Earl Manigault, Legends are forever

Da Giornalista non per caso Federico Caretta, studente del Liceo Murialdo di Albano, ci racconta la storia di Earl Manigault

0
3650
manigault
Earl Manigault

LEGENDS ARE FOREVER

In una qualunque conversazione, che sia tra amici ad un bar, o tra sportivi in un programma televisivo, alla domanda:” Chi è stato il giocatore di pallacanestro più dominante di sempre?, probabilmente si citerà il nome di qualcuno dei seguenti atleti: Jordan, James, Bird, Johnson, Russell, Abdul-Jabbar e pochi altri.

Per conoscere una risposta esatta quasi al 100%, dobbiamo rivolgere la nostra attenzione a quei luoghi degli States dove il basket, e lo sport in generale, è un mezzo di evasione per i ragazzi dai problemi della vita, e rappresenta una grande occasione di riscatto per farsi notare: i quartieri poveri. Come ogni storia americana che si rispetti, è proprio in questi ultimi che prenderà vita la leggenda del G.O.A.T  (greatest of all time): ci troviamo nei bassifondi di New York, dunque dimenticatevi immediatamente della NBA, dove  i giocatori vengono pagati milioni di dollari l’anno e gli arbitri chiamano le infrazioni di gioco.

La storia che andrò a raccontare prende posto in una realtà completamente diversa, quella dei playground di New York: in primis tratta della scoperta di un talento enorme, poi di smarrimento e infine di redenzione. Questa è la Leggenda di Earl Manigault, il più grande di tutti i tempi, e probabilmente di lui non avete mai sentito parlare.

Earl nasce nel lontano 1944, a Charleston nel South-Carolina: è ultimo di nove fratelli, e la famiglia versa in condizioni poverissime. Viene abbandonato e preso sotto la tutela della signora Mary Manigault, la quale si trasferirà con il piccolo in un quartiere molto particolare di New York: Harlem. Il luogo, oltre ad essere noto per essere violento e povero (soprattutto negli anni ’40), e ad aver dato vita al Harlem Reinassance (movimento di emancipazione dei neri), si distingue fra tutti gli altri “neighborough” della Grande Mela per essere un vero e proprio “tempio greco” del basket di strada: il “naos” di Harlem è il Rucker Park, il campetto attorno alla quale ruoterà tutta l’esistenza di Earl Manigault, sarà uno dei pochi punti fissi della sua vita a cui farà sempre ritorno. A 12 anni Earl si costruisce nel playground una vera “reputazione da quartiere”, e nel decennio successivo sarà noto a tutti come “Re di Harlem”, mettendo la propria firma su giocate celebri al giorno d’oggi: la stoppata inchiodando la palla sul tabellone; la schiacciata mettendo il pallone nel canestro con la mano destra, riprendendolo con la sinistra e schiacciando nuovamente, tutto nello stesso salto.  A queste prodezze è da aggiungere il fatto che per guadagnare qualche spicciolo in più a settimana, fosse capace di schiacciare un’ infinità di volte consecutive (per 60 dollari ha schiacciato 36 volte di fila), e per essere in grado con il solo slancio da terra, di prendere i quarti di dollaro che si trovavano in cima al tabellone; tutto ciò omettendo il fatto che il Re Buono era alto appena 1,83 m e raggiungeva un’elevazione di 1,30 cm ( per incrementarla usava camminare tutto il giorno con le cavigliere), e che già dagli anni della high school aveva sviluppato una certa “simpatia” per il vino e per gli spinelli.

Come un supereroe Earl ha una “doppia vita”: oltre ad essere l’incredibile giocatore dei campetti in cui vigila la regola “niente sangue, niente fallo”, è anche il condottiero della Benjamin Franklin high school, dove realizza una media di 24 punti e 11 rimbalzi per partita. Proprio  uno dei tanti spinelli gli vale l’espulsione da scuola, ma la conoscenza di Holcombe Rucker, scopritore di talenti e guardiano del playground in cui gioca “the goat”, gli fornisce una seconda opportunità: Rucker riesce a iscriverlo al Laurinburg istitute, una scuola privata del North Carolina, dove il ragazzo impara a leggere bene, si diploma e mantiene 31 punti per 13 rimbalzi a partita; qui fa anche la conoscenza di Yvonne, che di li a qualche mese darà alla luce Darrin Manigault. Dopo l’esperienza al Laurinburg istitute, per Earl si apre un mondo nuovo: riceve offerte da diverse università con buoni programmi cestistici, finalmente le cose sembrano andare per il verso giusto. Sceglie la Johnson C.Smith University di Charlotte, scelta che si rivelerà la peggiore della sua vita: viene preso subito di mira dal nuovo allenatore, il quale  predilige un metodo che tende a “soffocare” lo stile individualista di Manigault; frequentando a fatica le lezioni, se ne torna appena dopo un semestre ad Harlem sfiduciato e depresso, il declino di the goat è iniziato.

Al rientro scopre che Holcombe Rucker, la sua unica ancora di salvezza, se ne è andato per un tumore; tra il 1969 e il 1970 passa 16 mesi in prigione per possesso di stupefacenti. Gli viene offerto un provino per gli Utah Stars, squadra della ABA( la lega professionistica prima della NBA), ma viene scartato poco dopo: a soli 25 anni Earl, ormai tossicodipendente è l’ombra di se stesso. Nel 1977 tenta una rapina da 6 milioni di dollari, e fallendosi guadagna due anni di reclusione. Uscito per l’ennesima volta di prigione Manigault, ormai guarito dalla tossicodipendenza, si avvia verso la strada della “redenzione”: torna al Rucker Park, sistemandolo e divenendone il “protettore” similmente a Holcombe Rucker prima di lui,e istituisce il “Walk Away From Drugs”, un torneo giovanile affinchè i ragazzi possano non cadere nei suoi stessi errori.

Il re sta facendo qualcosa di utile per la sua Harlem, la quale proprio in questo periodo, fra gli anni 80 e 90, ha deciso di voltare pagina, per scrollarsi di dosso quella reputazione di quartiere malavitoso e violento. Ma Manigault è la rappresentazione dell’eroe romantico: per quanto egli possa lottare, cadere,rialzarsi, il destino gli mette sempre i bastoni fra le ruote, destinandolo a fallire; nel 1998 a 53 anni, lo stesso giorno della morte di Frank Sinatra, il suo cuore smette di battere. Aveva già ricevuto due interventi cardiaci, ed era in lista per un trapianto, che a causa del suo passato di tossico-dipendente non è mai arrivato.

Il Re di Harlem se ne è andato, ma le leggende si sa, rimangono per sempre, e le imprese del Re di Harlem sono parte integrante della cultura cestistica americana: nel 1966, ad un torneo di playground schiacciò su Lew Alcindor( 2,17 m), più tardi divenuto famoso con il nome di Kareem Abdul Jabbar, il quale ad un’intervista a fine carriera dichiarerà << In vita mia avrò affrontato oltre 1500 avversari, ma quello che mi ha dato più filo da torcere è stato Earl Manigault>>. Earl Manigault, il più grande di tutti i tempi.

A cura di Federico Caretta

Fonti:

  • Lost souls ( libro di christian giordano)
  • Pagina wikipedia di Earl Manigault