Chi è Paolo Proietti Mancini: ritratto di uno scrittore innamorato di Roma

0
387

A cura di Ilaria Solazzo

Paolo Proietti Mancini è uno di quegli autori che scrivono non solo con la penna, ma con il cuore. Nato e cresciuto a Roma, vive la sua città come un respiro continuo, come un’ispirazione che non conosce pausa. Scrittore raffinato ma profondamente accessibile, la sua voce letteraria unisce l’eleganza del racconto alla concretezza del quotidiano, parlando al lettore come a un vecchio amico.

“Roma è mamma, accogliente e burbera, come sanno esserlo solo le madri vere. Ha allattato Romolo e Remo e non ha mai smesso: oggi allatta storie, accenti, volti da ogni parte del mondo. A tutti dà un angolo di sé, anche solo un sampietrino da cui ripartire”.

L’amore di Proietti Mancini per Roma è totale, a 360 gradi. Roma non è solo lo sfondo delle sue storie, ma la protagonista silenziosa, viva, presente in ogni parola. È la Roma della cucina verace e delle trattorie di una volta, la Roma elegante dei salotti e quella popolare dei mercati, la città dei papi e delle nuove etnie, dove tradizione e modernità si stringono la mano tra mille contraddizioni. È la Roma del cinema, che ha visto nascere giganti come Sordi e che oggi ritrova in Carlo Verdone un testimone sincero e divertente dello spirito romano.

In questa intervista, Paolo Proietti Mancini ci accompagna tra le sue pagine, nei luoghi del cuore e della penna, in una dichiarazione d’amore autentica per una città che continua, giorno dopo giorno, a essere fonte inesauribile di ispirazione.

Intervista a Paolo Proietti Mancini: Roma tra le righe, i sapori e l’anima.

Buongiorno Paolo, grazie per essere con noi. Le va di far partire la nostra chiacchierata odierna con una canzone nota di un cantante romano che lei ritiene la rappresenti al meglio?
Buongiorno a te, a voi, è un piacere. Ce ne sono tanti in verità, ma scelgo “Lampada Osram” di Baglioni che ha un richiamo fortissimo con tutti i miei scritti e i miei tre libri.

“Lampada Osram” (spesso storpiata in ‘osbran’ nel parlato) è il titolo di una canzone di Claudio Baglioni e, oltre a riferirsi ad un particolare punto di Roma, ha un significato preciso, che però va ben oltre l’oggetto, giusto?
Esattamente. La lampada Osram di Baglioni era un punto specifico a piazza dei 500 davanti alla stazione Termini dove, ogni giorno, centinaia di persone, romane e no, di tutte le età e per i più svariati motivi si davano un appuntamento. Un enorme cartellone pubblicitario sopra un lampione altissimo. E li c’era il militare in libera uscita che aspettava la ragazza che lavorava come domestica a casa di un avvocato famoso. C’era la signora anziana che doveva incontrare la sua amica di infanzia per rivederla dopo anni. C’erano decine di adolescenti al loro primo appuntamento amoroso. Quindi si poteva assistere alla gioia espressa da un piccolo bacio sulle labbra o dalle lacrime versate per qualcuno che non era arrivato. In questa canzone si rivive una Roma che oggi non c’è più.

Che cos’era la Lampada Osram per i romani grandi e piccini?
Ad un certo punto Roma si è riempita di “lampade Osram”. Nei quartieri romani, dire “lampada Osram” significava qualcosa di concreto, popolare e visivo: era la luce gialla o arancione che scendeva dai lampioni dei viali cittadini, quella che illuminava i marciapiedi nei pomeriggi invernali, era un negozio di macchine da cucire all’angolo tra due vie, i muretti dove ci si sedeva a chiacchierare, le panchine dei primi baci, le fermate degli autobus a fine serata. Era la luce di Roma, una Roma più lenta, più fisica, meno virtuale.

E per un adolescente romano come te in quegli anni?
Per un ragazzo romano degli anni ’70-’80, dire “lampada Osram” significava evocare: l’attesa di un incontro con la ragazza che abitava dall’altra parte della città;
i pomeriggi passati fuori casa a parlare con gli amici; i motorini truccati sotto la luce gialla dei lampioni; le serate d’inverno passate in gruppo, a ridere o a litigare; le prime cotte, le ragazze che si aspettavano all’uscita di scuola; le canne fumate al parco sotto il fascio di luce gialla intermittente; il colore della città di sera, con quel tono caldo che copriva crepe, sogni, silenzi.

Non era solo una luce. Era un’atmosfera. Un filtro emotivo?
Sì. Baglioni è maestro nel fotografare i dettagli della quotidianità e trasformarli in poesia. Lui non ti dice ‘mi manca la mia giovinezza’, ti dice:
“Sotto quella lampada Osram arancione / ci davamo appuntamento…”. E tu, che eri adolescente a Roma, sai esattamente dove stava quella lampada. Magari in Piazza Verbano. Magari al Tufello. Magari a Centocelle. Non importa dove: il ricordo è autentico e condiviso.
Per un romano adolescente in quegli anni, la “lampada Osram” non è solo un oggetto: è una macchina del tempo, una capsula emotiva che riporta a un’epoca in cui i sentimenti erano vissuti per strada, sotto una luce calda, imperfetta, ma vera. È Roma prima dei cellulari, prima dei selfie. È una città vissuta a piedi, con gli occhi, con la pelle. Baglioni, con quella sola immagine, ha saputo toccare un nervo scoperto di tutta una generazione. E se quella luce oggi sembra più fioca, la memoria che illumina… resta accesa.

