Foibe, “A scuola non me ne avevano mai parlato”

0
2161
ricordo
Nicola Marini Marino Micich e Roberto Menia al convegno di Meta sul FGiorno del Ricordo
ricordo
Nicola Marini Marino Micich e Roberto Menia al convegno di Meta sul FGiorno del Ricordo

Non è stata certo la pioggia che scendeva copiosa ad impedire che si celebrasse Il Giorno del Ricordo, importante convegno storico-culturale per non dimenticare, a distanza di 100 anni dall’entrata dell’Italia nella Grande Guerra, il fenomeno dell’irredentismo, del massacro delle foibe e il grande esodo degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia.

Nell’elegante e solenne sfondo del Museo Diocesano di Albano, il 3 Febbraio 2015, Andrea Titti e Morena Mancinelli, rispettivamente direttore editoriale e direttore responsabile di Meta Magazine in collaborazione con l’Associazione Per la Cultura Istriana, Fiumana e Dalmata nel Lazio, con il patrocinio della Società di Studi Fiumani, hanno presentato questo importante evento con un documentario L.U.C.E. sull’esodo degli italiani dalla città di Pola.

Quelle immagini che scorrevano sullo schermo in bianco e nero ad indicare un tempo lontano, erano in contrasto con le emozioni vivide e quasi tangibili sui volti di quelle persone disperate che dopo aver perso tutto si trovavano costrette a salire su di una nave in direzione dell’ignoto e che li strappava dalla loro patria e dai loro affetti. Volti segnati dalla sofferenza, non un sorriso, non un’espressione di speranza, ma solo di disperazione talora fredda e talora accorata di chi non è più un uomo libero ma solo una pedina manovrata dalla violenza.

Uomini, donne, bambini, anziani ed un tenero cagnolino comparso nel filmato, radunavano più cose possibili quasi a voler portare con loro un pezzo di casa, trattati come greggi senza anima, senza la possibilità di ribellarsi se avevano a cuore la loro vita, così andavano incontro all’esodo della crudeltà tra saluti e abbracci strazianti rivolti ai loro cari che solo Dio sapeva se avrebbero mai rivisto.

Dopo questo filmato che ha davvero riattivato la nostra memoria passando per il cuore, Andrea Titti, fa una piccola premessa affermando di voler con questa iniziativa, riallacciare il filo della memoria nel territorio dei Castelli Romani, vorrebbe inoltre che questo appuntamento diventasse dal 2016 una ricorrenza fissa nelle scuole affinche le nuove generazioni possano conoscere la storia che ha coinvolto territori parziali della loro patria, ma non per questo meno importante, al contrario secondo Titti, le vicende dell’irredentismo e dei massacri delle foibe costituirebbero un problema molto più attuale di quanto si pensi, ossia il problema dell’unità nazionale, un’unità che dovremmo ritrovare per riaffermare la nostra identità italiana onde evitare di rievocare passivamente.

Viene poi introdotto da Morena Mancinelli il saluto del sindaco di Albano Laziale, il Dott. Nicola Marini particolarmente impegnato nel promuovere Il Giorno del Ricordo nelle scuole: «Insieme alla memoria dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni un senso di sensibilità, i giovani dovranno avere dei valori che non giustificano nessuna ideologia che porta agli eccidi. Dobbiamo essere uniti nel trasmettere questi valori democratici e di libertà».

Successivamente interviene il Dott. Roberto Libera, direttore del Museo Diocesano di Albano che tiene ad immedesimarsi nella parte di chi ha vissuto nel quotidiano simili esperienze e di chi ha subito dei gravi torti, in questo caso decide di farlo in relazione alla Prima Guerra Mondiale attraverso l’interessante personalità del giovane scrittore Josuè Borsi che, partito per la guerra, scrisse una serie di lettere alla madre, di cui l’ultima prima di morire in battaglia all’età di 27 anni. Di questa ultima lettera ce ne ha letta una parte che ci fa notare un sentimento di consapevolezza della morte prossima e quello di amarezza nel lasciare un mondo che non merita, ma di farlo con l’eroismo e la convinzione che il sacrificio della vita valga «Amore e libertà per tutti». Una lezione con un peso profondo, macchiata del sangue di tante persone ma che, secondo Libera, affacciandosi ai tempi attuali, non ha portato il risultato sperato dopo tanto sacrificio.

Segue un importante approfondimento storico e politico grazie al Dott. Marino Micich, figlio di esuli e presidente dell’Associazione per la cultura fiumana, istriana e dalmata nel Lazio.

