Antonio Ligabue e Roma, un file rouge “animalier”

Fino all’8 gennaio 2017, al Complesso del Vittoriano, riflettori accesi su Antonio Ligabue

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Se Roma chiama, Ligabue risponde. E viceversa. Non è un caso, infatti, se “al matt” (il matto) si presenti ancora al grande pubblico capitolino con una personale di circa 100 lavori, dopo quella famosa del 1961 alla Galleria La Barcaccia o la retrospettiva, nel ’65, per la IX Quadriennale. Fino all’8 gennaio 2017, al Complesso del Vittoriano, riflettori accesi su “Antonio Ligabue”, genio tormentato che, al momento, pare aver trovato pace sulle pareti dei più importanti musei del mondo e nelle collezioni private degli ammiratori. Assai più di quanti ne ebbe mai in vita, ma ancora meno di quanto meriterebbe. La solita storia, insomma: dopo la Svizzera tedesca da cui fu espulso, anche a Gualtieri, nella bassa reggiana, quel motociclista spericolato (ad un incidente in sella si attribuisce la paresi che lo afflisse fino alla morte), quell’uomo brutto, introverso, spigoloso, restò incompreso, ai margini. Eppure lui, che non era neanche battezzato (chiese di esserlo poco prima di morire), lì, proprio “sulle rive del Po”, del Creato e delle sue creature fu cantore magnifico, autodidatta e visionario. L’evento al Vittoriano è una sintesi ben articolata dell’opera di Ligabue: “Scegliere i lavori più significativi non è stato facile – ha detto Sandro Parmiggiani, uno dei curatori e direttore della Fondazione Museo Antonio Ligabue di Gualtieri -. Ma, crediamo di essere riusciti a realizzare, qui, una sorta di excursus storico sull’attualità dell’artista”. Divisa cronologicamente, la mostra espone i tre periodi-chiave della produzione di Ligabue: tre sezioni che, ove possibile e se fosse necessario, diventano un vademecum anche per chi ancora non lo conosce (?), includendo qualche spiazzante inedito, sculture bronzee, disegni e incisioni.  È Ligabue semplicemente un ? Un ingenuo, un primitivo? La sua opera risente solo di echi personali e della pazzia che lo perseguitò?  Vero, ma c’è di più. Molto di più. C’è la “luccicanza” del suo impasto cromatico; della ricerca tecnica del dettaglio, la forza dell’impatto emotivo. Perfino i soggetti inanimati (il pavimento, le pareti delle stanze, il terreno) sono densi, succosi, trasudano vita, non sono mai elementi di secondo piano: nei quadri di Ligabue, tutto ha dignità da protagonista. Anche se si tratta “solo” di animali (quelli selvaggi e dell’aia), di cani, cavalli, carri, covoni di paglia. Tutto è (in) movimento, colto nello slancio della lotta per la sopravvivenza, fermo nell’istantanea del dipinto, ma vivo, vibranti all’interno della tela. Lo spettatore viaggia in un caleidoscopio di verdi, blu oltremare, gialli, rossi, marroni, mai approssimati. Senza fretta, spingendosi nella giungla e sotto il tendone di un circo. Addentrandosi nei ricami di un parato che fa da sfondo ad un ritratto o sulla porcellana di un vaso. Io sono un artista. E sono una persona”: così, nelle scene bucoliche dall’impianto formale semplice, con pochi elementi e poco colore della prima sezione, come negli impietosi autoritratti (in cui la gamma dei colori si riduce e si avverte una certa discontinuità qualitativa) della terza. E poi il periodo di mezzo, quando le forme si fanno via via più complesse, la connotazione estetica maggiormente qualificante, la capacità creativa più piena, la visione che trasfigura l’idea. La conquista di un’identità d’artista che passa attraverso una dimensione pittorica tragica. L’Espressionismo che sale dalle viscere, puro, emotivo ed emozionante. L’evento al Vittoriano è promosso dalla Fondazione Museo Antonio Ligabue e dal Comune di Gualtieri, ed è a cura di Parmiggiani e Sergio Negri, presidente del comitato scientifico della Fondazione, con l’organizzazione generale di Arthemisia Group.

Info: http://www.ilvittoriano.com/mostra-ligabue-roma.html

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