E a proposito di cuore… il suo amore per Roma è palpabile in ogni pagina. Cos’è Roma per un romano doc come lei?
Roma è la madre che ti accoglie e ti sgrida, che ti commuove e ti esaspera, ma non la cambieresti mai con nessun’altra. È una città che ha la grazia di convivere con secoli di storia e la follia del presente. Cammini per una strada dove Giulio Cesare potrebbe aver posato i piedi, e poi ti fermi a prendere un caffè in un bar gestito da una famiglia bengalese. Questo è il bello: una stratificazione di vite, storie, culture.

Nella sua scrittura si respira anche il profumo della cucina romana. Una scelta consapevole?
Assolutamente sì! La cucina romana è narrazione pura. Un piatto di carbonara racconta tanto quanto un verso poetico. Il cibo qui è identità, memoria. Ogni quartiere ha la sua trattoria, ogni famiglia la sua ricetta. E poi la cucina è condivisione, come la letteratura. In futuro ho ipotizzato di estendere un’opera che contenga capitoli che parlino di osterie e i personaggi che si svelano tra una forchettata e l’altra.

C’è una Roma elegante, sportiva, cinematografica, religiosa… Come si convivono tutte queste anime nella sua visione di città?
Roma è un mosaico. Ha la signorilità discreta dei Parioli e il caos creativo di San Lorenzo. È elegante, sì, ma anche sportiva: penso ai pomeriggi all’Olimpico, dove lo spirito di squadra supera le divisioni. È profondamente cattolica, ma anche accogliente verso il nuovo, verso le culture che sono arrivate con la globalizzazione. È una città che sa includere. Magari con fatica, ma lo fa.

Quali luoghi di Roma hanno ispirato maggiormente i suoi scritti?
Tantissimi. San Paolo, ovviamente, è il mio rifugio letterario. Ma anche La Garbatella, con il suo spirito popolare autentico. Il mercato di Testaccio, dove ho ambientato alcune delle poesie più intime. E poi i vicoli intorno a Campo dei Fiori, un luogo che per me è come un romanzo aperto: ogni pietra una storia…che profuma di Roma antica. E per finire i boccoli dorati del quartiere Coppedè.


Roma ha dato i natali a tanti scrittori e artisti. Lei si sente parte di questa tradizione?
Mi piacerebbe. Roma ha cresciuto penne come Pasolini, Moravia, Elsa Morante. Sentirsi erede è troppo, ma sicuramente sono grato di poterne assaporare l’eco. E poi, ci sono gli interpreti moderni dell’anima romana…

Tipo Carlo Verdone?
Esatto! Verdone è un vero erede di Alberto Sordi. Ha saputo raccontare Roma e i romani con una tenerezza intelligente e ironica. La sua ultima serie è uno specchio della città di oggi: malinconica, ironica, contraddittoria. Lo ammiro molto, perché riesce a farci ridere senza mai dimenticare la complessità del cuore romano.

Se dovesse racchiudere Roma in una sola frase?
Roma è la bellezza che resiste, anche quando tutto sembra andare in rovina.

Se le dico Porta Portese cosa può raccontarci?
Lì si poteva trovare il candelabro d’argento della Duchessa caduta in disgrazia così come il sellino della moto d’epoca appartenuta ad un grande sportivo. C’era il signore che tentava di spillare i soldi con il gioco delle tre carte e c’erano le bancarelle con i veri ‘finti’ Levi’s. In una parola era un formicaio attivo e operoso che accontentava chiunque.

Grazie Paolo. E grazie a Roma, per continuare a ispirarci.
Grazie a voi. E ricordate: a Roma, anche un muro scrostato può essere poesia.

In un tempo in cui molte città perdono identità rincorrendo la modernità a tutti i costi, Paolo Proietti Mancini fa un gesto controcorrente: si ferma, osserva, ascolta Roma. E poi la racconta, con quella voce piena di rispetto e meraviglia che solo chi è nato in una città e l’ha amata davvero può avere. Romano autentico, ma mai stereotipato, Proietti Mancini non scrive per celebrare una cartolina: scrive per custodire l’anima profonda della sua città, fatta di bellezza e contraddizioni, di memoria e trasformazione.

I tre libri pubblicati tra il 2024 e il 2025…. “L’estate della farfalla”,
“Kintsugi – Donne Riparate”, “AMANTICIZIA”, sono tasselli di un mosaico più grande. Ogni pagina è un atto d’amore verso una Roma viva, che si muove tra il sacro e il profano, tra i marmi antichi e i muri scritti a spray. I suoi personaggi parlano con la voce della città: sono padri nostalgici, giovani in cerca di radici, stranieri che diventano romani nell’anima. E sullo sfondo, sempre, Roma: non come semplice scenario, ma come presenza materna, forte, a volte severa, sempre accogliente.

Paolo Proietti Mancini ci restituisce la Roma che molti dimenticano di guardare, quella fatta di angoli nascosti, gesti quotidiani, umanità autentica. E ci ricorda che Roma non è solo storia da studiare o bellezza da fotografare: è una casa. E come ogni casa, va raccontata con gratitudine, cura e poesia.