Spiega Micich: «Le terre conquistate dall’Italia durante la Prima Guerra Mondiale vengono successivamente perse dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, andarono sotto il dominio della Jugoslavia ma soprattutto sotto la dittatura del Partito Comunista di Tito che voleva punire gli italiani, ritenuti sic et simpliciter fascisti. Inoltre gli esuli italiani si ritrovarono a pagare il 70% del debito di guerra contratto dall’intera Italia, cedendo tutte le loro proprietà e i massacri delle foibe si ascrivono perfettamente a questo periodo storico. Non volendo andare contro una personalità così forte ed influente come quella di Tito, anche il Partito Comunista Italiano appoggiò la dittatura jugoslava facendosi complice dei numerosi e violenti crimini commessi, proprio per questo una volta caduta la dittatura, le vicende delle terre giuliane finirono nell’oblio, perché considerate un argomento politicamente scomodo. Solo nel 2004 grazie alla legge Menia – ha ricordato Micich – sono stati riconosciuti i morti per le foibe, è importante ricordare per evitare che queste ingiustizie si ripetano e per esprimere i valori dell’italianità e dell’appartenenza».

Subito dopo è stata la volta dell’empatica testimonianza del Sig. Claudio Smareglia, esule istriano che racconta con orgoglio della sua famiglia che ha origini istriane fin dal 1603, in particolare ci descrive le dure vicende trascorse e subite dal padre: «Papà era un insegnante di lettere e filosofia ma soprattutto era un anti-nazista e spesso teneva degli incontri segreti nella sua libreria, a causa di questo suo pensiero in conflitto con la dittatura nazista venne deportato nel campo di concentramento di Buchenwald dove resistette fino al 1945. Una volta rientrato in patria, credette che le sofferenze fossero finite ed invece ritornato a Pola trovò tutto cambiato e sconvolto. Papà che ormai aveva visto e sapeva troppe cose era ricercato e volevano farlo fuori». Nonostante tutto il padre del Sig. Smareglia decise di rimanere a Pola perché troppo stanco per tutto quello che aveva passato e per la gravidanza della moglie che aspettava suo figlio Claudio che racconta di un aneddoto che gli riferì il padre stesso. Quest’ultimo, trovandosi a scuola ad insegnare Dante, venne interrotto da un commissario politico slavo che con un gesto mandò all’aria tutti i libri che si trovavano sulla cattedra ordinandogli che lì si parlava solo del maresciallo Tito e Smareglia rispose ingenuamente che lui non lo conosceva.

Il giorno dopo venne accusato di essere nemico del popolo e fu internato nel carcere di Pola per un anno e mezzo. La madre del Sig. Smareglia dopo una vita all’insegna della paura e dell’incertezza ha oggi 95 anni e vive nella sua abitazione di Ostia con suo figlio.

«Ricordare è ridonare un italianità.» Termina Smareglia.

A concludere il convegno è l’On. Roberto Menia, Primo firmatario e promotore in Parlamento della legge sul Giorno del Ricordo. Egli afferma con caloroso affetto che ottenere la legge di cui è promotore sia stata una delle conquiste più belle della sua vita e che attraverso le testimonianze umane come quella del Sig. Smareglia ha voluto ridare dignità e onore agli esuli e alle vittime del periodo storico delle Foibe con un senso di rivalsa nei confronti delle ingiustizie negazioniste. Menia continua: «Gli italiani devono acquisire questa conoscenza e ricordare significa rifiorire, riseminare l’italianità che non è data da un cognome ma da un sentimento nel cuore, il ricordo è come le radici di un albero, vanno annaffiate per mantenere viva l’italianità».

Ammetto che prima di questo convegno, non avevo una conoscenza così approfondita riguardo questa parte di storia italiana, al contrario sapevo ben poco e nella mia carriera scolastica non ricordo mai che qualche insegnante gli abbia dedicato l’attenzione che merita.

Entrare a contatto con questa realtà mi ha fatto riflettere molto su quanto l’uomo sia in grado di sopportare, soprattutto a dispetto delle difficoltà quotidiane in cui ci imbattiamo, spesso ci appaiono insormontabili e se messe a confronto con tali sofferenze ci fanno sentire tanto piccoli, ci fanno venire voglia di inchinarci di fronte a quelle persone che hanno affrontato tali atrocità e che oltre tutto sono state doppiamente vittime a causa dell’indifferenza in cui parte dell’umanità le ha confinate.

La tristezza in cui veniamo catapultati nel Giorno del Ricordo, non deve rimanere passiva ma deve essere un’occasione per ricordarci della nostra forza e di quanti sacrifici siano stati fatti per renderci orgogliosi della nostra Italia ed io di fronte a quelle immagini ed a quei racconti mi sono sentita davvero fiera della mia italianità, una boccata d’aria fresca in questi tempi in cui abbiamo bisogno di una sferzata di grinta.

Print Friendly, PDF & Email