quell’assurda reclusione. Uno scherzo? Un complotto? Una vendetta? Un esperimento?… Cosa li lega? Cosa li accomuna? Niente, o magari tutto… Un sogno forse?… Li vediamo: la prima (Maria Sofia Palmieri) è una garrula imprenditrice di moda della società bene che fa marketing sulle sue sbandierate idee politiche progressiste, poi la macchietta ruspante di un tassista romano (Tommaso Arnaldi, I liceali) tanto becero quanto impulsivo, infine un’ambigua sexy moldava da operetta, ancheggiante e ammiccante in un abitino folclorico, interpretata da un’irresistibile Morena Mancinelli (giornalista, temporaneamente, prestata alla recitazione) in stato di grazia.

Morena Mancinelli e Maria Sofia Palmieri – foto di Rocco A. Romano

Questo l’incipit per una pochade scritta da Ester Palma (giornalista de Il Corriere della sera) e Giovanna Biraghi (autrice di Zelig) con l’obiettivo di divertire e far riflettere; una commedia che mette a fuoco i tic di noi tutti, che viviseziona a contrasto, sotto il bisturi della caricatura e dei luoghi comuni, le meschinità, le ipocrisie, il perbenismo di facciata che governa invasivamente la società di oggi. Bravissimi gli interpreti.

 

*Studioso di filosofia del linguaggio, critica letteraria ed ermeneutica, si occupa da anni in prospettiva comparativistica dei rapporti che il cinema e le arti visive intrattengono con la storia delle religioni e i simboli delle Scienze Sacre tra Oriente e Occidente, con particolare attenzione alle interferenze della cultura occidentale con quella iranica e centro-asiatica

Federico Maria Monti