Todini (Azione Agraria) “Il verde oggi non si tutela, si vende: il paradosso delle città green”

"Grotte Portella risponde a un più ampio disegno devastante del verde, dove le amministrazioni acconsentono passivamente a eliminare campi, alberi, suolo permeabile e biodiversità in favore di una lastra di cemento la cui giustificazione risiede in un sedicente sviluppo economico, in una squallida e orrenda edilizia “moderna”".

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“Grotte Portella risponde a un più ampio disegno devastante del verde, dove le amministrazioni acconsentono passivamente a eliminare campi, alberi, suolo permeabile e biodiversità in favore di una lastra di cemento la cui giustificazione risiede in un sedicente sviluppo economico, in una squallida e orrenda edilizia “moderna”. La realtà è che distruggono ettari di uliveti e di campi potenzialmente destinati all’agricoltura, i quali, indipendentemente dalle loro colture, assorbono acqua e CO2 in favore di alberelli ornamentali, prati sintetici e false diciture eco-sostenibili. In pratica le amministrazioni distruggono un ecosistema per costruire qualcosa che sembra sostenibile ma che si traduce in una fortissima erosione del suolo, ad un alto e dubbio profitto per tutte le figure che si adoperano per la “riqualificazione” urbanistica. Le amministrazioni lo chiamano sviluppo ma mi domando: per chi? Per i cittadini o per i due proprietari? Per i cittadini o per il costruttore? Per i cittadini o per le scellerate politiche locali? Il vero business è il cambio di destinazione d’uso, dopodiché gli accordi si trovano tra tutte le figure attivamente interessate.

In un paesello come Frascati dove c’è la lotta dichiarata a chi non esegue meticolosamente le regole della differenziata, la stessa amministrazione che ti ha dichiarato guerra in favore di un concetto “green” che differisce tra te, cittadino, e loro, amministratori della cosa pubblica. La distruzione del paesaggio e della sua biodiversità si trasforma in una fabbrica a cielo aperto dove il green e il naturale sono aboliti. Così il paradosso si completa, si distrugge un ecosistema reale con uno artificiale dove al “green” verrà destinata una piccola area del muro d’ingresso per poter affiggere ben incorniciata e visibile l’etichetta, la loro coscienza (se ce l’hanno) è linda. Ma se fai un sacco di troppo di indifferenziata, rispetto a quello che loro hanno stabilito: paghi la mora perché non sei abbastanza green.

Nel frattempo, si assiste all’aumento delle temperature, alla perdita di identità del territorio e al peggioramento della qualità della vita. L’utilizzo del linguaggio del marketing: riqualificazione, valorizzazione, rigenerazione urbana vuol dire solo costruire di più senza l’idea di progettare città migliori e più vivibili ma solo edificare illusioni che chiamano “sviluppo sostenibile”.

A Frascati non c’è possibilità di riqualificare anziché costruire da zero? Non ci sono realtà da recuperare invece di consumare nuovo suolo? Densificare e urbanizzare in modo intelligente si potrebbe ma è una strada più complessa e forse meno remunerativa per molti. Quindi, si continua a erodere un progetto “green” alla volta, un pezzo di verde alla volta e a consentire un compromesso alla volta.

Sono profondamente disgustata dalla velocità con cui alcune pratiche e alcuni progetti prendano una corsia preferenziale. La discrezionalità politica, nella selezione dei progetti da favorire, non è nuova ma rimane un discorso cogente. Quando un grande intervento edilizio entra in gioco, il meccanismo è rodato: trasformazioni urbanistiche, nuove costruzioni, oneri e compensazioni. Il Comune incassa direttamente o indirettamente. Quando un piccolo propone progetti di miglioria, di avvio micro-attività, di cambio di destinazione d’uso, riqualificando spazi esistenti, l’entusiasmo si spegne. Troppo poco margine costruendo una complessità burocratica e ristagni in termini di tempo. Creando una distorsione silenziosa ma potente. Vince il progetto più conveniente non quello che genera valore diffuso in termini di bellezza, di occupazione stabile o di servizi utili. Ma quello che produce entrate rapide, visibilità distopica e relazioni “giuste”. Il risultato è Grotte Portella: territori che si espandono senza criterio, senza bellezza, senza rispetto del verde. È una forma di selezione che passa per dinamiche opache, spesso (anzi, sempre) difficili da dimostrare e quindi ancora più difficili da contestare. Nel frattempo, chi si adopera veramente per il territorio si scontra con un muro invisibile. Non fatto di divieti espliciti ma di rinvii, richieste infinite, silenzi amministrativi. Un’amministrazione dovrebbe essere arbitro non giocatore. Dovrebbe creare condizioni eque, non scegliere vincitori e vinti. Dovrebbe tutelare il territorio in favore di uno sviluppo equilibrato, non orientare le trasformazioni in base a ciò che le conviene di più.

Finché questo non accadrà, continueremo ad assistere ad una pessima crescita della città e a opportunità che non nascono mai. Soprattutto continueremo a chiamare sviluppo ciò che è solo una selezione interessata”. lo dichiara Barbara Todini, Pres. Azione Agraria