Dalla Albano migliore alla giunta selfie

Una legislatura già finita ha decretato la delusione amministrativa ed il fallimento politico della giunta Borelli

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Sala Nobile Palazzo Savelli

Albano si appresta a vivere la parte finale della legislatura iniziata il 20 Settembre 2020, data che ha visto affermarsi il centrosinistra guidato dal prima candidato e poi Sindaco Massimiliano Borelli. Crediamo sia giunto il momento di tracciare un primo bilancio politico di questa esperienza che molte attese e consensi ha suscitato in città.

IL CONTESTO:

Dopo un decennio segnato dalla leadership di Nicola Marini, mai amato da certa sinistra, il Partito Democratico si trovava nelle condizioni di dover dare continuità amministrativa, rinnovando contemporaneamente il progetto, cambiandone obbligatoriamente la guida. Una cosa nientaffato facile e tutt’altro che scontata, anche se si guardano le statistiche elettorali comunali, in cui sono rare le coalizioni che riescono ad imporsi per tre legislature di fila. Ad intorbidire l’orizzonte dei dem si aggiungeva il livello nazionale del partito, reduce da una stagione fatta di sconfitte e scissioni, nonostante le quali si ritrovava inopinatamente al governo in scomodissima compagnia del Movimento Cinque Stelle, suo ultimo carnefice.

LA CANDIDATURA BORELLI:

La successione a Nicola Marini nelle mani di Massimiliano Borelli era scontata, se non altro per storia e militanza. Dopo un Sindaco di Cecchina era la volta di Albano centro, dopo una personalità centrista e cattolica la sinistra rivendicava a buon diritto di esprimere quello che per consensi era il suo figlio migliore. Una cosa era certa: il Pd non avrebbe mai ceduto a nessuno la guida della coalizione, e non si capisce perché avrebbe dovuto farlo. Un concetto chiaro a qualsiasi osservatore dotato di un tasso minimo di lucidità, ma si sa che la politica è un virus capace di annebbiare la mente. Ecco quindi che prima di ottenere l’ufficialità sul nome e sull’assetto, il centrosinistra dovette sudare le proverbiali sette camicie, avvitandosi in una specie di “ammuina”, il cui finale era noto a tutti ancor prima di cominciare, che però ha iniziato a creare i presupposti di crepe e fratture, che non avrebbero tardato ad emergere.

L’UNITA’ GENERAZIONALE:

Dopo la frattura del 2015 che aveva visto sorgere una candidatura alternativa a sinistra, ritrovare l’unità attorno a Borelli era l’imperativo su cui si è esercitata la classe dirigente democratica cittadina, sotto la regia del compianto Bruno Astorre, da qualche tempo Segretario Regionale dem, che con la consueta abilità politica aveva da almeno un anno già in testa tutto il quadro. In questo panorama Massimiliano Borelli ha avuto l’intelligenza politica di interpretare il suo ruolo con discrezione, senza arroganza, con la postura di chi è chiamato a federare anime diverse, prima ancora che affermare se stesso. Ecco allora che accanto alla volontà di comporre sensibilità diverse attorno ad un progetto di città, si è aggiunto un fattore generazionale, ossia l’esigenza di rinnovare anche nomi e volti, dopo 10 anni. Un processo assai delicato da mettere in pratica, di cui però va dato atto di aver saputo dare corpo, anche attraverso il coinvolgimento di persone fino a quel momento estranee alla politica, forze fresche, attratte da quello che era nei fatti un modo vero di aprirsi al dialogo con i cittadini. Talmente vero che alcuni di quei cittadini e di quelle cittadine siedono oggi a Palazzo Savelli.

Fu così che, stante un centrodestra ancora prigioniero del suo passato, con un Movimento Cinque Stelle da sempre evanescente ad Albano, il progetto ha mobilitato soggetti culturalmente non ascrivibili alla storia della sinistra, idee innovative di civismo. Pezzi di società risultati decisivi per la vittoria al primo turno.

LA DELUSIONE AMMINISTRATIVA

Tutto ciò ha visto una cesura al termine della campagna elettorale, perché sin dalla formazione della giunta il giocattolo si è rotto. Bastava guardare la suddivisione delle deleghe assessorili, non tanto nelle componenti politiche, ma nello spacchettamento delle competenze tra gli assessorati e gli uffici, per cui un assessore si occupa di manutenzioni ordinarie e un altro delle straordinarie, uno gestisce la piantumazione degli alberi, un altro è deputato alla loro potatura, tutti rigorosamente in conflitto. Un puzzle talmente cervellotico da fare impallidire Cencelli, buono solo a paralizzare l’azione amministrativa, che non a caso ha mostrato una totale incapacità di programmazione in ogni ambito.

E’ emersa subito quindi la debolezza della leadership di Massimiliano Borelli, di fatto ostaggio di un equilibrio tra le componenti politiche che, se da un lato gli ha permesso di vincere, dall’altro per funzionare richiedeva doti decisionali e carattere ad oggi ignote al Primo Cittadino.

Nel breve volgere di qualche mese si è passati dal progetto di una “Albano Migliore” ad una “giunta selfie”, capace di alimentare l’ansia di visibilità dei singoli, senza mai avere neppure l’ambizione di pensarsi come squadra.

Un centrosinistra che non è stato mai capace di fare spogliatoio, dove ciascuno pensa e lavora per se, per il suo personale destino politico.

IL FALLIMENTO POLITICO:

Sta qui il più grande fallimento, non di un Sindaco, ma di una intera classe dirigente. Dietro le quinte di parti significative del Pd e di alcuni importanti suoi alleati infatti, il dopo Marini si intendeva come una specie di liberazione dal tiranno che impediva ai giovani leoni di esprimere tutte le loro magnifiche e progressive potenzialità. Ecco allora che, manifestando doti di notevole miopia, politica e umana, alcuni hanno impostato la campagna elettorale come un derby interno tra la nouvelle vague e l’ancien regime. Da qui la frattura politica che ha paralizzato e sta paralizzando, non un partito o una coalizione, ma una città.

Dovevano traghettare Albano dalla “monarchia”, delle cui agiatezze avevano pure molto goduto, alla repubblica, ma la realtà racconta di un triste “Termidoro” in cui vige il “si salvi chi può. Non solo non sono stati capaci di sterilizzare la supposta monarchia, ma hanno dimostrato di non avere le qualità per costruire e rappresentare un modello innovativo, regalando ai cittadini una giunta senza guida ed una maggioranza senza regia.

Per questo la legislatura è già finita e l’amministrazione di questo centrosinistra ha esaurito ogni sua funzione. Il fatto che si arrivi o meno alla scadenza naturale risulta del tutto irrilevante ai fini del giudizio politico, restando questione legata ai calcoli dei singoli sulle personali convenienze del momento.

Calcoli che potrebbero saltare se i cittadini dovessero percepire di essere spettatori di un risico fatto di riposizionamenti da qui al 2025. Perché a quel punto potrebbero loro utilizzare le urne come ghihliottine, e con quelle non si può mai sapere quali saranno le teste a ruzzolare.