La storia inedita di un esule in Patria il Giorno del Ricordo

Una storia inedita di una esule di Pola sopravvissuta alle persecuzioni jugoslave ma per troppi anni non riconosciuta dall'Italia

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La storia di una donna “per metà” Italiana nata a Pola.

Nel Giorno del Ricordo, in cui l’Italia onora le vittime delle Foibe e gli esuli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia, riceviamo e pubblichiamo la storia di una esule, inviataci da un suo parente, che vuole restare anonimo:

“Quando ero un ragazzino, conobbi una donna anziana che si  chiamava Marina Sansoini, e come tutte le persone anziane raccontava ai piu giovani la sua storia, decise quindi di raccontarla pure a me.

Innanzitutto mi raccontò che il suo vero cognome era “Sanseovich” e che dovette cambiarlo perché veniva sempre derisa e osteggiata, in quanto istriana di Pola. Era figlia di uno sloveno e un’italiana, nel ’45 aveva due sorelle di 12 e 16 anni e lei ne aveva 18, faceva la pastorella nelle campagne a est di Pola, così come suo padre.

Un giorno tornando dal pascolo si trovó davanti ad una scena orribile:

il padre denudato e impiccato all’albero di quercia di fronte a casa, la madre anch’ella denudata e impiccata più avanti allo stipite della porta d’ingresso.

In casa poi trovó sul letto nella camera dei suoi genitori, le sorelline, stuprate e uccise dalle percosse.

Si fece forza e seppellì da sola i suoi cari nel giardino. Dopo due giorni  scappó via. Riuscì a sapere solo che tutto l’orrore che aveva visto e vissuto era accaduto perché il

padre era colpevole di aver sposato un’italiana e non aveva voluto accettare il consiglio del suo vicino di casa di scappare e di cedergli i suoi terreni. Davanti al diniego, il vicino si rivolse ai partigiani di Tito che provvedettero a risolvere la questione con i loro barbari modi.

Lei fuggì via, non aveva altri parenti,  la madre era figlia unica, mentre i parenti del padre avevano ripudiato lui e la sua famiglia perché colpevole di amare un’ italiana. Arrivata in Italia, ad Ancona, salì insieme a centinaia di esuli sul famoso “Treno della Vergogna”, un semplice treno bestiame. Giunti a Bologna, nessuno dei passeggeri poté  scendere, a stenti gli fu data dell’acqua,  mentre alcuni  sindacalisti CGIL e iscritti al PCI minacciavano con dei megafoni lo sciopero generale se solo i profughi fossero scesi dal treno. Alcuni ferrovieri addirittura chiusero i vagoni con dei lucchetti, mentre altri compagni manifestanti impedirono alla CRI di fornire cibo e acqua agli esuli tra cui molti erano bambini, visibilmente disidratati.

Il treno ripartì, Marina dopo lungo tempo arrivò a La Spezia in un campo d’accoglienza da dove poi partì prima verso Roma, poi verso il Salento dove aveva sentito che molte donne venivano impiegate per la raccolta del tabacco. Una volta arrivata lì, si ristabilì e con fatica e sudore costruì il suo nuovo futuro, senza mai dimenticare la sua storia, che solo in vecchiaia raccontò a chi gli stava vicino.

Ciao Marina io non dimenticherò mai la tua storia e la tramanderò il più possibile.