È stata una delle prime donne italiane a dedicarsi all’astrattismo: un movimento, per lo più, appannaggio di artisti uomini. Ma fu anche conosciuta fuori dal suo Paese; fece parte dei movimenti femministi (dando vita, con Banotti e Lonzi, al gruppo “Rivolta femminile”); entrò all’Accademia di Brera e nella Commissione della Biennale di Venezia.

Una storia di singolarità, dunque, quella di Carla Accardi, siciliana di Trapani, romana d’adozione che, fino al 9 giugno 2024, verrà celebrata al Palazzo delle Esposizioni di Roma, per i 100 anni dalla nascita. Un’antologica, che, per il numero (circa 100) e la rilevanza delle opere esposte (dal 1946 al 2014) è la più esaustiva sino ad ora a lei dedicata: una mostra importante, per mole e per significati, che si addentra nei suoi tanti – e diversi – linguaggi espressivi.

In ogni sala, i lavori (dalle prime apparizioni a quelli più radicali) sono articolati in un percorso cronologico che include anche porzioni di allestimenti concepiti dalla stessa (dedotti dalla documentazione fotografica che ha consentito di ricostruire anche la sala personale alla Biennale di Venezia del 1988).
Tutto, per approfondire una ricerca artistica effettuata da sola; nel collettivo Forma 1 (con Ugo Attardi, Piero Dorazio, Achille Perilli, Giulio Turcato e Antonio Sanfilippo, che diventerà suo marito) e per il gruppo MAC (Movimento Arte Concreta); attraverso tecniche più disparate (la classica tela sì, ma dipinta con materiali inusuali e fino alle installazioni espanse nello spazio) e muovendosi sempre lungo due direzioni ben definite: l’astrattismo della composizione (ridurre all’essenziale segno e forma, eliminando significati simbolici) e l’impegno nel rimandare a messaggi forti.

Cresciuta in una famiglia ricca, piena di illustri esempi di donne forti, nel 1947, la Accardi si trasferì a Roma, dove prese a frequentare l’Osteria Fratelli Menghi, abituale ritrovo di artisti, scrittori, poeti e registi. Il gruppo Forma 1 (che si sciolse definitivamente nel 1951) era un collettivo di artisti convinti che l’arte non dovesse avere significati allegorici o psicologici. Un movimento a metà tra l’astrattismo puro (né figurativo, né astrazione di oggetti) e il realismo (le forme erano utilizzate nella loro reale natura): nelle loro opere, il soggetto era principalmente geometrico.

Dopo la prima personale a Roma, nel 1950, la Accardi, già nel 1951, si spostò a Milano, iniziando a frequentare la libreria Salto, dove incontrò Bruno Munari. Qui, avvicinandosi molto al concretismo, portò sulla tela linee e colori volutamente ridotti all’essenziale e disposti secondo uno schema geometrico senza secondi fini. Gli elementi utilizzati non erano un’“astrazione” della realtà, ma soltanto segni.

In estrema sintesi, nella sua produzione pittorica, pur esprimendo sempiterne note di impatto, se, all’inizio, sono presenti echi di concretismo, più tardi, i dipinti virano verso un esaltante bianco/nero (introducendo l’uso della caseina), così come il colore trionfa nella produzione degli anni ‘60, probabilmente perché influenzata dalla coeva Pop Art. Di questo periodo, poi, sono anche le “Lettere”: un suo “alfabeto immaginario”, utile a esprimere un linguaggio volutamente incomprensibile. Negli anni Settanta, convoglia le ricerche verso le installazioni, utilizzando materiali plastici trasparenti, dipinti con vernici e smalti. Sperimentazioni che culminano nella “Triplice tenda” del ’69: una struttura decorata con segni grafici dipinti, interamente percorribile. Successivamente, tocca ai “Lenzuoli”: enormi tele grezze su cui i segni tornano a farla da padrone, declinati in numerose varianti e con diversi abbinamenti di colore. Continuerà a ricercare su questo versante anche negli anni Novanta, tornando però alla tela “classica” e fino ai grandi dittici e trittici degli anni Novanta e Duemila.
Mantenendo una singolare coerenza espressiva, estrema libertà nel concepire il rapporto tra spazio e artificio umano, in dialogo costante con intellettuali più giovani, Carla Accardi ha contribuito alla nascita e allo sviluppo di nuovi modi di intendere un’opera. Le sue sono presenti in diversi musei d’arte contemporanea, in Italia e all’estero: al Palaexpo di Roma, per l’occasione, ve ne sono alcune da importanti collezioni pubbliche e private, oltre a un nucleo di lavori storici rimasti proprietà dell’artista, oggi nella collezione dell’Archivio Accardi Sanfilippo.

Info: www.palazzoesposizioni.it




















